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Giornata Nazionale di Studio
Sperimentazione nazionale
sui programmi di religione cattolica
nella prospettiva dell'autonomia scolastica
e di nuovi programmi di religione cattolica.
Il contributo della sperimentazione
"diffusa"
nel secondo anno di sperimentazione.
Il contributo della sperimentazione con alunni disabili
Vico Equense (NA), 20 marzo 2000
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Il contributo della sperimentazione
con alunni disabili
Prof. Don Giuseppe Morante
Pontificia Università Salesiana - Roma
1. Che cosa è "integrazione"
Integrare gli alunni in situazione di disabilità nelle classi scolastiche
ha senso solo se si parte dal presupposto che ogni insegnante è invitato a predisporre
un piano di insegnamento basato su un apprendimento commisurato alle condizioni
dei soggetti. E questo principio didattico vale sia per gli allievi normali
- che così vengono messi nella condizione di essere considerati soggetti attivi
ed al centro del processo didattico -, sia per quelli allievi con disabilità
- che possono in questo modo usufruire di uguali possibilità, sia pure con
la condizione di un apprendimento appunto condizionato dai limiti del proprio
handicap.
L' insegnamento individualizzato è definito come modo di intervento
didattico caratterizzato dal sistematico e flessibile impiego di tecniche scelte
ogni volta per ottimizzare l'apprendimento in funzione delle varianti specifiche
ed individuali dell'allievo.
Come per tutte le discipline, quindi anche per l'IRC, l'integrazione degli
allievi con disabilità in una classe normale suppone che si verifichino le stesse
condizioni: programmi e testi didattici uguali per tutti, resi essenziali a
seconda della capacità di comprensione; coinvolgimento di tutti gli insegnanti
e non solo affidamento all'insegnante di sostegno; preparazione e richiesta
di collaborazione a tutti i compagni di classe in cui sono inseriti questi
allievi con disabilità; facilitazione di attività a seconda delle esigenze
e delle singole necessità.
Non si può parlare di integrazione, vanificando ogni sforzo pedagogico e didattico:
– se si parcheggiano i ragazzi con specifiche difficoltà di apprendimento,
senza coinvolgerli minimamente nel processo comune;
– se si "emarginano" sistematicamente gli alunni con disabilità dalla classe
trattandoli a parte ed affidandoli unicamente all'insegnante di sostegno;
– se, durante la lezione si mette a fianco dell'alunno disabile l'insegnante
di sostegno col solo compito di essere ripetitore o traduttore simultaneo;
– se non si coinvolgono tutti i docenti nel piano individualizzato e non si
responsabilizzano tutti i compagni di classe, che essi stessi possono fare da
mediatori tra il "programma" ed i coetanei in difficoltà.
Si tratta dei principi didattici ormai comunemente acquisiti dalle legislazioni
e dalle circolari ministeriali vigenti, nonché descritti nei manuali della didattica
per l'handicap, che sono certamente strumenti di frontiera; dal momento che
il passaggio dai principi giuridici e pedagogici a quelli pratici applicativi
suppone la messa in opera di processi di cambiamento della mentalità sociale
e culturale, della preparazione specialistica degli insegnanti comuni e di
sostegno, della difficoltà di adattarsi ad ogni tipo di handicap e di soggetto.
Perciò ogni insegnante deve verificare la presenza, nella programmazione educativa
fatta dal Consiglio di classe:
– degli obiettivi educativi specifici per la classe, tenendo presenti gli eventuali
livelli di partenza degli alunni e una possibile scaletta graduale del loro
raggiungimento (con l'individuazione di specifici obiettivi essenzializzati
per gli alunni con disabilità);
– della differenziazione e flessibilità degli obiettivi formativi per gli alunni
della classe ed il rispetto dell'identità personale e socio-culturale;
– delle iniziative didattiche suggerite, indicate, intraprese (come gli interventi
differenziati di sostegno, le attività compensative e di arricchimento, i percorsi
didattici integrativi);
– della differenziazione delle metodologie e delle tecniche didattiche indicate,
adattandole alle diverse situazione degli allievi.
