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prof.ssa Gioia Lanzi

Il pellegrinaggio

Serie di relazioni tenute per un Corso di Aggiornamento per Insegnanti di Religione della scuola primaria dell'Arcidiocesi di Bologna

Bologna, settembre 1999


(È possibile scaricare in versione originale, completa di note, la prima parte e la seconda parte dell'intero intervento.)





Il pellegrinaggio, gesto simbolico universale.
Ci sono gesti sempre presenti. Sono testimonianza di qualche cosa che perdura e segna stabilmente l'ambiente naturale e culturale in cui l'uomo vive: una visione del mondo che viene affermata, sostenuta e trasmessa di generazione in generazione come irrinunciabile patrimonio.
Chi li comprende, sente di comprendere di più profondamente sé stesso e gli altri.
Tali gesti e i loro segni hanno attraversato tutta la storia dell'uomo, come simboli di una realtà più vera di quella materiale, e testimoniano come nel rapporto con l'Infinito, l'uomo abbia cercato e trovato quella completezza di sé che dà senso, cioè meta e fine, alla sua vita, e, sola, gli consente di vivere. Essi rimandano al linguaggio simbolico universale per mezzo del quale l'uomo esprime da sempre la sua concezione di sé, della sua origine e del suo destino, dell'origine e del destino del mondo nonché, in esso, del compito dell'uomo.
Tra questi gesti, ecco il viaggio.
L'uomo é stato prima nomade che sedentario, e lo è stato per molto più tempo, quasi ad esprimere così facendo l'insopprimibile e inesaudibile nostalgia di un paradiso, di un luogo di pace con Dio, di una armonia felice e perduta. Anche oggi gli uomini sono in continuo movimento: il viaggio è metafora della vita stessa- è esperienza insieme esteriore e interiore, costituita da una inscindibile commistione di materiale e di spirituale.
In questo suo continuo spostarsi, quale che ne sia il motivo occasionale, l'uomo "viator" si trova coinvolto in incontri che si collocano precisamente nello spazio e nel tempo: sono cioè incontri sia con il presente che con il passato, attraverso le opere che restano a testimoniare l'azione dell'uomo che ha costruito città, templi e chiese, la sua dimora infine, e li ha riempiti di bellezza, come immagine del suo rapportarsi a Dio, quale che fosse il nome che gli dava.
Ma quanti, viaggiando, si accorgono di ciò?

I pellegrini / prima differenza.
Chi viaggia per diporto vuole -o crede di volere- genericamente divertirsi e o riposarsi: interrogato, ammette di voler divertirsi o riposarsi per ritrovare, dice, una forma perduta con la fatica del lavoro: viaggia dunque per ritrovare sé stesso, e le diverse modalità del viaggio altro non sono che gli strumenti che ritiene opportuno usare appunto per "ritrovarsi", per reintegrarsi nella situazione perduta.
Anche il pellegrino vuol ritrovarsi: diverso e' lo strumento scelto per ottenere lo stesso risultato, e la consapevolezza che ne ha.
I pellegrini invece sono coloro in cui la nostalgia del paradiso prende coscienza di se', e si indirizza alla ricerca dei luoghi e dei momenti in cui Dio si e' fatto piu' vicino agli uomini, si e' manifestato con prodigi, e gli uomini lo hanno ascoltato e hanno lasciato segni del loro ascolto.

I pellegrini / seconda differenza.
Presso le altre religioni troviamo i precedenti storici del pellegrino cristiano.
Troviamo cioè lo stesso gesto, di recarsi dove il sacro si è manifestato, dove si è data una ierofania, che può essersi espressa sia da un prodigio, sia da una diffusa "terribilità" del luogo.
La caratteristica delle mete dei pellegrini cristiani è la "concretezza".
Sono concrete le reliquie e i miracoli, come sono concrete l'Eucaristia che nei santuari si celebra e si custodisce e la presenza fisica del popolo cristiano là radunato a diverso titolo e con diversi ruoli.

Santuari per gli uomini e le nazioni.
Si sottolinea che il pellegrinaggio è l'aspetto esteriore, il mezzo, di un'ascesi interiore, che conduce il fedele a distaccarsi dal mondo per conquistare Cristo: il pellegrinaggio viene imposto come penitenza dei peccati, il legame del pellegrino con la comunità si accentua, mentre si moltiplicano i santuari a cui si reca.
I santuari si moltiplicano, e moltiplicano i legami tra coloro che vi si recano, diventano centri di vita civile, santuari delle Nazioni. Intorno ad essi prende forme la nuova vita, nata dall'incontro tra la latinità, i nuovi popoli che percorrono l'Europa e lo slancio evangelizzatore che richiama a un unico fondamento della vita le genti piú diverse , che rispondono in diversi modi.
Sorgono così l'Abbazia di Santa Fede a Conques, la Cattedrale di Santiago de Compostela, la chiesa di Santa Maddalena a Vézèlay, di San Martino a Tours, si venera San Nicola a Mira e poi a Bari, San Michele nel Gargano è la tappa ultima prima di salpare per la Terra Santa. Pellegrinaggi a vastissimo raggio o a raggio locale percorrono tutta Europa. E non bisogna dimenticare il piú domestico pellegrinaggio alla ricostruzione del Luoghi Santi, la "Nuove Gerusalemme' che offrivano ai pellegrini la possibilità di seguire i passi di Gesù senza andare in Terra Santa.
Si moltiplicano i pellegrinaggi e le opere ad essi connesse: da un santuario ne nasce un altro, un santuario rimanda a un altro, così che il pellegrino non è mai alla meta finale -che infatti è il Cielo- ma da ogni meta riceva un suggerimento, conosce un altro santo, cui sente di dover andare.
Intanto santuari e cattedrali riempiono l'Europa, lungo le vie si formano città e paesi, si definiscono scambi e collegamenti culturali: l'Europa diventa sinonimo di "Christianitas", dove non c'è opera umana che in qualche modo, interamente o collateralmente, non si colleghi o non sia frutto del cristianesimo.
Nel tempo, Dio non ha cessato di manifestarsi, e ha moltiplicato i suoi interventi: si è manifestato per il tramite di miracoli concessi a chi invocava Maria intercedente davanti a immagini che sono divenute il cuore di grandiosi Santuari; ha invitato gli uomini a costruire luoghi sacri indicando con precisione il punto preciso, quando immagini di maggiore o minor pregio si sono rifiutate di lasciare l'albero cui erano appese o la roccia su cui stavano.
La Vergine si è coinvolta sovente, scegliendo testimoni privilegiati e umili, capaci di comunicare i suoi messaggi.
Si va così a Czestochowa e a Lourdes e Fatima, come agli innumervoli santuari mariani che in Italia e nel mondo sono la testimonianza di una storia continuamente intessuta del dialogo di Dio con gli uomini.
Ogni terra ha il suo santuario, cui si va in pellegrinaggio, per trovare il senso della vita e il proprio volto. Specchi di nazioni e di uomini, i santuari lontani e quelli vicini, i piú noti come quelli sconosciuti ai piú, offrono agli uomini il paradiso, lontano e vicino a un tempo, riservato agli eletti e offerto a tutti.

