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freccia  Dalla Nota Pastorale dell'Arcivescovo di Bologna
 

2.3. L’altro luogo della rigenerazione della persona umana in Cristo è la scuola, con le dovute precisazioni che in seguito andrò facendo.

Partiamo subito da alcune constatazioni di fatto. La maggior parte del loro tempo, le persone nel momento più importante della loro formazione, lo passano a scuola. Normalmente in parrocchia vivono qualche ora alla settimana: si può educare una persona vivendo con essa solamente qualche ora alla settimana?

La visione della realtà che viene veicolata nella scuola (di Stato, intendo in questo caso) non è sempre compatibile con la visione veicolata dalla catechesi donata nella comunità cristiana, proprio sui punti che caratterizzano la visione cristiana dell’uomo: per esempio, origine e fine dell’uomo, costituzione della persona umana, concetto di libertà.

Dall’altra parte, una recentissima indagine sul rapporto fra religione e vita civile in Emilia-Romagna, Marche e Umbria, alla domanda: «quale è secondo lei il compito più urgente del sistema educativo» (= scuola) il 55,4% ha risposto «formare una personalità libera e responsabile». E alla domanda: «qual è, secondo lei, il compito preminente dell’insegnante?» il 49,6% risponde: «fornire allo studente strumenti per imparare dalle proprie esperienze». Da questi dati mi sembra che emerga che esiste ancora un forte investimento di fiducia educativa nella scuola.

Una conferma di quanto stia a cuore alla gente la questione educativa, l’abbiamo avuta – chiedo scusa del riferimento personale – dal dibattito che è seguito al mio intervento a Villa Pallavicini nell’aprile scorso. Un dibattito cui hanno partecipato tutti i grandi mezzi nazionali della comunicazione sociale.

Un’altra conferma, questa legata alla nostra città, è costituita dal successo che sta riscuotendo il manifesto «Bologna rifà scuola»: un manifesto programmatico.

Queste riflessioni, meglio constatazioni di fatti, mi sembra che giustifichino alcune conclusioni.

Esiste una diffusa «domanda educativa», dalla cui risposta la scuola non può sentirsi estranea.

La «neutralità» della comunità cristiana nei confronti del sistema scolastico sarebbe un errore imperdonabile, anche se sottolineare l’importanza decisiva della scuola non significa ignorare altri soggetti di «messaggi educativi» cui oggi il ragazzo ed il giovane è esposto.

Fatte queste riflessioni di carattere generale, è necessario ora fare un discorso più articolato e preciso, partendo dalla necessaria distinzione fra scuole-istituti educativi della Chiesa e scuole dello Stato.

2.3.1. La scuola della Chiesa ha una sua configurazione ed è chiamata a fare una proposta educativa cristiana. Esistono nella nostra Chiesa scuole cattoliche; sono un grande tesoro che va custodito e sviluppato.

Questo modo di educare mediante lo strumento scolastico, profondamente connaturato alla Chiesa (è stato un santo, il Calasanzio, a istituire la prima scuola popolare gratuita, a Roma nel 1597), non è affatto obsoleto: anzi, nella misura del possibile, va ulteriormente sviluppato.

Esso non ha carattere suppletivo nei confronti di eventuali carenze del sistema scolastico statale, né ancor meno carattere concorrenziale col medesimo. Più semplicemente e profondamente: è la risposta a un bisogno insito nel cuore degli sposi, educare i propri figli secondo una precisa visione della realtà.

Il fatto che nelle scuole della Chiesa si faccia una proposta educativa cristiana non comporta l’esclusione di nessuno: chiunque può accedervi, anche di fede diversa da quella cristiana, consapevole e informato della proposta educativa che verrà fatta.

 

2.3.2. La riflessione sulla scuola dello Stato è più complessa, oggi in modo particolare.

Iniziamo da una presenza che fa esplicitamente riferimento alla Chiesa: l’insegnamento della religione cattolica. Faccio due riflessioni che reputo le più importanti al riguardo.

L’insegnamento è della religione cattolica. Non è l’insegnamento dei valori universali; non è la storia delle religioni; o altro. È una presentazione scolastica della religione cattolica. E questo è – direbbero i logici – l’oggetto materiale. Ma è più importante individuare l’oggetto formale.

L’insegnamento della religione cattolica non è catechesi: non si deve fare catechismo nelle scuole statali; né mira alla conversione delle persone alla fede cristiana. Esso è la comunicazione, il veicolo della conoscenza di una dimensione costitutiva dell’identità del nostro popolo, perché lo è della nostra cultura; comunicazione [ecco l’oggetto formale] fatta in modo da mostrarne l’intrinseca ragionevolezza.

Ma la corresponsabilità nei confronti dell’istituzione scolastica statale da parte della comunità cristiana non può limitarsi all’insegnamento della religione cattolica, ma deve realizzarsi come una vera e propria corresponsabilità nella proposta educativa. Prima di spiegare cosa intendo, devo fare una premessa.

Se non vado errato, vedo oggi due concetti teoricamente molto diversi, e quindi con rilevanza pratica perfino opposta, di laicità (dello Stato). Sono costretto a essere necessariamente schematico.

Laicità significa che nella «polis» e in ogni sua espressione, ogni «visione del mondo» (religiosa o non) è ugualmente libera di proporsi, senza tuttavia negare la storia e la cultura, e quindi l’identità propria di ogni popolo.

Laicità significa che l’ingresso nella «polis» e in ogni suo ambito esige di mettere fra parentesi, di lasciare fuori dalla porta quanto è religiosamente proprio di ciascuno.

Non mi dilungo ulteriormente. Penso che la seconda concezione di laicità sia falsa perché si fonda su una visione astratta della persona umana; perché costituisce obiettivamente una violenza contro la persona; perché conduce a un grave impoverimento della società civile.

Il testo dottrinale di riferimento comunque su questa problematica dev’essere il documento della Congregazione della dottrina della fede su cattolici e politica (24 novembre 2002).

Ritorniamo alla nostra questione. Una vera concezione di laicità consente che nella scuola dello Stato anche la proposta educativa cristiana sia ugualmente libera di proporsi come altre proposte educative.

In che modo? Non vedo altra modalità che attraverso la presenza nella scuola di insegnanti cristianamente preparati; che attraverso la presenza partecipe dei genitori cristiani negli organismi collegiali previsti dalla legge. La crisi dell’associazionismo cattolico ha avuto gravi conseguenze da questo punto di vista, e dovrà essere ricostruito. Grazie a Dio esistono già associazioni di famiglie. Chiedo loro di fare dell’attenzione alla scuola un’attenzione privilegiata.

La pastorale scolastica dunque, all’interno della pastorale giovanile, è di importanza fondamentale in ordine alla scelta pastorale che abbiamo preso per i prossimi anni: la rigenerazione della persona in Cristo.

 


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