«Questa è una città che - a saperla leggere - da ogni suo angolo rimanda alla verità e al primato del mondo invisibile. Tutto ciò si fa ancora più evidente in alcune sedi imponenti e mirabili di preghiera e di vita liturgica, che sono anche più ricercate dai forestieri, i quali intuiscono che proprio da questi monumenti, più che da altri, traluce la bellezza e la grandezza propria di questa città». (G.Biffi, La città di San Petronio nel terzo millenio, - Nota pastorale, Bologna, 12 settembre 2000 - EDB, Bologna 2000, p.8).
«La nostra città presenta un suo tipico "policentrismo religioso", che non va disatteso. Sono diversi i luoghi "forti" della fede, dove i credenti possono attingere quei "supplementi" di energia soprannaturale di cui ritengono di avere bisogno. Mi sembrerebbe utile - pur rendendomi conto di una certa opinabilità di questa scelta - indicare e proporre ai pastori d’anime e ai fedeli cinque capisaldi spirituali (per così dire): la cattedrale, la basilica di San Petronio, il santuario della Madonna di San Luca, il complesso di Santo Stefano, il seminario di Villa Revedin". (Ibidem, p. 28).
È la cattedrale della città, elevata al titolo di 'Metropolitana' nel 1582 da Papa Gregorio XIII che conferì alla diocesi di Bologna la dignità arcivescovile. Le origini dell'edificio, in antico dotato di un battistero davanti alla facciata, affondano negli albori dell'era cristiana anche se le prime testimonianze risalgono al secolo X.
Fiancheggiata da un campanile cilindrico di tipo ravennate,
oggi racchiuso dalla possente torre campanaria romanica innalzata nei secoli
XII - XIII, la cattedrale venne ricostruita dopo un furioso incendio scoppiato
nel 1141 e consacrata nel 1184 da papa Lucio III. Abbellita nel sec. XIII
con un ricco protiro marmoreo laterale (la porta dei leoni)
e con un rosone sul frontale, nel 1396 fu munita di un portico, ricostruito
nella seconda metà del '400.
Tra la fine del secolo XVI e gli inizi del XVII la chiesa subì una radicale
ristrutturazione affidata a vari architetti, che causò la perdita di
ogni traccia del primitivo impianto romano-gotico.
La posa della prima pietra avvenne il 26 marzo 1605.
Per iniziativa del papa bolognese Benedetto XIV, tra il 1743 e il 1754 la
cattedrale venne impreziosita con una nuova facciata su disegno di Alfonso
Torreggiani.
All'interno sono degni di nota: l'Annunciazione di Lodovico Carracci
nel lunettone dell'altare maggiore (1619), gli affreschi della volta del
presbiterio e del catino absidale (1579), una Crocifissione in legno
di cedro policromato del sec. XII, già nella cattedrale romanica,
e il gruppo scultoreo in terracotta col Compianto sul Cristo morto
di Alfonso Lombardi (1522-26).
Scrive il Card. Giacomo Biffi nella Nota pastorale La città di San Petronio nel terzo millennio (EDB, Bologna 2000, p. 28) che questa «è la chiesa del vescovo, dove egli celebra solennemente i divini misteri, esercita il suo magistero autentico, guida sulle vie del Regno l'intera famiglia diocesana. Essa è un appello concreto e visibile alla successione apostolica per mezzo della quale ci connettiamo storicamente e ontologicamente al Signore Gesù, siamo raggiunti dalla missione salvifica avviata dal Risorto (cf. Mt 28, 16-20), veniamo compaginati in un'unica Chiesa. Nella cattedrale - dove al servizio della vita sacramentale diocesana vengono benedetti gli oli e dove avvengono le ordinazioni diaconali, presbiteriali ed episcopali - ravvisiamo la fonte della vita ecclesiale e percepiamo l'invito a non consentire che s'illanguidisca l'atteggiamento di sincera comunione e di amore verso la nostra Chiesa. La presenza nel presbiterio del corpo di san Zama, nostro primo vescovo, e delle reliquie dei nostri protomartiri Vitale e Agricola nella cripta ci aiuta a capire la primaria rilevanza teologica di questo tempio, che oggi abbiamo la gioia di contemplare totalmente rinnovato. Nell'itinerario dell'iniziazione cristiana e della professione di fede non manchi mai il pellegrinaggio a questa autorevole "scuola di ecclesialità"».