Il compito.
Quelle che i viaggiatori di oggi guardano col libretto in mano -chiacchierando di stili senza sapere che gli stili esprimono la concezione della Chiesa, cioè ciò che si pensa sia la Chiesa, e distratti sovente da una guida erudita e distratta che presenta con uguale competenza artistica e indifferenza culturale il Palazzo della Signoria e l'Annunciazione di Simone Martini- sono le stesse cose che i pellegrini visitavano con devozione, trovando in esse testimonianza e conferma della propria fede.
Colmi di stupore, traevano dall'incontro con i segni di Dio le indicazioni per la vita.
I pellegrini sono oggi coloro che hanno mantenuto viva la consapevolezza della dimensione storica e culturale della fede, e testimoniano, nell'epoca della dimenticanza, la possibilità di conservare viva la memoria, di aver coscienza di una meta, di un destino, di una positività infine di tutta l'esistenza, che non è generico vagare, ma camminare verso la casa del Padre, al luogo della pace la cui nostalgia si presenta oggi in tanti modi disperati e incompresi.
La consapevolezza apre dunque lo spazio di un compito, perché quanto di arte e meraviglie si incontra nel viaggio diventi, secondo il suo primitivo scopo, strumento di annuncio e di evangelizzazione e sia ricondotto alla sua natura di testimonianza.
Così sarà chiara la destinazione ultima, come suggerisce Pietro il Venerabile, abate di Cluny, che svela la natura del pellegrinaggio: "Se è bello visitare Gerusalemme `dove si sono arrestati i piedi del Maestro', è meglio, è molto meglio aspirare al cielo dove lo si potrà contemplare direttamente".
Il pellegrinaggio cristiano presenta un caratteristica che, per quel che è dato sapere e almeno con certezza per l’Occidente, è nuova ed unica.
Non va dimenticato che, se il luogo sacro santificava, per accedervi era necessario stare ad una ritualità che aveva lo scopo di preparare, rendere degno e puro il pellegrino.
Ora, il pellegrini cristiano, prima di accedere alla meta principale, si avvicinava molti altri luoghi santi: almeno ai primi, il suo cammino di perfezione era ancora da compiere.
La genialità del cristianesimo sta nell’aver assunto anche il cammino all’interno del luogo santo, per cui il percorso, che pure abbisogna di una materialità che si svolge nel tempo, è come tutto già realizzato nell’intenzione, e il frutto della purificazione è conseguito: come ben risulta interpretando proprio le bolle giubilari, in cui l’indulgenza in definitiva si ottiene, se di fatto impediti a compiere tutte le prescrizioni cui pure si vorrebbe ottemperare, anche solo avendo iniziato il viaggio, anche solo, si direbbe quasi, avendone di cuore l’intenzione, come risulta evidente nelle prescrizioni per gli ultimi Giubilei ordinari e straordinari.
Il pellegrinaggio è un gesto collettivo ma nasce da una decisione personale
Questo inizia già con le bolle di chiusure del Giubileo 1300.
Molti di questi luoghi sono stati canonicamente eretti e hanno ricevuto ufficialmente il titolo e i privilegi connessi; per altri non esiste un riconoscimento ufficiale, ma solo la devozione del popolo di Dio e una solida tradizione fanno si' che vengano chiamati tali; in alcuni casi poi, la devozione e' riservata a una particolare immagine all'interno di una chiesa, e possiamo parlare di `altare santuariale': il fenomeno si presenta con manifestazioni diverse, tutte ugualmente significative.

Il sacro
Quando parliamo di sacro possiamo distinguere un sacro precristiano, proprio di tutte le religioni, e un sacro cristiano, proprio del tempo inaugurato da Gesù Cristo, il regime messianico.
Dalle origine dell’umanità è testimoniata l’esperienza di una realtà suprema e trascendente, definibile per negazione (ineffabile, infinita, eccetera) e per totalità (onnisciente, onnipotente, eccetera) e, soprattutto, conoscibile e incontrabile perché volontariamente si manifesta (nel cosmo in genere come in rivelazioni personali). Tale realtà, si indica col termine Sacro: da esso tutto dipende, esso solo realmente esiste e possiede la pienezza della vita, mentre l’uomo e tutto l’universo non la possiedono: infatti nella morte vengono meno e sembrano perdere il loro senso.
E’ proprio manifestandosi che il sacro rende vivibile il mondo: indicandone l’origine e il destino lo sottrae all’insignificanza. Per tutto questo, l’uomo, con vari gradi consapevolezza, sperimenta il desiderio del sacro, e cerca continuamente il contatto con ciò che lo manifesta o lo rende accessibile.
L’uomo, che dalle sue origini riconosce la presenza del sacro e il suo dipendenza da esso, dalle sue origini è dunque homo religiosus.
Il sacro nel tempo si è manifestato come potenza trascendente: necessaria, e pure misteriosa, tremenda, affascinante e impersonale. I monti, le acque e le sorgenti; la luce, il sole, i fulmini e i tuoni; la bellezza e, per contro, l’orrore di alcuni luoghi: queste alcune delle manifestazioni tipiche del sacro. Tra esse, come vedremo, fondamentale è quella del cielo.
Ma ci sono stati uomini cui questa potenza si è manifestata come persona: gli Ebrei dunque sono stati scelti per un dialogo unico, che avviava una salvezza definitiva.
Ci sono state dunque nel tempo ierofanie, manifestazioni del sacro tramite simboli primordiali e cosmici, e teofanie, manifestazioni in cui Dio stesso si è reso presente e si è rivelato. Parliamo quindi di sacro come di ciò che è percepito come Altro da sé, dal quale si dipende, necessario alla vita umana, col quale si tenta di entrare in contatto e che si manifesta come potenza, mistero, ineffabilità; parliamo di divino, di santo, come di quanto attinente alla precisa manifestazione di Dio da persona a persona.
A coronamento di questa storia, Dio, io sono, come si qualificò a Mosè, si è reso incontrabile e partecipabile in Gesù Cristo.
Il sacro delle antiche religioni, di una religione che consiste essenzialmente in una “messa in disparte” e comporta la contrapposizione sacro/profano, viene superato, perché, nella partecipazione a Cristo, tutto è santificabile.
Santificabile, non già santo: la nostra via si situa tra un paradiso che fu armonia e un regno escatologico che sarà di nuovo armonia. Tra questi due poli, si pone la vita attuale della Chiesa, la nostra vita, con tutto il suo bisogno di segni e simboli che esprimano la progressiva consacrazione della realtà terrene a Dio.
Gesù Cristo, Figlio di Dio, vero Dio e vero uomo, è nell’Eucaristia realmente corporalmente presente: tutto il sacro cristiano non è comprensibile se non alla luce di questo sacro “sostanziale”, da cui è contagiato e modificato.
Anche, e in modo particolare, il sacro che si ricerca nei pellegrinaggi.

Il linguaggio simbolico
L’uomo ha espresso la sua concezione di sé e il suo rapporto col sacro per mezzo di segni e gesti che appartengono al linguaggio simbolico, che per sua natura, se ben considerato, è concretissimo e basato su esperienze, dirette, materiali.
In questo linguaggio troviamo i grandi segni primordiali:
la volta celeste, il sole, le acque, le pietre sacre, la terra, la vegetazione, lo spazio sacro, il tempo sacro, l’aria;
e i grandi gesti: la costruzione della casa, della città, del tempio, il passaggio, il viaggio/pellegrinaggio.
Questi segni e gesti hanno attraversato tutta la storia dell’uomo, come simboli di una realtà più vera di quella materiale, testimonianza di un rapporto col Mistero.
Caratteristica del simbolo è di nascere dalla realtà e non dalla sua interpretazione: un simbolo è tale per le sue intrinseche qualità: “Il simbolo è un significante concreto e sensibile che suggerisce il significato e lo svela in trasparenza”: per questo, perché è dato, e precede ogni umano ragionamento, il simbolo stesso può essere inteso come una ierofania, e i simboli -segni, cioè cose, o gesti che siano sono come il limite in cui sacro e umano si incontrano.