2. Una presupposta e sufficiente conoscenza dei vari tipi di
disabilità
* è noto che una classificazione completa e definitiva delle varie forme
di disadattamento è quasi impossibile, perché i termini usati dagli studiosi
risentono di ipotesi di lavoro e prospettive che emergono da ricerche non sempre
verificate sul tempo. Ne deriva una varietà molto vasta, per cui è necessario
individuare in alcune classificazioni operative la vasta gamma della "diversità",
ma a partire da tre postulati:
– l'educazione religiosa, anche quella richiesta dall'allievo in situazione
di disabilità, è prima di tutto "educazione dell'uomo", perché la religiosità
è una caratteristica squisitamente umana della personalità;
– la rivelazione cristiana insegna che ogni persona, proprio perché "limitata",
è un po' handicappata; motivo per cui l'educazione religiosa "specifica" per
gli allievi con disabilità è valida anche per i normali, fatti salvi gli adattamenti
alle esigenze specifiche delle persone;
– l'educazione religiosa a scuola si deve preoccupare di tutti coloro che hanno
bisogno di essere "normalizzati", "socializzati" e "integrati" a qualsiasi
livello, ma deve dimostrare attenzione particolare per ragazzi e adolescenti
con maggiori difficoltà vitali.
* Fatti salvi questi presupposti, si deve ricordare che esistono delle classificazioni
ufficiali, come quella dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, che cataloga
gli ambiti e le attività in cui l'individuo mostra di avere un deficit di funzionalità;
e quella più pertinente alla nostra scuola del Ministero della Pubblica Istruzione,
la cui tabella indica e descrive la tassonomia delle disabilità più diffuse
tra gli allievi in età scolare, secondo il curricolo "Discipline a carattere
biologico" dei nuovi programmi per i corsi di specializzazione per gli Insegnanti
di sostegno.
Riportiamo brevemente la categorie sottolineate dall'Organizzazione Mondiale
della Sanità soprattutto dal punto di vista medico, descrivendone le diversità
tra categorie concettuali.
– Il concetto di "infermità": viene precisato come perdita o anomalia di strutture
e funzioni di tipo anatomiche, fisiologiche e psicologiche. Ha principalmente
un interesse medico sanitario, ed introduce una riflessione di ordine eziologico,
terapeutico e preventivo. Pertanto non riguarda la situazione specifica dell'insegnamento.
– Il concetto di "handicap": viene inteso come una limitazione o inibizione
dell'autonomia personale o della capacità di relazione. Si connota come una
dimensione "secondaria", nel senso che l'handicap sussiste come tale solo nel
momento in cui vi è una esclusione della normale vita sociale. è quindi il
prodotto dell'organizzazione sociale, che non sa o non vuole rimuovere gli
ostacoli alla integrazione delle persone con qualche disabilità.
– Il concetto di "disabilità": viene descritto come una restrizione o perdita
della capacità di svolgere un'attività nel modo e nelle forme "ritenute normali"
per un essere umano. Bisogna però considerare che le condizioni personali non
si collocano in modo esclusivo in una sola o specifica categoria. Spesso vi
sono casi di disabilità multipla assommandone varie anche nella stessa persona.
Così il grado di ogni disabilità può essere di varia entità: dalle condizioni
più gravi, fino a quelle molto lievi, sostanzialmente in continuum con i soggetti
normali. Non esiste perciò un significativo confine tra persona disabile e persona
normale. Si può anzi riconoscere che la disabilità "non è soltanto evidenza
di una menomazione patologica individuale, ma è anche una espressione della
comune condizione umana, strutturalmente costituita come limite, ferita, ed
esposta al rischio".
Sembra didatticamente più praticabile, per i suoi possibili agganci pedagogici,
relativi anche all'insegnamento della religione cattolica, una classificazione
che sia meno tecnica ma più pratica, per differenziare in quattro aree le varie
categorie di disabilità, offrendone l'interpretazione per un intervento di educazione
religiosa non disgiunto da agganci a carattere psicopedagogico.
1°. Allievi limitati nella capacità di percezione
del messaggio ricevuto, caratterizzati quindi da disabilità nella comunicazione
per difetti sensoriali. Presentano delle difficoltà di accettazione e di ricezione
di stimoli (particolarmente i ciechi ed i sordi), e questo provoca in loro una
formazione di atteggiamenti che portano all'isolamento e alla dipendenza dall'ambiente,
provocati da mancanza di propri liberi movimenti...: con conseguenze egocentriche
e frustranti il proprio senso di libertà; con carenza e povertà di linguaggi;
con scarsità di modi di comunicazione; con dei modi di pensare diversi dagli
altri. Anche quando si trovano con gli altri la loro possibilità di "stare insieme"
non è così agevole e funzionale come i normali. Si riscontra una barriera alla
partecipazione e alla piena integrazione nella classe, che dipende dal limite
della non realizzata relazione interpersonale.