Dedicata al Santo Patrono di Bologna, con la sua fronte possente, ma incompiuta nelle decorazioni, domina il lato meridionale di Piazza Maggiore. Iniziata nel 1390, per volontà del risorto Comune "popolare", su disegno di Antonio di Vincenzo, è uno dei più vigorosi esempi del gotico italiano. La fabbrica proseguì durante i secoli XV e XVI mentre le volte e l'abside furono ultimate intorno alla metà del '600 sotto la direzione di Girolamo Rainaldi. Anche nelle dimensioni attuali la chiesa è per vastità la quinta del mondo cattolico. La facciata accoglie nel portale maggiore uno dei più preziosi cicli scultorei italiani del Rinascimento, le Storie del Vecchio e Nuovo Testamento, scolpite fra il 1425 e il 1438 dal senese Jacopo della Quercia che eseguì pure nella lunetta la Madonna col bambino fra S.Ambrogio e S.Petronio, patroni di Bologna. Le sculture delle porte minori sono opere di artisti del XVI secolo.
Il suggestivo interno - che vide nel 1530 l'incoronazione imperiale di Carlo V per mano di papa Clemente VII e ospitò nel 1547 la IX° e X° sessione del Concilio di Trento - è ravvivato dal gioco di colori degli intonaci, su cui si riverberano i riflessi policromi delle vetrate istoriate che impreziosiscono le polifore gotiche. Nelle cappelle laterali si conservano superbe opere d'arte dei secoli XV, XVI, XVII e XVIII. Il ciborio dell'altare maggiore venne eretto nel 1547 dal Vignola. Degni di nota anche il grandioso coro ligneo quattrocentesco di Agostino de' Marchi e i due organi monumentali, uno del 1471-75 di Lorenzo da Prato, fra i più antichi e preziosi giunti fino ai giorni nostri, e l'altro del 1596 di B. Malamini. Il tempio accoglie anche le spoglie di Elisa Bonaparte, sorella di Napoleone, e una grande meridiana di Gian Domenico Cassini, una delle più perfette fra quelle oggi esistenti, la cui lunghezza corrisponde alla 600 millesima parte del meridiano terrestre. Di grande interesse anche il Museo della Basilica.
Scrive il Card. Giacomo Biffi nella Nota pastorale La città di San Petronio nel terzo millennio (EDB, Bologna 2000, pp. 28 e 29) che «edificando nel cuore della città in onore di san Petronio un tempio così grandioso e meritevole di ammirazione, i nostri padri ci hanno provveduto di uno spazio sacro particolarmente deputato ad accogliere la preghiera e la meditazione dei bolognesi che vengono a riconfermare la loro identità umana e cristiana. Questa casa di Dio rappresenta da sempre l'espressione del sentimento religioso e insieme del sentimento civico della nostra gente. In nessun luogo come questo diventa spontaneo implorare dal Signore per Bologna prosperità, concordia, accrescimento e maturazione della sua inconfondibile "cultura": una cultura che può ben chiamarsi "petroniana"; e si sostanzia in pari tempo di fedeltà ai tesori spirituali e morali della nostra storia e di adesione mai revocata al messaggio evangelico. Entro questa basilica dalla fine del XVIII secolo sono raccolte e custodite le quattro croci che - per iniziativa dello stesso san Petronio, dice la tradizione - segnavano il perimetro della città e la mettevano sotto la protezione dei santi. La "antiqua bononia rupta" esprimeva così il suo anelito a risorgere nel nome del Signore. Rimosse dalle sedi originarie dalla prepotenza degli invasori francesi, adesso arricchiscono questo tempio di un ulteriore simbolo della città (con tutta la sua lunga vicenda), che si offre al nostro santo Patrono e si pone sotto la sua protezione».
Il santuario, da otto secoli fulcro della pietà popolare
dei bolognesi e meta continua di pellegrinaggi, si eleva con la sua sagoma
poderosa sul Monte della Guardia a ponente del nucleo urbano ed è collegato
alla città da un portico di 666 arcate, il più lungo del mondo
- eretto fra il 1674 e il 1739 con le offerte di privati cittadini - che
dalla Porta Saragozza si inerpica fino in cima al colle con un percorso di
quasi 4 km.
A dare origine alla chiesa fu, alla fine del sec. XII, una piccola comunità
di pie donne ritiratesi a vita cenobitica attorno ad un'antica icona di influsso
bizantino, raffigurante la B.V. col Bambino, attribuita dalla tradizione
all'evangelista san Luca. Ristrutturato in forme più ampie e dignitose
nel 1481, l'edificio venne completamente ricostruito tra il 1723 e il 1757
dall'architetto Carlo Francesco Dotti.
Nel maestoso interno a pianta centrale si conservano preziose opere d'arte
tra cui dipinti di Guido Reni, Donato Creti e Vittorio Bigari. Di particolare
suggestione l'altare della Madonna di S.Luca, racchiusa da un ricco frontale
finemente decorato.