Il desiderio e la meta
È la consapevole ricerca di una meta che distingue il pellegrinaggio dagli altri viaggi: e la meta è sempre luogo di una manifestazione del sacro e del divino. Un luogo in cui il cielo si è reso incontrabile.
Ci sono infatti tali luoghi e fin dalle origini l’uomo ha percepito lo spazio in cui si svolgeva la sua vita come non omogeneo. L’esistenza di “settori dello spazio qualitativamente differenti tra loro” è stata per l’uomo esperienza primordiale ed elementare, “paragonabile ad una fondazione del mondo” e anteriore a qualunque riflessione sullo stesso”. Ciò che interrompe l’omogeneità dello spazio è la rivelazione di una realtà assoluta, il sacro appunto, che rivelando sé stessa come tale evidenzia anche lo spazio rimanente come non reale, confuso, ostile.
L’uomo dunque è mosso dal desiderio di trovarsi in tali luoghi, dove risiede la realtà assoluta, la sorgente della vita, il cuore del mondo: intorno tutto è ostilità, irrealtà e disordine.
Qui si supera la condizione umana e si recupera quella divina: il che è, come conferma Eliade, “quello che un cristiano direbbe: il desiderio di recuperare la condizione dell’uomo anteriore al peccato originale”, quando viveva in piena armonia col Creatore e le altre creature.

La ricerca di un centro.
In questi luoghi Cielo e Terra si incontrano, e si realizza un’apertura verso l’alto o verso il basso (le regioni inferiori, sotterranee, il mondo dei morti): tale comunicazione è espressa in molte immagini: pilastro, scala, montagna, albero, liana, pietra. Tali immagini sono tutte identificabili con l’immagine del palo cosmico, l’Axis mundi, Asse del mondo, che collega Cielo, Terra e regioni inferiori. Intorno all’Axis si stende l’universo, percepito (in base alle osservazioni sensibili) sempre come sferico e rappresentato quindi sempre in un globo. L’Axis è il centro del mondo, è l’ombelico della terra.
Ognuno di questi luoghi è un Centro: in essi è possibile accedere al Cielo, attingere il sacro, la pienezza della vita e della realtà.
“L’accesso al centro equivale a una consacrazione, a un’iniziazione per la quale all’esistenza di ieri, profana e illusoria, succede una nuova vita, reale, duratura ed efficace”: questo è l’effetto del contatto con lo spazio sacro.
Il desiderio di questi luoghi assume la forma di una ricerca, la ricerca del Centro, alla quale ogni altra ricerca, in qualsiasi altra forma, può essere per analogia assimilata.
Per comprendere questa forma, dobbiamo alzare gli occhi al cielo, e cogliere le fondamentali relazioni tra lo spazio terreno e il cielo.
“Il cielo -scrive M.Eliade- rivela direttamente la sua trascendenza Il cielo rivela direttamente la sua trascendenza, la sua forza e la sua sacralità. La contemplazione della volta celeste, da sola, suscita nella coscienza primitiva un'esperienza religiosa...... La categoria trascendente dell'"altezza", del sopraterrestre, dell'infinito, si rivela all'uomo intero, alla sua intelligenza non meno che alla sua anima. Il simbolismo è un dato immediato della coscienza totale... queste scoperte primordiali sono legate al suo dramma in modo tanto organico che lo stesso simbolismo determina sia l'attività del suo subcosciente, sia le più nobili espressioni della sua vita spirituale. ... Il cielo “simboleggia" la trascendenza, la forza, l'immutabilità, semplicemente con la sua esistenza. Esiste perché è alto, infinito, immutabile, potente."
Nelle religioni troviamo inoltre, insieme a spazi sacri a motivo di una ierofania, spazi che l’uomo, attraverso ha consacrato una opportuna ritualità, così che per essa può ripetere in ogni città e in ogni casa la ierofania primordiale del cielo.
Disegnando il cielo sulla terra, l’uomo costruisce luoghi sacri, in cui la sua vita si può svolgere in piena armonia col cielo stesso.
Nell’immagine del cielo si congiungono il desiderio dell’uomo e la presenza del sacro. L’immagine della volta celeste notturna e diurna segna dunque ogni espressione dell’uomo, e in particolare la sua ricerca del sacro.
Guardiamola dunque: il cielo, di giorno ha al suo centro il sole che porta vita; nella notte, solcato dalle stelle, è la cupola che sovrasta la vita umana, al cui cuore la stella polare sta immobile, mentre tutto le ruota attorno. Come non ricordare il motto certosino: stat Crux, dum volvitur orbis e la felicissima e ineguagliata espressione con cui Giovanni Paolo II iniziò la sua prima enciclica: “Il Redentore dell’uomo, Gesù Cristo, è centro del cosmo e della storia”. Come non ricordare anche il cielo splendente nella notte del Mausoleo di Galla Placidia, dove l’identità tra la Croce e la stella polare è svelata?
Il cielo, dunque, e nel cielo il suo centro, è la meta dell’uomo.

I doppioni del centro
Proprio perché si tratta di un superamento della condizione umana, tutta una serie di miti, simboli e rituali connessi al centro evidenzia le difficoltà di accedervi, essendo esso raggiungibile solo a prezzo di prove ed eroismi; per contro però, un’altra serie afferma nettamente che non solo il centro è accessibile, ma che esistono molti centri, doppioni per così dire, e in tal modo accedere al Centro diviene possibile se non facile.
E’ sacra, è un Centro, la montagna su cui il sacro si è manifestato, ma ogni città, casa, edificio sacro, è un centro, a condizione che sia stato costruito secondo regole definite e volte e ripetere sulla terra i segni del cielo.
C’è dunque come una contraddizione: il Centro è inaccessibile/ci sono molti Centri. A ciò corrispondono due tradizioni apparentemente opposte: per l’una, l’uomo deve trovarsi facilmente al “Centro del Mondo”, per l’altra l’uomo può raggiungerlo solo dopo prove e difficoltà il cui superamento lo rende meritevole.
Abbiamo detto che queste tradizioni sono apparentemente opposte: infatti, esse sono come la profezia, nelle religioni dell’umanità, di quella misericordia divina che si fa incontro alla pochezza della creatura, e le fornisce strumenti di salvezza sempre più efficaci, che l’aiutano là dove non potrebbe mai riuscire, come disse Gesù ai discepoli che l’interrogavano sbigottiti:”“E chi mai si può salvare?”. Ma Gesù, guardandoli, disse:“Impossibile presso gli uomini, ma non presso Dio! Perché tutto è possibile presso Dio”” (Mc 10,26-27).
Questi centri nei quali il sacro si è manifestato, sedi di ierofanie di ogni tipo, sono i santuari, che costituiscono le mete dei pellegrinaggi: sono luoghi cioè in cui il sacro si è manifestato.
N.B.Il fatto stesso che si manifesti, anche in modo apparentemente impersonale, dichiara invece che il sacro, anche quando non ci se ne rende conto, è sempre persona, perché è proprio della persona la libertà manifestarsi o di non manifestarsi.