L'educazione religiosa per questi soggetti è sempre possibile. Occorre però
creare un clima comunitario entro cui collocarli ed offrire loro strumenti alternativi
alla parola e alla vista, capaci di permettere di ricevere i necessari messaggi
e farli riesprimere secondo le proprie possibilità.
2°. Allievi limitati nella capacità di elaborazione
del messaggio ricevuto. Sono i soggetti capaci di ricevere stimoli, ma sono
incapaci di elaborarli o di elaborarli in maniera approssimativa. Il loro handicap
fondamentale è la riduzione dell'intelligenza, con poca capacità di comprensione
dei messaggi. A seconda della gravità della deficienza intellettiva si dividono
in sotto categorie: deboli mentali lievi, deboli mentali moderati, deboli mentali
gravi, deboli mentali profondi. Ma vi sono condizioni in cui l'intelligenza
è compromessa soltanto per una sola e specifica funzione (come ad esempio, l'insufficienza
della memoria), e da limiti di inadeguatezza complessiva della stessa intelligenza.
Non vi è dubbio che in questi soggetti vi è anche carenza di comunicazione interpersonale
per difficoltà intrinseche: possono esservi problemi nel linguaggio, nella capacità
di comprendere le ordinarie modalità dei concetti, nella possibilità di mantenere
l'attenzione focalizzata. A volte può anche capitare che la menomazione intellettiva
induce comportamenti che non sono conformi alle regole della convivenza sociale,
rendendo problematico il rapporto interpersonale. In aggiunta a queste difficoltà
esistenziali, è necessario anche riconoscere che essi trovano ostacoli "sotterranei",
ma terribile, alla piena partecipazione ed integrazione scolastica, perché vengono
percepiti come dei "diversi", e in qualche modo "inferiori".
Il percorso educativo, le tappe, i contenuti dell'insegnamento
religioso devono identificarsi in itinerari progressivi, essenzializzati, resi
accessibili, enucleati e trasmessi con linguaggi e metodi appropriati: sentimenti,
gesti, immagini, simboli (musicali, corporei, grafici, pittorici, plastici).
Questi soggetti sentono il linguaggio, ricevono gli stimoli, ma non sono in
grado di capirli sempre o subito. Alcuni capiscono il linguaggio in modo approssimativo
e presentano alcuni tipi di atteggiamenti caratteristici, che così si identificano:
rigidità della personalità (sono portati a fare sempre le stesse cose
anche se ricevono degli stimoli differenti); globalità nel percepire l'affettività
(manifestano quasi sempre un clima di festa, anche in situazioni feriali; il
che é indice di povertà...); cambiamenti improvviso di umore; tendenze biologiche
molto sviluppate; instabilità e labilità di comportamento; espressioni egocentriche;
dipendenza prolungata.
Quanto all'educazione religiosa, è necessario scegliere i contenuti più importanti,
usando dei linguaggi semplici, chiari, lenti; è molto proficuo visualizzare
il linguaggio in modo da interessare altri centri sensoriali; non conviene presentare
il Cristo storico perché non hanno senso di storicità; è necessario ripetere
l'esperienza religiosa in altro ambiente di vita; è utile far scoprire le bellezze
che da soli non riuscirebbero a cogliere; il materiale didattico deve essere
semplice e, proporzionato alla gravità; bisogna scendere all'essenziale; il
comportamento religioso sarà sempre legato ad una persona, non sarà mai certamente
del tutto autonomo.
3°. Allievi limitati nella capacità di ri-espressione
del messaggio percepito-elaborato. Sono i soggetti capaci di ricevere e di elaborare
gli stimoli che ricevono, ma sono incapaci di esprimere il risultato reale di
ciò che hanno ricevuto ed elaborato: sono gli allievi disabili fisici e neuorologici;
cioè della parola e dei disturbi affettivi e gli ammalati cronici.
In questo ambito sono comprese le condizioni di restrizione che confrontano
coloro che ne sono portatori con le molteplici barriere frapposte alla possibilità
di intervenire nelle occasioni di vita comunitaria; e vi devono anche essere
comprese tutte le condizioni di generica disabilitazione fisica: si tratta
di condizioni che possono rendere difficoltosa la partecipazione alle occasioni
della presenza in classe.
La categoria implica possibili meccanismi di emarginazione e di esclusione,
perché questi soggetti manifestano un limite molto più evidente all'esterno.
Questo porta a comprensibili reazioni di scoraggiamento e di chiusura, oppure
ad attivazione più o meno consapevole di risarcimento e di compensazione. Bisogna
considerare anche la realtà delle persone con disabilità motoria associata ad
un livello intellettivo nella norma; in questo caso bisogna tenere conto delle
esigenze personali di conoscenza e relazione, cercando di non mortificarle
con atteggiamenti iperprotettivi o sostitutivo, ma predisponendo le facilitazioni
ed i sussidi necessari.