Scrive il Card. Giacomo Biffi nella Nota pastorale La città di San Petronio nel terzo millennio (EDB, Bologna 2000, p. 29) che «sono ormai otto secoli che dal suo monte la Madonna di San Luca veglia sulle nostre case e sono ormai otto secoli che al suo santuario si leva confidente lo sguardo dei bolognesi. Anche questa è una grazia singolare: se c'è un popolo che non può dimenticarsi della Madre di Dio ed è quasi costretto a rivolgerle la sua filiale attenzione, questo è il popolo petroniano. E così la nostra vita religiosa ha una garanzia in più di serbarsi nella sua pienezza e nella sua autenticità: l'amore per la Vergine Maria è infatti uno degli indizi più sicuri di un assenso a Cristo e al suo Vangelo non inquinato dall'errore, né inaridito negli intellettualismi. L'icona che veneriamo rappresenta la Madre di Gesù nell'atteggiamento della "Odighitria" (come dicono i bizantini), cioè di colei che indica la giusta via. Nelle ore nebbiose o disorientate noi sappiamo dunque a chi rivolgerci: così ha sempre fatto la nostra gente, che perciò si sente legata alla Madonna di San Luca da una gratitudine immensa. Questa affettuosa attinenza non è solo dei fedeli praticanti: è di tutti. Per questo Giovanni Paolo II ha potuto osservare: "Antica e profonda è la devozione dei bolognesi verso la loro celeste Patrona; essa fa parte della loro stessa identità civica e culturale"».
È il complesso più singolare di Bologna, vero santuario cittadino e culla della fede dei padri. Sorto attorno ad un primo nucleo del V secolo - voluto dal vescovo Petronio - cui più tardi si affiancò una riproduzione del Santo Sepolcro di Gerusalemme - e accanto al sacello con le spoglie dei protomartiri bolognesi Vitale e Agricola, riesumate da sant'Ambrogio nel 392, accoglie edifici eretti fra il X e il XIII secolo dai Benedettini. Nel loro insieme formano una ricostruzione simbolica dei luoghi della Passione di Cristo, come attesta l'antica denominazione del complesso: 'Sacra Hierusalem'.
Sulla splendida piazza si affacciano i prospetti delle chiese del Crocifisso (a ds.), del Calvario (al centro) e dei Ss. Vitale e Agricola (a sin.). La prima racchiude una cripta del 1019 e preziose opere d'arte; la seconda, di forma rotonda, è dominata dalla riproduzione del Sepolcro di Cristo (secoli XII-XIV) entro cui è custodita l'urna con le reliquie di san Petronio, protettore di Bologna; la terza, di grande attrattiva per la sua struttura basilicale disadorna, racchiude gli antichi sarcofagi dei santi Vitale e Agricola (interessanti i capitelli di varie fogge, provenienti da precedenti costruzioni di età romana e bizantina, e i resti di pavimenti musivi del VI secolo). Degno di attenzione anche il cortile di Pilato con un bacile marmoreo donato da Liutprando e Ilprando, re dei Longobardi - che avevano in Santo Stefano il loro principale centro religioso - e la chiesa della Trinità, ristrutturata fra il sec. XII e il XIII, ove si ammira un pregevole Presepe in legno dipinto e dorato di Simone dei Crocifissi (sec. XIV). Di grande suggestione il chiostro benedettino a duplice loggiato (sec. X-XIII), una delle più superbe creazioni del romanico emiliano. Da visitare infine il Museo che conserva dipinti, sculture e altre opere d'arte di varie epoche.
Scrive il Card. Giacomo Biffi nella Nota pastorale La città di San Petronio nel terzo millennio (EDB, Bologna 2000, pp. 29 e 30) che «è una fortuna singolare del cristianesimo petroniano quella di possedere nel complesso stefaniano un forte richiamo agli avvenimenti che ci hanno redenti e rinnovati: alla passione, alla morte, alla risurrezione del Figlio di Dio fatto uomo. Attraverso una costruzione ispirata ai luoghi segnati dalla vicenda salvifica, Santo Stefano è sempre stato visto - e deve essere ancora valorizzato - come la Jerusalem bononiensis: qui è bello ed edificante convenire a meditare soprattutto sul "costo" che ha avuto il riscatto dell'uomo e la sua vocazione alla divina familiarità. Tra queste mura par di udire la voce dei primi maestri della fede; dell'apostolo Paolo che ci dice: "Siete stati comprati a caro prezzo" (1Cor 6,20) e dell'apostolo Pietro nell'atto di ammonirci: "Non a prezzo di cose corruttibili, come l'argento e l'oro, foste liberati dalla vostra vuota condotta ereditata dai vostri padri, ma con il sangue prezioso di Cristo, come di agnello senza difetti e senza macchia" (1Pt 1,18-19). La rappresentazione è adesso arricchita e, si può dire, completata nell'immagine di bronzo del Cristo addormentato nel sonno della morte. Magistralmente modellata con i tratti che sono suggeriti dall'impronta misteriosa della Sacra Sindone, possiede una potenza evocatrice di rara intensità. Tutto il mirabile contesto ci invita quindi a ricercare la nostra professione cristiana - come è doveroso - sul Signore Gesù e sul mistero di dolore e di gioia, di morte e di risurrezione, di avvilimento e di gloria della sua Pasqua».