I centri del sacro nel tempo dell’Alleanza: i pellegrinaggi nell’Antico Testamento
Se nelle religioni dell’umanità si ricercavano i luoghi delle ierofanie, e queste erano spesso manifestazioni per cui si diceva: "questo è un luogo santo, un santuario", la ierofania nel tempo di Gesù Cristo e' sempre legata a Lui, alla sua persona fisica.
Lo è per i luoghi in cui ha vissuto; per le persone fisiche che lo hanno conosciuto e seguito, e hanno poi testimoniato col sangue la Sua resurrezione e il suo "essere con loro" fino alla fine del mondo; per i miracoli storicamente identificabili che hanno concretamente manifestato la potenza di Dio.
Furono gli Ebrei a inaugurare questa peculiarità, visitando i luoghi della vocazione.
Gli Ebrei sono un popolo che prende il nome e lo stato dalla chiamata personale e storica di Jahvé ad Abramo.
Tutto comincia con Abramo, il beduino chiamato da Jahvé: la sua famiglia si era già mossa verso Canaan, e aveva interrotto tale viaggio a Carran, dove si era stabilita.
Jahvé chiamò Abramo, staccandolo dalla parentela e rimettendolo in cammino verso la loro primitiva meta.Il primo luogo dove Dio ferma Abramo è Sichem, nella terra di Canaan, che diverrà una delle prime e più antiche mete di pellegrinaggio degli Ebrei: qui Dio apparve ad Abramo, e promise di dare quella terra alla discendenza di Abramo.
Sichem,luogo della prima apparizione di Jahvé, dove Abramo eresse un altare, è una delle prime mete di pellegrinaggio degli Ebrei.
Poi Jahvé confermò la sua promessa davanti al cielo e la ripeté nel paese di Canaan, dove Abramo sostò alle Querce di Mamre, in Ebron, ed anche qui eresse un altare.Qui Abramo venne visitato dai tre Angeli, figura della Trinità, e del compimento della promessa: Abramo concepì un figlio da Sara, e il nome fu indicato da Dio stesso.
Bersabea è il luogo in cui il Signore apparve a Isacco e si fece riconoscere come il Dio di Abramo, suo padre, promettendogli benedizione e numerosa discendenza.
Altra meta ebraica era Betel: anche qui l'iniziativa fu di Dio,che apparve a Giacobbe. Fermatosi per passare la notte, questi aveva preso per cuscino una delle pietre del luogo: ebbe il sogno della scala che, poggiata sulla terra, toccava il cielo ed era percorsa angeli: “Ed ecco il Signore gli stava davanti” promettendoli che l'avrebbe seguito ovunque e gli avrebbe poi dato quel paese. Svegliatosi, Giacobbe esclamò:
““Veramente Jahvè è in questo luogo e io non lo sapevo!”.Poi ebbe timore e disse:“Come è terribile questo luogo! Questa è proprio la casa di Dio e questa è la porta del cielo”. Si alzò, prese la pietra che gli era servita come sostegno al capo, la rizzò come una stele.”
Gerusalemme, il luogo dove Salomone edificò il suo tempio per il Signore, è il "territorio di Moria" dove Isacco fu sostituito dal capro per il sacrificio: divenne il luogo santo per eccellenza.
Nell'A.T. troviamo dunque che il luogo santo è definito dall'iniziativa di Dio, dalla memoria di un preciso avvenimento della storia, dal permanere dell'iniziativa di Dio nella ritualità.
Dopo l'Incarnazione, il gesto del pellegrinaggio si afferma e ripropone riassumendo i caratteri dei pellegrinaggi precedenti, e portando come a compimento quanto nell'A.T. si abbozzava.

I centri del sacro nel tempo dell’incarnazione
Il luogo per eccellenza dove il sacro e l’umano si sono incontrati, è la persona di Gesù Cristo, e la sua croce innalzata è il vero palo cosmico, la vera Axis mundi, della quale tutte le altre non sono che profezie e desiderio. Il tempo(regime) messianico è il (tempo)regime dell’incarnazione, il tempo nel quale il divino e l’umano si sono uniti in Gesù Cristo, che è quindi il centro del sacro. Dopo di Lui, tutto quanto partecipa alla sua vita, e nella misura in cui partecipa alla sua vita, è luogo di incontro con Lui: e chi lo ha conosciuto non cerca più una impersonale manifestazione del sacro, ma i segni nel mondo della sua presenza. Questi segni non sono più solo monti o fonti, o luoghi di una memoria, ma anche le persone stesse che hanno seguito Cristo e lo hanno testimoniato: luoghi, oggetti, e soprattutto persone portano il segno della vita di Cristo e fanno memoria sulla terra.
Il pellegrinaggio dei cristiani è per rinnovare un incontro, per andare dove c'è una memoria storica dove persone in spazi e tempi storici hanno vissuto e testimoniato la fede fino al sangue, lasciando una concreta memoria di sé nelle proprie spoglie terrene. I pellegrini cercano un incontro reale con un fatto storico, con un avvenimento attuale, non solo con un ricordo: memoria, ma vivente.
Nei luoghi dove Cristo è vissuto le pietre stesse sono memoria della sua presenza, e i cristiani iniziarono a recarvisi per mettere materialmente i piedi là Lui li aveva posti. Non per le pietre si muovevano, ma perché le pietre erano state toccate dai suoi piedi. E’ cominciata da lì la consacrazione delle realtà terrene, il fenomeno per cui la presenza di Cristo è annunciata da ogni cosa. E’ proprio del tempo dell’incarnazione, che è un fatto fisico e concreto, che le cose stesse, le pietre, diventino annuncio e richiamo alla presenza di Cristo e di quanti lo hanno imitato e testimoniato.
E dopo la Terra detta appunto Santa, iniziarono a cercare, come luoghi in cui facilmente si percepiva la Sua presenza, i luoghi del sacrifico e della sepoltura dei martiri.
Quanto più nel tempo della storia il cristianesimo si diffuse, e ci furono uomini che testimoniarono in diversi modi Gesù Cristo, tanto più si moltiplicarono i luoghi che vennero considerati santuari, perché nella memoria dei martiri e dei santi si rendeva più vivamente incontrabile Cristo.
I luoghi dove si custodiscono le reliquie degli apostoli sono divennero santuari e mete di pellegrinaggi. Inoltre il Signore non mancò di continuare a manifestarsi ancora direttamente, scegliendo suoi particolari testimoni, cui parlò o cui inviò la propria Madre, nei modi più diversi. Molti luoghi ancora divennero santuari per prodigi che, legati a immagini sacre, manifestarono la potenza di Dio.
Tre sono le modalità della presenza che richiama i pellegrini.
La prima è costituito dalle reliquie e dai prodigi: è per iniziativa di Dio che le reliquie si trovano -magari al termine di lunghe peripezie- in un luogo invece che in un altro, e iniziativa di Dio sono i prodigi e le apparizioni.
La seconda è la presenza eucaristica, la quale è per altro comune a tutte le chiese: Cristo è realmente incontrabile nell’Eucaristia, cibo per l’uomo attraverso la bocca e gli occhi (nell’adorazione eucaristica: manducare per oculos).
La terza modalità della presenza di Cristo nei santuari, ahimè spesso neppure presa in considerazione, è quella del Suo corpo mistico, la Chiesa, clero e fedeli insieme, dovunque siano. Ricordiamo le efficaci parole di un etnologo, Paolo Toschi: “Non è chiesa soltanto quella che la facciata, i fianchi, l’abside racchiudono, ma giunge sino all’ultima casa dove giunge la processione, più lontano, dove si trova l’ultimo fedele”
Anche questo tipo di presenza è comune a tutte le chiese, ma nei santuari diviene particolare e splendidamente eloquente.
Caratteristica di tutte e tre le modalità, è la concretezza: concrete sono le reliquie, concreta è l’Eucaristia, concrete sono le persone.
Una nota
Prima e dopo Cristo, è l’afflusso dei pellegrini che rende identificabile il santuario, come si deduce anche dal Diritto Canonico. E’ quindi dal fatto che gli uomini riconoscano una presenza e le rendano testimonianza accorrendo ad essa che si coglie se un luogo è o no un santuario, cioè se in esso in qualche modo si trova un di più che esprime una particolare iniziativa divina.