Per tutti questi soggetto è importante utilizzare un metodo attivo con strumenti
che facilitino la comunicazione e l'apprendimento, come computer, impugnature
speciali, leggi, materiali concreti per sviluppare le possibilità espressive,
il linguaggio grafico e musicale, la drammatizzazione.
I disabili fisici hanno normalmente una normale comprensione delle cose, ma
non accettano la loro immobilità, cadendo spesso in atteggiamenti vittimistici.
Insieme ai soggetti neurologici, manifestano anche reazioni aggressive. Gli
ammalati cronici poi (come i tubercolotici, diabetici...) fondamentalmente
sono egocentrici e manifestano degli atteggiamenti di accettazione degli altri,
ma come autodifesa della propria malattia.
Dal punto di vista dell'educazione religiosa non presentano difficoltà per
la comunicazione del messaggio, anche se bisogna tenere presente l'esigenza
della loro particolare psicologia.
4°. Allievi affetti da disabilità psichiche, vere
e proprie malattie mentali, che costituiscono una realtà molto diversificata,
complessa e di difficile inquadramento. Secondo la prospettiva finora adottata,
i disturbi mentali (rappresentati specie da disturbi della personalità, disturbi
nevrotici come fobie e ossessioni, da disturbi depressivi e da disturbi schizofrenici)
costituiscono innanzitutto delle infermità.
Ci si può domandare allora in che cosa consista la disabilità psichica. Occorre
considerare al riguardo non tanto i sintomi patologici, ma le sue inadeguatezze
in ordine alle normali esigenze di vita psicologica e relazionale. Non vi è
dubbio che questi malati psichici presentano condizioni di disabilità rientranti
anche nelle categorie precedenti, come in quelli delle carenze di autonomia,
di comunicazione, e di efficienza intellettiva.
In più, in modo specifico, la malattia psichica propone la difficile questione
del rapporto tra libertà e responsabilità. In conclusione, si può affermare
che pur nella grande varietà dei disturbi mentali, la patologia psichica implica
in generale una coartazione della persona, che è obbligata a rapportarsi in
modo rigido con il mondo e con se stesso.
3. Alcune caratteristiche della didattica speciale
Anche l'insegnante di religione, come del resto l'insegnante di classe,
deve essere informato sulle difficoltà che l'allievo presenta, sulle sue eventuali
crisi o momenti difficili; deve conoscere i metodi di approccio e con delicatezza
portarli a conoscenza degli allievi; non deve aver paura della disabilità, accogliendo
con fiducia e serenità i ragazzi, senza pretendere ciò che essi non possono
dare. è importante che svolgano l'insegnamento sotto forma di dialogo porgendo
domande semplici e intelligibili, chiare e brevi, e lasciare il tempo per capire
la domanda; ripetere la domanda spesso senza cambiarne i contesti per non confondere,
aspettando in silenzio la risposta. Come per le altre disabilità, è utile un
metodo di insegnamento attivo, esperienziale, che utilizzi vari tipi di linguaggi
per favorire l'espressività, la comunicazione e l'interiorizzazione dei messaggi.
La didattica "speciale" abbraccia un campo molto ampio dell'insegnamento- apprendimento,
perché include gli aspetti che il danno fisiologico complica, più che semplificare.
Perciò per gli allievi disabili è necessario considerare anche il tipo e la
gravità del deficit, l'età e le caratteristiche soggettive, per avere un quadro
di intervento specifico.
L'insegnante non deve partire da zero. Può trovare un punto importante di partenza
per la propria programmazione didattica nella "diagnosi funzionale". Si tratta
di una scheda che l'équipe medico-psico- pedagogica è incaricata di offrire
su richiesta delle autorità scolastiche. Lo strumento precisa il tipo di disabilit,
ne descrive i limiti e le possibilità, ne indica le prospettive di intervento
sia a carattere riabilitativo che come possibilità di apprendimento in generale.
Relativamente all'apprendimento scolastico, rimane importante che ogni intervento
poi sia svolto precocemente, nel periodo in cui lo sviluppo offre una facilitazione
naturale più plastica, cioè quando offre maggiori garanzie di riuscita o almeno
di esito più sicuro. Perciò, ogni qualvolta si prende in esame un caso, bisogna
tenere presente il tipo di disabilità, l'età del soggetto, la gravità del danno
subito, le potenzialità residue, le caratteristiche soggettive.