In luogo del convento di Cappuccini soppresso nel 1798, il cardinal Nasali Rocca nel 1932 fece costruire dall'ing. C. Ballarini il Seminario Arcivescovile.
L'edificio, gravemente danneggiato dai bombardamenti aerei durante l'ultima guerra, è stato ricostruito negli anni cinquanta. E' circondato da un vasto parco in cui si trova una cappellina edificata nel 1524 e che apparteneva al vicino convento degli Olivetani di S. Michele in Bosco.
Scrive il Card. Giacomo Biffi nella Nota pastorale La città di San Petronio nel terzo millennio (EDB, Bologna 2000, p. 30) che "la lungimiranza del cardinal Nasali Rocca, che ha dotato la Diocesi di una preziosa sede di preparazione dei futuri presbiteri, ci ha offerto un ultimo caposaldo della nostra vita ecclesiale. "In spem Ecclesiae" sta scritto sul frontone del Seminario di Villa Revedin. E vuol dire: questo edificio nobile e solenne è stato edificato perché la Chiesa petroniana potesse continuare a sperare; qui la comunità cristiana
possiede le premesse necessarie del suo avvenire; qui l'attesa del popolo credente, che vuol restare radicato nella fede dei padri, trova le ragioni precipue della sua fiducia. Il Seminario è davvero la casa della nostra speranza: finché questa casa sarà fiorente della giovinezza di chi la colma e la anima della sua esuberanza e della sua animosa tensione verso l'ideale del sacerdozio, noi abbiamo la garanzia (contro ogni rinascente pessimismo) che il Signore non ci abbandona, anche di fronte alle sfide del Terzo Millennio.
Certo, la sollecitudine prima e la responsabilità inalienabile nei confronti dell'istituto di formazione al sacerdozio diocesano è del vescovo. Nondimeno ogni comunità parrocchiale, ogni aggregazione, ogni credente, deve sentirsi coinvolto in quest'opera e guardare a Villa Revedin con una simpatia che nasce dalla fede e con una generosità che è la prova dell'autenticità dell'amore per la Chiesa di Bologna e il vero bene del popolo petroniano".
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Comunemente nota come "chiesa della Santa" per la presenza del corpo incorrotto di santa Caterina de' Vingri, fondatrice nel 1456 del primo convento di suore Clarisse a Bologna, è uno dei santuari cittadini più cari alla devozione popolare. Costruito fra il 1477 e il 1480 dai toscani Nicolò Marchionne da Firenze e Francesco Fucci da Doccia, l'edificio presenta una bella facciata rinascimentale, in parte rimasta al grezzo, ravvivata da eleganti rilievi in terracotta attribuiti allo Sperandio di Mantova.
L'interno rinnovato nel 1684-95 dall'architetto G. Giacomo Monti, venne decorato da splendide pitture di M. Antonio Franceschini con ornati di Enrico Haffner e rilievi in stucco di Giuseppe Mazza: purtroppo i bombardamenti dell'ultima guerra hanno fatto in gran parte scempio di questo prezioso apparato artistico. Degni di nota alcuni dipinti del Franceschini, tra cui il famoso Transito di S.Giuseppe (1692), e di Lodovico Carracci nonché la tomba del fisico Luigi Galvani e di Laura Bassi, celebre donna-scienziato del secolo XVIII. Da visitare l'attigua cappellina ove è visibile il corpo integro di santa Caterina da Bologna.
Situato su un colle fra una folta vegetazione di querce secolari, castagni e cipressi (vi cresce anche l'olivo) e con una magnifica vista panoramica sulla città e sulla zona collinare, dopo aver accolto nel secolo XII un romitorio di pie donne, nel 1265 pervenne all'Ordine di Maria Vergine Gloriosa, detto Frati Gaudenti e ospitò Loderingo e Catalano, gli stessi immortalati da Dante nella pina Commedia. Nel 1475 fu acquistato dai Domenicani che lo ricostruirono nelle forme attuali, ammantando l'interno della chiesa di S. Vincenzo di preziosi affreschi di scuola bolognese del primo Cinquecento. Oggi appartiene ai Servi di Maria che ne hanno fatto un centro di spiritualità.
Situata - assieme al vasto ex convento dei Frati Minori - appena fuori Porta San Mamolo, ai piedi del colle di San Michele in Bosco, è preceduta da un elegante porticato rinascimentale. Venne fondata nel 1488 dai Francescani su un precedente cenobio dei Basiliani. Bello il luminoso interno a tre navate di linee gotico-rinascimentali, interamente trasformato in età barocca e depredato delle sue opere d'arte dopo la soppressione napoleonica e la successiva destinazione a caserma (1870). Interessanti anche i chiostri dell'ex convento, ancora in attesa di restauro e tuttora in parte adibito ad usi militari.