Tradizione e iniziativa del popolo di Dio.
Anche se si hanno cronache di grandi afflussi a Roma in anni precedenti il 1300 , il primo Giubileo romano “ufficiale” è quello indetto da Bonifacio VIII, del quale ci tramanda la cronaca il Cardinale diacono Jacopo Gaetano Stefaneschi nel suo De centesimo seu Jubileo anno liber.
Il Giubileo è un chiaro esempio di come si dia l’iniziativa popolare nella Chiesa. Rifacendosi alla tradizione delle indulgenze e alle ritualità degli anni centenari, avvicinandosi il giro del secolo, i cristiani presero ad affluire a Roma in gran numero: si sparse, e giunse fino a Bonifacio VIII, la voce della concessione di un “pienissimo perdono” dei peccati a chi avesse visitato la Basilica di San Pietro. Bonifacio fece fare ricerche, ma non trovò traccia scritta della “tradizione”, e sospese ogni decisione. Il primo dell’anno, cioè il giorno di Natale, una moltitudine prese ad affluire a San Pietro, impaziente, temendo che alla mezzanotte cessasse il tempo del perdono. C’era anche chi, ultracentenario, asseriva di esser stato a Roma nel 1200, e aver fatto voto di ritornarvi nel 1300: così disse, tra gli altri, un savoiardo di 107 anni.
Il Pontefice esaminò le deposizioni e ascoltò le testimonianze degli ultracentenari, interpellò i Cardinali, infine emanò la bolla d’indizione dell’Anno Santo, stabilendo le norme per ottenere l’indulgenza plenaria. Quindi, in questa prima edizione, l’Anno Santo Romano venne indetto dal Pontefice dopo che il popolo di Dio, attingendo alla Tradizione, l’aveva già aperto. La Bolla è datata infatti al 22 febbraio 1300, festa della Cattedra di San Pietro: da allora la Basilica di San Pietro ha superato in importanza quella di San Giovanni in Laterano.
Bonifacio parla della tradizione: “C’è relazione degna di fede da parte di vecchi che a coloro, i quali accedono alla onoranda Basilica del Principe degli Apostoli in Roma, sono concesse grandi remissioni e indulgenze dei peccati.”.
All’uso popolare di accompagnare col canto ritmato il pellegrinare vanno incontro i versi apposti alle copie inviate da Bonifacio VIII alla Basilica di San Paolo e alle altre chiese per invitare al Giubileo:
Annus centus - Romae semper est iubileus
Crimina laxantur- cui poenitet ista donantur.
Hoc declaravit- Bonifacius et roboravit
L’anno cento- a Roma è sempre giubileo
Le colpe sono rimesse-al pentito sono condonate
Ciò stabilì e convalidò Bonifacio
Nella prima Bolla c’è già la premessa di quanto verrà codificato in seguito: le visite rituali a mete privilegiate, i luoghi di San Pietro e San Paolo, la ricorrenza centenaria (poi intensificata). Ed è da notare che il tempo da dedicare alle visite non è affatto poco: si prevede una “frequentazione” delle Basiliche, non un semplice avvicinarsi ai luoghi. Non solo il giungere alla meta, ma lo stare, il frequentare, il dare tempo, sono fondamentali perché quello che si auspica non è un’incursione nel sacro, ma una crescita sostanziosa, che necessita che le sia accordato tempo e spazio perché sia profonda e radicata.
Tratti principali del pellegrinaggio giubilare saranno i seguenti:
acquisto delle indulgenze, visita alle reliquie, ritualità di apertura e chiusura della Porta Santa, dimensione temporale, affermazione di appartenenza.

Per l’onore di Dio e per l’esaltazione della fede
I pellegrinaggi cristiani avevano già una forma consolidata, e quelli a Roma erano una consuetudine di più di un millennio.
La meta principale dei pellegrinaggi a Roma sono sempre state le reliquie che santificavano la città e ne facevano un luogo unico al mondo, un’altra Gerusalemme: e in particolare lo furono quando le conquiste islamiche resero molto difficile la visita alla Terra Santa. A Roma sono incontrabili reliquie di quanti diedero alle origini la loro testimonianza; qui resero la loro testimonianza e insieme definirono le linee del contenuto della fede cristiana i santi Pietro e Paolo; qui Cristo, per il tramite del suo successore ha fissato la sua sede terrena; qui infine sono state raccolte memorie della passione, quali il legno della croce di Gesù, il legno della croce del Buon Ladrone, il sudario della Veronica e altre. Per tutto questo Roma è divenuta come un’altra Gerusalemme.

Le mete
Le prime mete romane furono le reliquie dei martiri, e soprattutto dei due Apostoli; poi, quando furono portate a Roma, quelle di Cristo.
San Pietro e San Paolo sono sempre stati uniti nella venerazione, e insieme indicati come mete del primo Giubileo: ciò sottolinea due temi fondanti nella Chiesa, quello del primato di Pietro e dell’unità, e quello, con San Paolo, della missionarietà.
Quando si trovavano nelle catacombe, le reliquie furono lì visitate e venerate, e i cristiani le seguirono quando da queste furono trasportate nelle chiese di Roma.
Già nei primi secoli si delineò la mappa dei luoghi che i cristiani visitavano, mappa che l’imperatore Costantino, insieme alla madre Sant’Elena, contribuì a definire, edificando le sue basiliche e le sue cappelle in continuità e ad ampliamento di luoghi già venerati.
Coloro che erano stati scelti a imitare Cristo nella testimonianza fino alla morte erano considerati privilegiati e divenivano oggetto di venerazione presso gli stessi parenti e la comunità tutta. Non meraviglia quindi che i luoghi della loro sepoltura fossero oggetto di frequentazione assidua, e abbelliti quanto possibile.
Papa Damaso (336-384) incrementò fortemente il culto dei martiri, e iniziò la costruzione delle basiliche ipogee ad corpus, cioè presso i corpi; con la libertà di culto concessa ai cristiani da Costantino le reliquie dei martiri iniziarono ad essere spostate dal luogo della sepoltura originaria, e portate nelle diverse basiliche che via via venivano costruite. Il flusso dei pellegrini si mosse allora in superficie, tra le grandi basiliche dove si erano intanto accumulate le reliquie, e si diresse in particolare là dove erano quelle più care, quelle di Cristo stesso, portate a Roma dalla madre dell’imperatore, la regina Elena.
Con la reliquia della Vera Croce, il sudario della Veronica, l’immagine Acheropita, i cristiani potevano anche a Roma gustare la concretezza della presenza di Cristo: intanto, la conquista della Terra Santa da parte dei Musulmani rendeva estremamente complesso recarvisi, e i luoghi cui farsi pellegrini si concentrarono in Europa. Oltre che a Santiago, si andava a Roma, si andava alle reliquie di Cristo, dei martiri, dei confessori. A Roma poi, soprattutto, si andava per contemplare il volto di Cristo nel sudario della Veronica.