Il quadro va tenuto presente come utile riferimento al fine di selezionare le
possibilità di intervento didattico-curricolare. Ogni intervento, quindi, va
svolto tenendo presente sia la tipologia differenziata delle disabilità che
il quadro di riferimento differenziato.
Per valorizzare utilmente sia la tipologia che il quadro differenziato d'intervento
è necessario considerare alcuni "livelli" di potenzialità residue che, a loro
volta, possono offrire possibilità di intervento sia sul piano della metodologia
(sussidi, materiali, attività), che su quello della didattica quotidiana.
In modo generalizzato, ma non grossolano, si potrebbero indicare almeno quattro
"livelli di possibilità d'intervento":
- il primo doveroso intervento va diretto verso chi ha delle potenzialità
residue buone, sia sul piano della motricità, che del linguaggio e del pensiero.
Si tratta cioè di soggetti che possono aver subito dei danni cerebrali localizzati,
non gravi, tali comunque da non alterare i campi delle proprie esperienze,
se non in forma lieve. In questo primo livello è possibile far rientrare anche
tanti casi di sottocultura, di disagio ambientale e di problematiche familiari
e sociali che hanno inciso sullo sviluppo e sul rendimento dei soggetto, ma
non ancora sulle strutture organiche;
- il secondo livello comprende i casi di disabilità motoria di media gravità,
come alcuni casi di cerebrolesi, in particolare i discinetici (spastici) e
i miopatici, con potenzialità residue relative alla gravità del danno, ma
ricuperabili con sussidi metodologici appropriati. Si tratta di un livello
che andrebbe considerato con l'occhio volto a superare la visione della situazione
del momento, apparentemente compromessa in modo irrimediabile, per cogliere
quella futura del ricupero delle risorse potenziali;
- il terzo livello comprende i casi in cui la menomazione è soprattutto di
tipo mentale, oltre che (eventualmente) motoria. Rientrano in questo quadro
i trisomici e coloro che, per varie diverse ragioni, hanno subito alterazioni
intellettive che non consentono aspettative di un possibile successo in un
prossimo futuro. Va aggiunto però che vi sono casi in cui la trisomia si presenta
in forma solo apparentemente grave, per cui le potenzialità esistenti permettono
un lavoro che può dare con il tempo degli ottimi risultati;
- il quarto livello è quello didatticamente più basso: in questo quadro potrebbero
essere inseriti i "gravi". Si tratta di soggetti il cui danno (di tipo generalmente
genetico) non offre che poche garanzie di parziale successo, per cui ricevono
più sostegno dal rapporto emotivo e sociale che la scuola può offrire, che
dai sussidi didattici.
Con ciò non si vuole negare che questi ultimi possano anche essere utili, ma
si vuole dire che il maggior contributo può derivare loro dalla dimensione sociale.
In questi casi si dovrebbe parlare della scuola come "ambiente" formativo, più
che di una "agenzia" che trasmette nozioni culturali.
4. Criteri di essenzializzazione del messaggio (e del testo didattico)
Il testo di religione adottato nella classe deve costituire anche per gli
alunni con limiti di comprensione e varie disabilità un elemento qualificante
per l'integrazione scolastica, a condizione che da ogni nucleo tematico, o da
ogni argomento, o da ogni capitolo, o da ogni matrice progettuale, si possa
arrivare ad una sua essenzializzazione, recepibile da ciascuno secondo la propria
capacità di comprensione.
Sull'unità didattica del libro di testo, perciò, si deve fare un'operazione
progressiva che deve rispettare i seguenti passaggi:
- fare l'analisi del testo: l'idea principale, i concetti-chiave, i
fatti riferibili alla conoscenza diretta degli allievi, gli elementi e i termini
di maggiore difficoltà presenti nel testo...;
- sottolineare il testo mettendo in evidenza i contenuti più significativi
da ricordare, perché più importanti in una scaletta di priorità;
- ristrutturare il capitolo, riducendolo ad uno schema più semplice;
- riportare l'essenziale dei contenuti con i linguaggi simmetrici-speculari:
quello scritto (una frase sintetica) e quello figurato (un disegno rappresentativo).
Si ritiene che lavorare in questo modo sui capitoli o unità o
argomenti o matrici progettuali dei libri di testo si possa arrivare a comprendere
il messaggio a diversi livelli di profondità, secondo le esigenze comprensive
dei ragazzi e le loro diversità. Così non si riduce il messaggio, ma lo si rende
essenziale, rispettando sia il messaggio che il ragazzo, senza fare torto a
nessuno.

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