Di origine remota, appartenne nel sec. XI ai Benedettini di Nonantola. Dopo avere accolto nel '200 una comunità di monache cluniacensi, nel 1516 la chiesa venne demolita per fare posto ad una nuova fabbrica di mole più imponente, affidata all'arch. Andrea da Formigine, che innalzò il superbo porticato ornandolo con raffinati intagli in macigno oggi molto deteriorati. Alla fine del '500 passò ai Teatini che, nel 1653-88, fecero ricostruire la chiesa su disegno di G. Battista Natali e Agostino Barelli, dotandola di un nuovo campanile e di una nuova cupola, terminati nel 1694. Nel fastoso e luminoso interno opere di Lodovico Carracci, Guido Reni e dei migliori maestri della scuola bolognese del '600. Nella cappellina a sinistra dell'altare maggiore è sepolta la ven. Pudenziana Zagnoni, mistica bolognese spentasi nel fior degli anni nel 1608.
Una delle chiese bolognesi più ricche di storia d'arte, primo virgulto dell'Ordine dei Predicatori e custode delle spoglie del suo fondatore S.Domenico. Iniziata dopo la morte del santo (1221) si affaccia con una sobria fronte romanica, fiancheggiata dalla rinascimentale cappella Ghisilardi eretta su disegno di Baldassarre Peruzzi sulla piazza san Domenico, una fra le più belle della città.
All'interno - ristrutturato nel 1727-32 da Carlo Francesco Dotti, che fuse i due primitivi nuclei medievali in un unico organismo di linee corrette e luminose - si conservano inestimabili opere d'arte fra cui dipinti del Guercino (S.Tommaso), di Luca Cambiaso (Natività), di Filippino Lippi (Sposalizio mistico di S.Caterina, 1501), di Lodovico Carracci (S.Raimondo), di Giunta Pisano (Crocifisso). Di straordinario incanto la cappella di S.Domenico con la splendida arca marmorea che ne custodisce le spoglie, una delle più pure creazioni dell'arte plastica italiana, impreziosita dalle sculture di Nicolò Pisano nell'urna (1267), di Alfonso Lombardi nella predella (1532) e di G.B. Boudard nel paliotto (1768) e sormontata da una splendida cimasa marmorea modellata nel 1469-73 da Nicolò dell'Arca (le statue di S.Petronio, di S.Procolo e dell'angelo a destra sono opera di Michelangelo). Smagliante anche la decorazione pittorica della cappella (la Glorificazione di S.Domenico nel catino è di Guido Reni).
Capolavoro dell'intarsio rinascimentale è il coro ligneo di fra' Damiano da Bergamo (1528-51), definito dai contemporanei l'ottava
meraviglia del mondo e ammirato anche dall'imperatore Carlo V.
Di notevole suggestione i chiostri del convento e la cella di san Domenico.
La chiesa, primo esempio in Italia di stile gotico di derivazione francese, venne innalzata fra il 1236 e il 1254 per iniziativa della comunità Francescana insediatasi in città fin dal 1218 con Bernardo di Quintavalle, uno dei primi discepoli di san Francesco, anch'egli presente a Bologna qualche anno più tardi. Notevoli l'alta facciata, di forme romano-gotiche, e la parte absidale col superbo slancio dei due campanili (il maggiore di ariosa architettura gotica del primo '400 e l'altro del 1260) e degli archi rampanti delle cappelle radiali ai cui piedi si ergono i mausolei duecenteschi dei celebri glossatori Accursio, Odofredo e Rolandino de' Romanzi.
All'interno - di orchestrazione austera e grandiosa - spicca la magnifica pala marmorea dell'altare maggiore scolpita tra il 1388 e il 1393 dai veneziani Jacobello e Pier Paolo dalle Masegne. Degni di nota vari monumenti sepolcrali lungo le pareti, tra cui la tomba di Papa Alessandro V, opera dello Sperandio (1482), la romanica cappella Muzzarelli e gli ariosi chiostri (secoli XIV e XV) dell'attiguo convento.
Situata su una delle più attraenti piazze di Bologna,
venne costruita fra il 1267 e il 1315 dai frati Eremitani di S. Agostino
e ristrutturata alla fine del '400. L'interno, formato da un'unica vasta
e luminosa navata, accoglie insigni tesori d'arte tra cui la Cappella
Bentivoglio, una delle più significative creazioni del primo Rinascimento
bolognese, impreziosita da magnifici dipinti.