Il Giubileo
Nell’avvicinarsi del 1300 però, la meta ultima non era tanto la visione delle reliquie, quanto l’ottenere le indulgenze: a questa poi, si aggiunge, come ebbe scrivere Giovanni Villani, cronista e pellegrino insieme, la particolare consolazione della esposizione ripetuta e solenne del sudario conservato in San Pietro: “per consolazione de’ Cristiani pellegrini, ogni Venerdì e dì solenni di festa si mostrava in San Pietro la Veronica del Sudario di Cristo”.
Vogliamo con ciò sottolineare che la meta romana, dopo il 1300, sarà primariamente la visita ai luoghi designati per il conseguimento dell’indulgenza.
Le più antiche insegne dei pellegrini, che documentano le mete frequentate, sono dei secoli XII e XIII, dunque precedenti al primo Giubileo, e portano ritratti dei santi Pietro e Paolo, del Volto Santo di Cristo, le chiavi del pontefice incrociate, sormontate o no dal triregno.
Compaiono anche la Scala Santa e le quattro Porte Sante .

La Veronica
Il sudario della Veronica era sicuramente oggetto di venerazione e di ostensione prima del 1300.
Il nome di Veronica (parola che unisce latino e greco: il latino di vera= vera e il greco di icona=immagine) indica un lembo di stoffa su cui si vede il volto di un uomo con la barba, conservato nella basilica di San Pietro, dove non si sa con certezza quando sia giunta.
Agli inizi del XII secolo si ricorda nella basilica di San Pietro un oratorio, eretto da Clemente VII (705-707), dedicato a Maria, detto della Veronica, nel quale si trovava il sudario col quale si deterse il volto di Cristo bagnato di sudore di sangue. Diverse sono le versioni sull’origine dell’immagine, conservata oggi in San Pietro fissata su di una lastra d’oro. Sta comunque il fatto che si ha memoria della sua venerazione fin dal secolo XI, e che nel 1216 Papa Innocenzo III, avendo visto l’immagine capovolgersi ed interpretando ciò come segnale infausto, volle scongiurarlo intensificando le preghiere e concedendo dieci giorni d’indulgenza. Altre indulgenze furono concesse da Innocenzo IV, Gregorio XI, Urbano IV, prima del 1300, e da Giovanni XXII, connesse anche con la recita di preghiere recitate davanti ad una riproduzione della Veronica.
La Veronica fu esposta più volte in apertura e in chiusura degli Anni Santi; ne sono state fatte diverse copie, per farne doni a sovrani e principi, ma anche, più modeste, a stampa, per i pellegrini. Si temette che fosse andata perduta nel Sacco di Roma del 1527, ma fu poi successivamente esposta ancora. Al di là della incertezza sulla sua origine e la sua storia, è reliquia preziosissima, che è stata determinante per la definizione nel tempo dell’iconografia di Cristo.
I pellegrini, al Giubileo del 1350, per il quale Matteo Villani ricorda le ostensioni in San Pietro ogni giorno festivo, cantavano questo inno, composto in Avignone da Papa Giovanni XXII (1316-1334).
Salve, sancta facies- nostri Redemptoris
in qua nitet species- divini splendoris
impressa pannicula- nivei candoris
dataque Veronicae- signum amoris.
Salve vultus Domini- imago beata
Salve nostra gloria- in hac vita dura
.
“Salve, o Volto santo del nostro Redentore/ In cui brilla la figura del divino splendore/ Impressa nel panno di niveo candore/ E data a Veronica come segno di amore./ Salve Volto del Signore immagine beata/ Salve nostra gloria/ in questa dura vita.”
Il sudario è conservato ancor oggi in San Pietro, ma non è esposto.

La dimensione temporale
L’indizione del Giubileo alla festa della Cattedra di San Pietro, mette bene a fuoco come il Pontefice volesse porre al centro del pellegrinaggio il primato di Pietro; inoltre la prima tradizione cui si riferisce è quella per cui si erano sempre ottenute indulgenze andando alla basilica del “principe degli Apostoli”, cioè San Pietro; poi aggiunge la basilica di san Paolo: propone alle visite devote dei pellegrini che desiderano le indulgenze, le due basiliche, da visitarsi per trenta giorni continui o saltuarii e almeno una volta al giorno, dai romani, e quindici dai forestieri. E ottenere in tal modo l’indulgenza sarà possibile per tutto un anno, da Natale a Natale.
Si aggiunge così alle visite alle basiliche per l’ottenimento delle indulgenze un tratto che risulterà tipico del pellegrinaggio giubilare, cioè la durata: sia per il numero delle visite da fare, che per il lungo tempo durante il quale è possibile farle. Anche negli altri pellegrinaggi, poiché le azioni umane hanno sempre una durata nel tempo, la dimensione temporale non è assente: tuttavia, nella ritualità giubilare, entra come elemento determinante.
E’ nel tempo che avviene quella purificazione, quel cammino di conversione, quello specialissimo “corso di esercizi spirituali” che prepara alla indulgenza e alla visione beatifica di Dio.
In questa prospettiva acquista più pieno significato l’esposizione ripetuta della Veronica: chi si trovava in Roma poteva godere almeno quattro volte (due Domeniche e due venerdì) di tale conforto.
E’ lungo poi un anno intero il tempo che si ha disposizione per svolgere ottemperare alle prescrizioni.
Un altro aspetto della dimensione temporale è proprio nella cadenza dell’anno giubilare, che si definisce via via non solo in riferimento al forte significato degli anniversari per i cristiani, ma anche alla durata della vita umana stessa. E’ da sottolineare le progressione: dapprima ogni cento anni, solennissimo anniversario; poi l’intervallo scende a cinquanta, adeguandosi alla durata media della vita; poi si va a venticinque, superando l’esigenza naturale, perché, si può dire, la Grazia di Dio è più copiosa e provvida di qualunque misura terrena.
Al pellegrinaggio verso Roma, si aggiunge, nella ritualità giubilare, un altro in Roma, quello della visita ripetuta alle basiliche..
Un altro elemento risulta fondamentale nella ritualità giubilare, in questo simile a quella di tutti gli altri pellegrinaggi: ed è l’elemento della reciproca edificazione prodotta dalla vicendevole visione: è qui particolarmente esplicito Papa Benedetto XIV, che scrive nella Bolla: “Inoltre la vista stessa dell’innumerevole moltitudine di fedeli che in questo stesso anno si concentra a Roma da ogni parte, riempirà di giusto e santo piacere il vostro cuore. Riconoscendo ciascuno la propria stessa fede in tanti uomini di così diverse nazioni e lingue, rallegrandosi con tutti questi, con fraterno amore, presso la comune madre Chiesa romana, sentirà piovere più abbondantemente su di sé le celesti benedizioni, qual rugiada che dalle cime del monte Hermon discende sopra gli abitanti della santa città.” Cuore del pellegrinaggio giubilare, ciò cui tutto conduce e che tutto afferma, è l’unità della Chiesa, la cui gloria è come documentata nei tesori anche d’arte, ne propongono la dottrina ed esaltano i contenuti.
E’ ancora Benedetto XIV che illumina sul significato stesso delle opere d’arte, dei monumenti, dei riti, che al pellegrinaggio fanno corona: Quale maggiore felicità può provare un cristiano che vedere la gloria della croce di Cristo nel sommo grado di splendore, in cui riluce sopra la terra, e osservare con i propri occhi i monumenti della trionfale vittoria con cui la nostra fede ha superato il mondo?

