Concluse le celebrazioni natalizie, la
Chiesa, oggi, celebra il giorno in cui Maria e Giuseppe presentarono Gesù al
tempio. È una festa
che collega il Natale alla Pasqua e conserva la caratteristica dell’ «incontro»:
incontro “storico” tra il Bambino Gesù e i santi anziani
Simeone e Anna, tra l’Antico e il Nuovo Testamento, tra la profezia e
la realtà;
incontro tra Dio e il suo popolo, tra Cristo e l’umanità redenta,
la Chiesa, qui simboleggiata dai primi “credenti”: Simeone e Anna.
In questo contesto, l’offerta di Maria e la profezia di Simeone aprono
il cammino verso la Pasqua, la vera “Porta del Cielo”. Le candele
accese, anticipo del grande lucernario della Veglia pasquale e forte richiamo
al nostro Battesimo, illuminano il nostro pellegrinaggio terreno incontro a
Cristo, che è venuto, viene e verrà come «luce delle genti» per
la «salvezza di tutti i popoli» (Cf Lc 2,30-32).
Questa festa mette in evidenza quattro protagonisti: Maria e Giuseppe, Simeone
e Anna, tutti coinvolti nel mettere in risalto la missione di Colui che sta
al centro del mistero, Gesù Bambino, «l’angelo dell’alleanza» (Mt
3,1), il mediatore di un nuovo ordine di rapporti tra Dio e l’uomo.
Gesù. «quando venne il tempo della Purificazione, secondo la legge
di Mosè» (Lc 2,22), «entrò nel tempio» (Ml
3,1) per suggellare una “presenza” nuova e diretta di Dio tra gli
uomini, voluta «per ridurre all’impotenza, mediante la morte, colui
che della morte ha il potere, cioè il diavolo» (Eb 3,14-15).
Gesù, dunque, offrendo se stesso, libera tutti noi dalla paura della
morte, dalla prospettiva del nostro totale annientamento. Egli, con l’Incarnazione «è divenuto
partecipe della carne e del sangue» (Eb 2,14), cioè ha condiviso,
senza colpa alcuna, la condizione miserevole del genere umano, per «prendersene
cura» (Eb 2,16).
In tale prospettiva il Vangelo di Luca, sottolinea il fatto che, «passati
gli otto giorni per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù» (Lc
2,21), cioè «Salvatore», perché «salverà il
suo popolo dai suoi peccati» (Mt 1,21).
Dall’insieme dei testi biblici proclamati in questa liturgia emerge,
dunque, con molta chiarezza, l’identità e la missione di Gesù:
è
il «purificatore» per eccellenza: è venuto, infatti, «per
fondere e purificare» (Ml 3,2), cioè per strappare la cortina
di male e di peccato che avvolge ogni uomo dopo la caduta; Gesù restituisce
alla creatura redenta la possibilità di «offrire al Signore un’oblazione
secondo giustizia» (Ml 3,3);
è
il «sacerdote» per eccellenza. Lo dice la lettera agli Ebrei: è divenuto «un
sommo sacerdote misericordioso e fedele nelle cose che riguardano Dio, allo
scopo di espiare i peccati del popolo» (Eb 2,17);
è
la «nuova oblazione» per eccellenza, è il testimone, cioè,
dell’amore e del dono totale e indiviso di sé, mediante il Sacrificio
della Nuova Alleanza (Cf. Eb 10,4-9): infatti Simeone, uomo giusto, conoscitore
delle Scritture, pieno di Spirito Santo come Elisabetta (Lc 1,41) e Zaccaria
(Lc 1,67), prese Gesù tre le sue braccia e, con un gesto tipicamente
offertoriale e sacrificale, pronunciò la benedizione rivolta a Dio.
è
il «Salvatore» per eccellenza, perché portatore di una salvezza
universale, destinata a tutti i popoli, immersi nell’oscurità di
un’esistenza opaca che, alla luce di Cristo, ritrova se stessa e l’orizzonte
pieno della sua speranza.
Ma Simeone non si limita a benedire Dio: benedice anche «il padre e la
madre di Gesù, che si stupivano delle cose che si dicevano di lui» (Lc
2,33). E, parlando esplicitamente a Maria, la più coinvolta nel «mistero» di
Gesù, il santo vecchio fa alcune precisazioni che fanno riflettere,
specialmente in riferimento a quanti, oggi, trattano Gesù di Nazareth
con troppa disinvoltura.
Anzitutto, Gesù non è una presenza sterile o facilmente rimovibile
dall’orizzonte della propria vita. Infatti, «Egli è qui
per la rovina e la risurrezione di molti in Israele». Inoltre, è «segno
di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori» (Lc
2,31-35).
Ciò significa che gli uomini, di fronte a Lui, si divideranno e saranno
costretti a pronunciarsi per accettarlo o respingerlo. Molti tenteranno di
mimetizzarsi dietro una verità evangelica diluita e “aggiustata” secondo
canoni personali, e tenere così i piedi in due staffe, ma presto o tardi «i
pensieri dei loro cuori» saranno “svelati”.