Di grande interesse anche la Cappella Poggi, architettata nel 1561
da Pellegrino Tibaldi, autore anche dei dipinti, nonchè la tomba di
Anton Galeazzo Bentivoglio di Jacopo della Quercia (1453). Notevoli pure
il quadro con S.Rocco di Lodovico Carracci, due crocifissi lignei
di Jacopo di Paolo (sec. XV), vari polittici gotici e pregevoli dipinti dei
secoli XVI, XVII e XVIII nelle cappelle.
Di non comune eleganza il portico rinascimentale (1477-81) che affianca la
chiesa, sorretto da agili colonne scanalate in arenaria e coronato da un
ricco fregio scolpito (vi si aprono varie arche sepolcrali gotiche con avanzi
di pitture e da esso si accede alla chiesa di S.Cecilia, ammantata
di splendidi affreschi con episodi della vita della santa e di san Valeriano,
eseguiti nel 1504-06 dai migliori maestri della scuola bolognese).
La storia dell'edificio, che si eleva su un lieve rialzo
in una piazzetta pittoresca, si ricollega alla simbologia dei luoghi santi
di Gerusalemme, riprodotti nel vicino complesso ecclesiale di Santo Stefano.
La primitiva chiesa rotonda del V secolo, penuta nel 1118 sede di una comunità
di Canonici Regolari Lateranensi, venne ristrutturata nel '200 e riedificata
in forme gotiche attorno alla metà del sec. XV.
Elegante la facciata, ispirata ai temi dell'arte veneto-ferrarese (1474),
dominata sul portale da una vigorosa Aquila, emblema dell'evangelista
Giovanni, plasmata da Nicolò dell'Arca (c. 1481). Di grande fascino
l'interno a tre navate nonostante le dispersioni del passato.
Vi erano custoditi dipinti di Ercole de' Roberti, del Domenichino, di Cima
da Conegliano, del Perugino, oltre alla celebre S.Cecilia di Raffaello
oggi nella Pinacoteca Nazionale di Bologna (in chiesa é visibile una
copia).
Notevoli le vetrate figurate della facciata (sec. XV), le preziose pale d'altare
dei secoli XIV - XVIII, il coro intarsiato cinquecentesco e, al centro della
chiesa, la singolare colonna di età classica con capitello capovolto,
sormontata da una croce romanica, unico avanzo dell'antico sacello petroniano
(il Cristo in legno è del secolo XVI).
Antico e grandioso centro monastico posto a ponente della città è dal secolo scorso adibito a pubblico cimitero. Trae origine dall'Ordine certosino che vi si insediò nel 1333. La chiesa venne consacrata nel 1359, mentre agli esordi del '600 una nuova possente torre campanaria si aggiunse al piccolo campanile del sec. XIV.
Austero e ricco di opere d'arte l'interno, articolato su un'inconsueta pianta a T rovesciata. Vi si ammirano notevoli dipinti dei maestri della scuola bolognese e un preziosissimo coro ligneo intarsiato nel 1539 da Biagio de' Marchi.
La chiesa è attorniata da alcuni chiostri di particolare suggestione, come quello della Cappella e quello delle Madonne che accoglie varie immagini sacre qui traslocate alla fine del '700 da alcune chiese bolognesi colpite da soppressione napoleonica.
Preceduta da un arioso quadriportico, sorretto da agili colonne in marmo, iniziato nel 1393 sul fianco della chiesa e completato sul sagrato nel XVI e nel XIX secolo, la Basilica di Santa Maria dei Servi spicca per la sua superba tessitura gotica, particolarmente notevole nella parte absidale ravvivata da caldi ornati in cotto.
Venne costruita dalla comunità dei Servi di Maria tra il 1386 e il 1437 su disegno di padre Andrea da Faenza, generale dell'Ordine, che forse si avvalse dell'opera di Antonio di Vincenzo, architetto di S. Petronio. Solenne e armonioso l'interno di forme gotiche a tre navate. Numerose le opere d'arte degne di rilievo, prime fra tutte la Madonna in trono di Cimabue (sec. XIII), la pala marmorea dell'altare maggiore di Michel Angelo Montorsoli (1558-61), gli affreschi trecenteschi di Vitale da Bologna, un singolare polittico in terracotta di Lippo di Dalmasio e preziosi dipinti di G.M. Crespi, dell'Albani, del Calvaert e di altri maestri di scuola bolognese dei secoli XVI, XVII e XVIII.
Situata appena fuori di Porta Castiglione, ai piedi delle
colline, la chiesa si distingue per la sua sobria fronte porticata cinquecentesca,
innalzata dai frati Agostiniani subentrati nel 1473 agli Olivetani, che nel
1431 avevano provveduto a riedificare la primitiva costruzione appartenente
fin dal sec. XIII ad una comunità di monache Cistercensi.