La ritualità gestuale
La ritualità giubilare ha come due versanti: l’uno è costituito dalle cerimonie ufficiali di apertura e chiusura e dalle liturgie, numerose e di vario genere, che accompagnano tutto il corso dell’anno; l’altro è costituito dai gesti e dalle preghiere che al pellegrino vengono prescritti per ottenere l’indulgenza, o di cui si è stabilita nel tempo la consuetudine.
Un Anno Santo viene indetto da una Bolla nella quale il pontefice fissa la date di apertura e chiusura, e le modalità di acquisto delle indulgenze. Di norma la Bolla viene promulgata sei mesi prima, in occasione della festa dell’Ascensione o della Pentecoste: è il documento più importante, che di volta in volta definisce i temi portanti dell’Anno Santo; non è però il solo documento, perché l’Anno Santo viene preparato da lettere ed esortazioni negli anni precedenti. Nel caso dell’Anno Santo 2000, già l’enciclica Tertio Millennio Adveniente che ne ha dato il primo annuncio individua un itinerario che parte dall’Anno Santo della Redenzione (1983) e sottolinea , negli eventi e nei documenti pontifici, un itinerario spirituale che conduce al grande passaggio al terzo millennio, al quale questo Anno Santo costituisce ponte e cammino guidato.
Che tale itinerario cominci comunque all’Ascensione o alla Pentecoste, ricorda che è stato ascendendo al cielo che Cristo ha aperto la via ai suoi, e che nella Pentecoste l’effusione dello Spirito rende capaci della testimonianza piene, di essere cioè suoi fino in fondo.

La porta e la pietra
Nel giubileo del 1423, indetto da Martino V (1417-1431) probabilmente per la prima volta si effettuò il rito dell’apertura della Porta Santa (così detta perché simbolo di Cristo, e per i benefici effetti di santificazione in chi la varca) poi ripetuta con maggior splendore nel 1450, con l’apertura di una Porta d’Oro in San Pietro.
Ritorna qui la simbologia del portale*, ma con una sottolineatura particolare, che sta proprio nel fatto che si tratta, dal 1450, di una Porta d’Oro. Nel dare inizio all’anno di misericordia del Signore, il riferimento a Gesù Cristo si fa forte e palese: è Lui la porta. Ma di Cristo qui viene proposto il momento della croce, del passaggio per la porta stretta, che diviene aurea per i benefici effetti, perché immette nella misericordia e fa accedere alle indulgenze. Non è un caso che, durante l’Anno Santo, entrando nelle basiliche per ottenere l’indulgenza, sia prescritto il passaggio per questa porta, e non per i più ampi e monumentali portali, che sottolineano invece il tema della gloria e del giudizio.
La Porta Santa non viene semplicemente aperta: viene abbattuta: il Pontefice batte tre colpi, imitando Mosè che dalla montagna fece scaturire l’acqua per dissetare il popolo d’Israele pellegrino nel deserto,
Al luogo sacro, dove come non mai per mezzo dell’indulgenza ci si avvicina alla visione beatifica, non si può accedere se non a condizioni precise e date; solo a seguito del Pontefice si può entrare, e solo secondo le prescrizioni si ottiene l’indulgenza.
Il martello stessoè un simbolo: è strumento infatti di gente che opera con fatica, e rappresenta la fatica con cui il Pontefice, secondo i poteri ricevuti da Dio, e per mezzo dei sacramenti, abbatte le porte dei peccati, converte le anime e le introduce alla salvezza.
Il Pontefice batte tre colpi: nel tre è evidente il riferimento alla Trinità e alle tre virtù cardinali, Fede, Speranza e Carità; li batte, come fece Mosé (il quale è figura di Cristo nella guida del popolo di Dio nel deserto e nel compito assegnatogli di dissetarlo); si abbatte il muro, si toglie la pietra come si fece per il sepolcro di Lazzaro, quando Gesù disse:Togliete la pietra: con questo muro cadono le potenze terrene, la forza dei persecutori della Chiesa, si aprono i cuori induriti.
Qui il Pontefice è immagine di Cristo stesso; e di nuovo, nel murare nuovamente il muro, a chiusura dell’Anno Santo, è immagine di Cristo quando disse: Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa.
Questo avviene a Natale, perché nascendo in terra Cristo ha aperto le porte del cielo, termina il tempo dei giubilei ebraici, e inizia un tempo nuovo, ben rappresentato dal rinnovato crescere dei giorni dopo il solstizio invernale.
Il rito avviene verso l’ora nona, in ricordo della Passione, quando, coll’apertura del costato di Cristo e la consumazione del sacrificio, nacque la Chiesa, rappresentata dal sangue e dall’acqua che dal costato zampillarono insieme, segno di natura divina e umana congiunte.
Non è evidentemente senza significato che molte volte, all’apertura della Porta Santa, fossero presenti le insigni reliquie della Veronica e della Lancia di Longino, il centurione che trapassò con quella il costato di Cristo morto, e successivamente si convertì.
Le Porte Sante divennero in breve tempo quattro, nelle quattro basiliche maggiori: le quali erano a loro volta un simbolo delle quattro parti del mondo, così come risulta dalla divisione degli assi Nord-Sud Est-Ovest: si vuole così esprimere che le genti sono chiamate dalle quattro parti del mondo, e da esse, come dai quattro fiumi del Paradiso e dai bracci della croce, si diffonde ovunque la grazia, in ogni direzione, e si rivela l’universalità della salvezza: il quattro è il numero della totalità e dell’universalità.
La ritualità fu definita al giubileo del 1500, indetto da Alessandro VI. Nelle quattro basiliche patriarcali fu aperta, accanto al consueto portale, una porta, detta Porta Santa, particolarmente ornata, che i pellegrini dovevano varcare per l’acquisto delle indulgenze, e che era destinata a essere murata alla fine dell’anno giubilare e riaperta la successivo. Paolo VI dirà: “per simboleggiare il più facile accesso alla misericordia divina con l’acquisto dell’indulgenza giubilare”.
In San Pietro per questo si utilizzò una porta solitamente usata dal sacrestano; in San Paolo si individò una porta mrata e dimenticata, in Santa Maria Maggiore e San Giovanni si utilizzarono porte laterali.
Al liturgista Giovanni Burcardo venne affidato il compito di preparare le preghiere e le cerimonie dell’apertura: tali riti, con poche variazioni, sono quelli odierni.
Così , la Vigilia di Natale del 1499, Alessandro VI, al canto del Te Deum, venne alla Porta Santa, la percosse ed abbatté con un martello da muratore e l’attraversò in ginocchio reggendo una candela accesa.
Cardinali Legati fecero lo stesso alle altre basiliche patriarcali.
C’è oggi da sottolineare che, dal Giubileo del 1950, che è l’ultimo nella cui bolla di indizione si faccia riferimento alla prescrizione di visitare tutte le quattro basiliche, si registra un nuovo modo di significare questa universalità. Di fatto, non è più necessario recarsi a Roma, essendo possibile ottenere l’indulgenza visitando chiese della propria diocesi appositamente indicate e partecipando a celebrazioni comunitarie diocesane e anche parrocchiali a ciò finalizzate. Ciò non vuol dire che sia venuta meno la funzione unificante di Roma. Anzi è esaltata, perché Roma può essere ovunque la medesima autorità che indice il Giubileo stabilisca che sia. Si fa incontro con eccezionale duttilità e fantasia alle esigenze di tutti, e manifesta così il suo trionfo.

