La formazione: gli scopi
«Il compito fondamentale, il fine ultimo dell’IVS è di
contribuire nella Chiesa di Bologna al compito primario della
nuova evangelizzazione mediante la ri-generazione del soggetto
cristiano, che implica il passaggio dal Cristocentrismo oggettivo
al Cristocentrismo soggettivo, cioè vissuto.
Il compito pertanto dell’IVS, che si caratterizza come istituto
culturale cattolico, è quello di educare, in
primo luogo il soggetto cristiano ma anche ogni persona
che lo chieda ad un uso corretto della ragione e ad una
comprensione adeguata della dottrina e dell’esperienza
della fede» (cfr. Documento sui “Principi ispiratori
dell’Istituto Veritatis Splendor” di
S. Ec. Mons. Carlo Caffarra).
Tenendo conto di queste indicazioni, la proposta formativa dell’Istituto Veritatis Splendor mira a fornire gli strumenti intellettuali e quel patrimonio di conoscenze che sono utili al raggiungimento della piena maturità cristiana.
Comprensione adeguata della dottrina e dell’esperienza della fede
Il cristiano maturo occorre sia istruito sia sui contenuti della fede, la cosiddetta fides quae creditur, sia su che cosa sia l’atto di fede (la cosiddetta fides qua creditur), cioè la sua natura, che cosa lo minaccia, che cosa lo alimenta…
Rispetto alla fides quae creditur, per un possesso corretto e integrale della dottrina, è necessario, attraverso il Magistero, la Tradizione e la Sacra Scrittura, imparare a scrutare l’eterno disegno divino, ed intendere così il valore di ogni realtà ed evento nel quadro dell’economia salvifica.
Rispetto alla fides qua creditur, per una fede viva ed operante nella carità, bisogna acquisire una comprensione stabile della presenza attuale e trasformante del Cristo risorto nella sua Chiesa, soprattutto nella liturgia, in modo da aprirsi ad essa con fiducia e lasciarsi coinvolgere senza riserve.
Allora, tutto il popolo di Dio, sotto la guida dei Pastori, può rendersi disponibile a collaborare all’opera divina che si sta adempiendo nelle vicende della storia.
In questa prospettiva diventa utile anche il recupero delle ricchezze della tradizione culturale cristiana, quelle opere che sono frutto dell’esperienza di fede delle generazioni che ci hanno preceduto. Esse, debitamente interpretate, sono fonte di insegnamenti ancora validi e una testimonianza incoraggiante della capacità del Vangelo, quando è accolto, di permeare e trasfigurare tutte le dimensioni dell’esperienza umana.
Uso corretto della ragione
Nell’uomo, costitutivamente creatura che ha bisogno di essere redenta, anche la ragione deve essere salvata (cfr. GS § 3). Senza la luce divina della Rivelazione egli si inganna su se stesso, non conoscendo né le potenzialità, né i limiti, né il modo appropriato dell’esercizio della facoltà intellettuale. Dicendo di essere sapiente, diviene stolto (cfr. Rom 1, 22).
Una volta sanata, purificata ed elevata dalla fede, la ragione può appagarsi nell’attingere autenticamente, seppure senza esaurirlo, all’oggetto che le è proprio, la verità, e aiutare a vivere conformemente ad essa.
Una retta razionalità, infatti, sa riconoscere l’effettiva consequenzialità di una conclusione, date certe premesse, e poi sa argomentare sulla fondatezza della premesse stesse.
Ciò è necessario per un serio dialogo con ogni persona intellettualmente onesta sulle questioni di comune interesse. Fra di esse, ovviamente, è primario il problema antropologico, cioè di una adeguata comprensione, interpretazione e spiegazione dell’esperienza umana.
Ma saper ragionare è utile anche per non cadere nell’inganno di partire da delle premesse di fede e poi arrivare a un esito del tutto incoerente perché “per strada”, consapevolmente o inconsapevolmente, si è cambiato il punto di riferimento, introducendo criteri estranei.
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