Singolare l'interno per la felice coesistenza fra lo stile rinascimentale
della navata destra e quello gotico del resto dell'edificio. Nonostante la
dispersione di capolavori d'arte, avvenuta dopo la soppressione napoleonica,
nelle cappelle sono ancora custoditi interessanti opere dei secoli XVII e
XVIII, tra cui un monumentale tabernacolo sorretto dai Quattro dottori
della Chiesa, eseguito intorno al 1625 da Matteo Cossich.
Fondata nella seconda metà del sec. XIII dalla confraternita dei Battuti di S.Maria della Vita, una delle prime sorte in Italia sull'onda del movimento dei Disciplinati fiorito nel 1260 a Perugia per impulso di Raniero Fusani. Accanto alla pratica della flagellazione, i suoi membri provvedevano ad assistere i pellegrini e i malati nell'attiguo ospedale, oggi scomparso.
La chiesa - cui spetta il titolo di santuario - venne ampliata fra il 1454 e il 1502 e ricostruita alla fine del sec. XVII dall'arch. G.B. Bergonzoni dopo un rovinoso crollo del soffitto avvenuto nel 1686. La cupola fu innalzata nel 1787 su disegno di Giuseppe Tubertini. Di linee eleganti e ariose l'interno, su pianta ellittica, ove si ammira il famoso gruppo plastico della Pietà, uno dei più vigorosi ed espressivi capolavori della scultura italiana, modellato nella seconda metà del '400 da Nicolò dell'Arca. Sull'altare maggiore l'affresco della Madonna della Vita della seconda metà del sec. XIV.
S. MARIA DI GALLIERA
via Manzoni, 3
Sorta agli inizi del sec. XIV, venne ricostruita nel 1479-92 quando fu trasferita sull'altare maggiore una miracolosa immagine della Madonna col Bambino affrescata sotto un portico accanto alla chiesa. Nel 1510, su disegno di Donato di Gaio da Cernobbio, venne eretta la nuova fronte, ravvivata da eleganti rilievi in arenaria, oggi assai deteriorati. Concessa nel 1622 ai padri della Congregazione di San Filippo Neri, che tuttora vi risiedono, nel 1684 fu ampliata e ristrutturata all'interno. Sugli altari si trovano pregevoli sculture e dipinti, tra cui sono degni di attenzione il San Filippo in estasi del Guercino e la decorazione della cappella maggiore di Francesco Maria Galli Bibiena.
Fin dal secolo XIII culla della comunità bolognese dell'Ordine dei Carmelitani, la chiesa venne innalzata nella prima metà del '300 e fu dotata di volte in mattoni nel 1457 e di una nuova fronte verso la fine del sec. XV (poi riportata in forme gotiche nel 1879). Elegante e arioso l'interno, ravvivato da belle cappelle gentilizie rinascimentali ove sono custodite preziose opere pittoriche tra cui i dipinti di Francesco Francia, Amico Aspertini, Paolo Uccello, Lodovico Carracci, Lorenzo Costa, Girolamo da Carpi, Alessandro Tiarini e Girolamo da Sermoneta che eseguì la pala dell'altare maggiore con la Madonna in trono e Santi (1548). Di eccezionale pregio, per decorazioni e sonorità, è l'organo cinquecentesco sulla destra del presbiterio. Interessanti i chiostri e gli ambienti dell'attiguo ex-convento carmelitano. Sul sagrato si erge la colonna della Beata Vergine del Carmelo di Andrea Ferreri (1705).
Imponente complesso architettonico comprendente la chiesa e l'adiacente ex-convento degli Olivetani, uno dei più grandiosi e ameni d'Italia. Si erge in uno dei punti più panoramici dei colli a ridosso di Bologna e il suo sagrato costituisce uno splendido balcone sulla città e sulla pianura fino alla catena alpina. Di origini remote, la chiesa venne ricostruita in epoca medievale e riedificata nelle forme attuali nel sec. XV e tra il 1517 e il 1523 dai monaci Olivetani qui insediati fin dal 1364. L'armoniosa fronte rinascimentale è opera dell'architetto ferrarese Biagio Rossetti mentre il finissimo portale marmoreo si deve al senese Baldassarre Peruzzi (1522). Di elegante respiro l'interno, a due piani, ravvivato da preziosi dipinti e sculture dei secoli XVI e XVII. Notevoli la sagrestia e il coro notturno ammantati di magnifici affreschi cinquecenteschi.
Di grande suggestione scenografica è il chiostro ottagonale, della fine del sec. XVI, ravvivato dalle celebri pitture della scuola dei Carracci, oggi purtroppo in parte perdute.
La chiesa con l'annesso convento dei Frati Minori Osservanti si erge sulla cima di un colle dove, fin da epoca remota, esisteva un piccolo sacello dedicato a san Paolo con accanto una grotta, presso la quale - secondo la tradizione - era solito ritirarsi in meditazione sant'Antonio durante la sua permanenza a Bologna. Fin dal 1289 è testimoniata la presenza dei Francescani, confermata anche da un documento del 1409.