Allora, le «censure» sulla vera identità di Gesù non
serviranno a niente, perché, se è vero che Gesù è «pietra
angolare» che, associa a sé i credenti in Lui «come pietre
vive per la costruzione di un edificio spirituale, per un sacerdozio santo», è altrettanto
vero che «per gli increduli la pietra che i costruttori hanno scartato è divenuta … sasso
d’inciampo e pietra di scandalo» (1 Pt 2,4-8).
E «chi cadrà sopra questa pietra sarà sfracellato; e qualora
essa cada su qualcuno, lo stritolerà» (Mt 21,44-45). Sono parole
dure, rivolte ai sommi sacerdoti e agli scribi, ma sono parole vere, rivolte
oggi anche a noi, spesso tentati di venire a compromessi con il Vangelo e di
scambiare la carità con la solidarietà sociale, l’animazione
cristiana delle realtà temporali con l’accostamento acritico a
ogni esperienza culturale, col rischio di perdere l’ “originalità” e
l’ “irriducibilità” del messaggio cristiano.
Questo è il contesto biblico e liturgico, in cui, carissimi fratelli
e sorelle consacrati al Signore, celebriamo insieme l’VIII Giornata Mondiale
della Vita Consacrata. È un appuntamento importante, perché è il «segno» che
ricorda alla Chiesa bolognese e a tutti i battezzati l’esigenza di testimoniare «in
spirito e verità» la fede in Gesù Cristo.
Le vocazioni di speciale consacrazione sono un dono per la Chiesa e per la
società, perché indicano la via della sequela radicale di Cristo
povero, ubbidiente e casto, come àncora di salvezza in mezzo alle tempeste
della vita e offrono le coordinate giuste per non smarrire la strada che conduce
alla gioia senza fine.
La ricerca e l’accumulo irresponsabile del denaro e del potere, la disubbidienza
spesso considerata una virtù e segno di autorealizzazione, il disprezzo
della castità e la glorificazione delle devianze sessuali, stanno mettendo
a dura prova la civiltà cristiana.
Ne abbiamo un segno evidente nella forte diminuzione delle vocazioni di speciale
consacrazione. Ciò nonostante – dicono i Vescovi italiani – la
vita consacrata rimane viva nel mondo, per indicare nel Vangelo la vera «bussola»,
in grado di orientare la storia “visibile” verso i suoi approdi “invisibili”,
senza mai dimenticare che «la vocazione ultima dell’uomo è una
sola, quella divina» (GS, 22).
Pertanto, oggi più che mai, è necessario riscoprire le condizioni
per vivere un cristianesimo che incida nella storia. Ciò richiede il
recupero di alcune persuasioni di fondo riguardanti la vita consacrata.
Anzitutto è necessario «resistere saldi nella fede» contro
il demonio, il nostro nemico, che «come un leone ruggente va in giro
cercando chi divorare» Cf. 1 Pt 5,8). Ciò è possibile solo
se fissiamo lo sguardo su Gesù, animati dallo Spirito, come Simeone
ed Anna, nella certezza che è «la nostra fede che sconfigge il
mondo» (1 Gv 5,4).
Riscoprire il dono della vita consacrata come «profezia e speranza dell’ottavo
giorno». In tal modo la persona consacrata diventa un referente indispensabile
per cogliere il senso del tempo e l’orizzonte integrale della vita. Si
può dire che il “consacrato” e la “consacrata”,
sono i testimoni viventi e concretamente operanti della «memoria»,
della «presenza» e dell’ «attesa» del Risorto,
fino alla «domenica senza tramonto», dove siamo tutti invitati
alla «festa di nozze tra il Figlio del Re e l’umanità riscattata» (Cf.
Mt 22,2).
Infine, come la profetessa Anna, è necessario scegliere nella vita ciò che è essenziale: «servire
Dio notte e giorno» e parlare di Gesù «a quanti aspettano
la redenzione» (Cf. Lc 2,37-38). Ciò comporta l’annuncio
e la testimonianza integrale del «Vangelo della carità»,
nella riscoperta del rapporto inscindibile tra evangelizzazione e carità,
per evitare il rischio di «distribuire tutte le proprie sostanze» o
di «dare il proprio corpo da bruciare e non avere la carità» (Cf.
1Cor 13,3). Infatti, solo chi agisce «secondo la verità nella
carità» (Ef. 4,15) fà di Cristo il cuore del mondo.
Infine, i titolari di una vocazione di speciale consacrazione sono chiamati
ad essere protagonisti e animatori nella Chiesa, vista dal Papa come «casa
e scuola di comunione» (NMI, 65). In tale prospettiva, è necessario
continuare a vedere nel Vescovo il «principio visibile e il fondamento
di unità», nella Chiesa particolare (LG, 23), pur nella fedeltà al
proprio carisma. La Chiesa di Bologna apprezza tutti gli sforzi compiuti in
questo senso e ringrazia le 92 monache di clausura, le 878 religiose, i 409
religiosi, i 12 Istituti secolari, le 5 Associazioni con nuclei di fedeli che
praticano i Consigli evangelici. Il Vescovo li abbraccia tutti, consapevole
della loro “fatica” quotidiana e nella certezza che attraverso
di loro, «fiumi di acqua viva» (Gv 7,38) si riversano sulla «messe» del
Signore coltivata nella nostra terra.
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