La chiesa venne ricostruita nel 1417 ed ampliata alla fine del secolo XV, per essere completamente riedificata in forme neoclassiche nel 1826-28. All'interno si conservano notevoli dipinti di scuola bolognese. Il convento venne riedificato nel 1810. Fra le sue mura è ancora visibile la grotta di S. Antonio. Dal colle dell'Osservanza si gode una splendida vista sulla pianura e sulle colline bolognesi.
Fatta erigere dai Chierici Regolari di S. Paolo o Barnabiti tra il 1606 e il 1611, su disegno del confratello architetto Ambrogio Mazenta, nel 1634-36 la chiesa venne arricchita di una fronte armoniosa realizzata da Ercole Fichi. Notevole il colpo d'occhio dell'interno, ravvivato nelle volte da una sfarzosa decorazione pittorica di Antonio e Giuseppe Rolli, che verso la fine del sec. XVII vi ritrassero le gesta di S.Paolo nell'aeropago di Atene. Sugli altari spiccano pregevoli dipinti di maestri di scuola bolognese, tra cui il Guercino, Giuseppe Maria Crespi detto "lo Spagnolo" e Lodovico Carracci, che eseguì il celebre Paradiso. Di eccezionale bellezza lo sfarzoso altare maggiore (1643-50) dove si ammira il vigoroso gruppo scultoreo della Decollazione di S.Paolo di Alessandro Algardi, cui si debbono anche il medaglione del paliotto e il tabernacolo.
Già appartenente ai Benedettini neri e custode del sepolcro di san Procolo, uno dei primi martiri della tradizione cristiana bolognese, la chiesa odierna venne eretta nel secolo XI accanto al complesso monastico che, secondo alcuni storici, avrebbe ospitato anche Graziano, l'autore del 'Decretum'. Centro di aggregazione della prima Università oltre che di spiritualità, S. Procolo tra il secolo XIV e il XV ricevette una struttura gotica, oggi evidente solo nella facciata, dopo le trasformazioni cinquecentesche - operate all'interno dagli architetti Antonio Morandi detto "il Terribilia" e Domenico Tibaldi - e quelle settecentesche di Carlo Francesco Dotti. Meritevoli di attenzione nelle cappelle varie opere d'arte e l'arca di S.Procolo, di epoca tardo-romana. Di notevole attrattiva - nell'adiacente ex monastero benedettino - vari chiostri e saloni risalenti ai secoli XVI e XVII.
Di origine antichissima, fin dal secolo XII ospitò i Canonici Regolari di S. Maria di Reno che nel secolo XV conferirono all'edificio una più dignitosa struttura, completamente cancellata nel 1606-23, quando venne innalzato un nuovo monumentale tempio su disegno del barnabita padre Ambrogio Mazenta e dell'architetto Tommaso Martelli. Di linee nobili e imponenti il fianco e la fronte, coronata da tre grandi statue in rame di Orazio Provaglia. Ricco di tesori artistici il maestoso interno, ispirato alle chiese barocche di Roma. Notevoli vari dipinti di scuola bolognese dei secoli XVI, XVII e XVIII e il politico di Vitale da Bologna con l'Incoronazione della Vergine, nonché il quadro di Girolamo da Treviso raffigurante la Beata Vergine al tempio con S.Tommaso di Canterbury, che fu studente a Bologna, dipinto in origine sull'altare degli scolari inglesi. Degni di attenzione anche il S.Giovanni Battista di Giuseppe Maria Crespi e la trecentesca tavola della Madonna della Vittoria di Lippo di Dalmasio.
Si vuole innalzata sui resti dell' Arena romana dove, secondo la tradizione, subirono il martirio i santi Vitale e Agricola, i cui corpi furono riconosciuti da sant'Ambrogio durante la visita compiuta a Bologna nel 392. Ricostruita dalle monache benedettine nel secolo XVI, ospita pregevoli opere artistiche (da visitare la rinascimentale cappella di S.Maria degli Angeli) e una suggestiva cripta, unico resto della chiesa primitiva.
Di origine remota, il cenobio sorge fuori Porta Castiglione
non lontano dal colle di Barbiano, immerso nel verde dei campi e dei boschi.
Nel sec. XI vi era già insediata una comunità monastica di Canonici
Regolari Lateranensi.
Nel 1178 il vescovo di Bologna, Giovanni IV, consacrò la nuova chiesa
che inglobò nella zona absidale il preesistente delubro formato da blocchi
di selenite commisti a mattoni. Importanti lavori di abbellimento si ebbero
nel sec. XV. Raccolto e suggestivo l'interno, spartito da un transectum ed impreziosito nella parte superiore da un coro ligneo del 1424-26. Di grande
ariosità il chiostro attiguo alla chiesa costruito nel sec. XII e ristrutturato
alla fine del '400.
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