La ritualità delle preghiere
All’inizio si era invitati a visitare solo le basiliche di san Pietro e San Paolo; poi il percorso e aumentato; infine, dall’Anno Santo 1950, si propone la visita a un solo luogo: l’indulgenza si otterrà compiendo “un pio pellegrinaggio ad una della basiliche patriarcali...o ad altra chiesa o luogo della città di Roma, designato dalla competente autorità, e ivi parteciperanno devotamente ad una celebrazione liturgica, specialmente al sacrificio della messa, o ad altro esercizio di pietà (ad es. la Via Crucis, il Rosario mariano)” .L’attenzione viene spostata dall’itinerario al luogo in sé, a Roma stessa, nella quale le chiese designate, al fine dell’indulgenza, si equivalgono.
Nella Bolla d’indizione del 1983, si legge che l’indulgenza può essere ottenuta scegliendo uno dei modi proposti, che tutti comunque devono essere “espressione di rinnovato impegno di vita ecclesiale esemplare”: si propongono celebrazioni e pellegrinaggi. Le celebrazioni comunitarie possono essere anche della propria diocesi, purché esplicitamente giubilari, mentre i pellegrinaggi possono essere sia a Roma, a visitare una delle basiliche patriarcali, sia ad uno dei luoghi indicati dai vescovi.
Fine ultimo delle disposizioni delle ultime bolle sembra essere di rendere il più possibile accessibile quel rinnovamento di vita che consegue all’indulgenza: il pellegrinaggio viene esaltato nella sua dimensione interiore e nei suoi frutti.
Alle basiliche patriarcali, alle sette chiese, o al santuario vicino a casa, ogni visita deve essere accompagnata dalle preghiere che le bolle di volta in volta indicano. Non manca mai la professione di fede e la preghiera secondo le intenzioni del Pontefice.
Il fatto stesso che si andasse a Roma sottolinea il tema dell’appartenenza. Le prescrizioni poi, sospendendo, almeno fino agli Anni più recenti, altre indulgenze, perché maggiore fosse l’affluenza a Roma, danno di questo un’ulteriore sottolineatura (Si noti però che di norma la possibilità di ottenere l’indulgenza veniva variamente estesa, l’anno successivo: questo non è senza significato, e va collegato col rituale per cui il primo a varcare la Porta Santa deve essere il Pontefice, del quale ci si mette in sequela).
Andare a Roma significava dichiarare la propria appartenenza alla Chiesa Cattolica, affidare il proprio destino alla Chiesa, riconoscere che in nessun altro luogo c’è salvezza.
Il tema dell’appartenenza torna anche nelle preghiere: attraverso il Credo e il Pater noster : qui ci si affida alla volontà di Dio perché in tutto rifulga la sua Gloria; la preghiera poi secondo le intenzioni del Papa sottolinea il primato di Pietro e il richiamo all’unità.
E’ poi soprattutto in ciò che il pellegrino vede nelle basiliche e nei luoghi che visita che viene condotto a sentirsi parte di una nuova famiglia il cui albero genealogico è emblematicamente tutto contenuto nelle Litanie dei santi.

Sequenza dei Giubilei
1.1300
. Bonifaco VIII
Il Giubileo è qui chiamato “Centesima indulgenza”; erano stati usati anche i termine “Centesimo secolare” e “Indulgenza del Centesimo”. Fu indetto il 22 febbraio 1300, festa della cattedra di San Pietro, con effetto retroatttivo al Natale 1299, terminò il 24 dicembre 1300. Un’epigrafe dell’intera Bolla è leggibile in San Pietro. Il termine giubileo è usato nella bolla di chiusura del dicembre 1300.
Obblighi: confessarsi e visitare 30 volte due basiliche (quindici per i forestieri), quella di San Pietro e quella di San Paolo.
Andarono a Roma, che contava circa 20.000 abitanti, circa 2 milioni di pellegrini.
2. 1350. Indetto da Clemente VI in Avignone (1342-1352), con la Bolla “Unigenitus Dei Filius”: perchè pochi potevano arrivare all’anno centesimo, si fissa al cinquantesimo anno il Giubileo, così chiamato per la prima volta nell’indizione..
Prescrive inoltre di visitare oltre alle Basiliche di San Pietro e San Paolo, la Basilica Lateranense dedicata al Salvatore e a San Giovanni.
3.1390. Indetto da Urbano VI (1378-1389) con la Bolla “Salvator noster Unigenitus” dell’8 aprile 1389: si porta a 33 anni l’intervallo tra un giubileo e l’altro in considerazione degli anni della vita terrena di Cristo, e eccezionalmente si inizia tale celebrazione dal 1390.
Urbano VI morì il 15 ottobre 1389; fu eletto Bonifacio IX(1389-1404) che con la Bolla Dudum felicis dell’11 giugno 1390 confermò il Giubileo e la scansione ogni 33 anni.
Si visitarono le quattro basiliche maggiori: infatti, nel 1373, con la Bolla Salvator Noster Papa Gregorio XI, da Avignone, aveva prescritto, per ottenere le indulgenze giubilari, anche la visita alla Basilica di Santa Maria Maggiore, in considerazione della parte avuta dalla Vergine nella storia della salvezza.
4.1400.Indetto a voce da Bonifacio IX.
5.1423. Indetto da Martino V (1417-1431), senza bolla, probabilmente ricollegandosi col Giubileo del 1390, anche per celebrare la fine dello scisma d’Occidente.
6.1450. Indetto da Nicolò V (1447-1455) il 19 gennaio 1449, con la Bolla Immensa et innumerabilia, (la prima a stampa) con cui per altro si tornò alla scansione cinquantennale.
Questo Giubileo fu detto Anno d’Oro, per l’apertura di una Porta d’oro in San Pietro, che si tenne in contemporanea a cerimonie analoghe nelle altre tre basiliche maggiori.
7.1475. Paolo II (1464-1471) con la Bolla Ineffabili Providentia, del 19 aprile 1470, fissò a venticinque anni l’intervallo tra gli Anni Santi, e fissò l’inizio e il termine alla vigilia di Natale.
Il suo successore Sisto IV (1471-1484), indisse il Giubileo con la Bolla Salvator Noster del 26 marzo 1472 (prima bolla a stampa, col testo latino e italiano), confermando le disposizioni di Paolo II.
Per la prima volta si chiama il Giubileo Anno Santo.
8.1500. Indetto da Alessandro VI (1492-1503) con la Bolla Inter multiplices del 28 marzo 1499, Giovedì santo (ripubblicata il 22 dicembre 1499); le disposizioni furono date il 20 dicembre 1499, con la Bolla Inter curas.
Il 24 dicembre 1499 si inaugurò un viale che dal papa prese il nome di Via Alessandrina (oggi Borgo Nuovo) via diritta che, e se ne sottolineò il significato simbolico, conduce da Castel Sant’Angelo a San Pietro.
Dispose inoltre che nelle quattro basiliche patriarcali venisse aperta, accanto al consueto portale, una porta, detta Porta Santa, particolarmente ornata, che i pellegrini dovevano varcare per l’acquisto delle indulgenze, e che era destinata a essere murata alla fine dell’anno giubilare e riaperta all’inizio del successivo.
Per la prima volta il Giubileo venne esteso a tutto il mondo l’anno successivo.
9.1525. Indetto da Clemente VII (1523-1534) con la Bolla Inter sollecitudines et coram nobis del 17 dicembre 1524. In Roma e in altre regioni c’era la peste.
10.1550.Indetto da Paolo III (1534-49) che morì il 10 novembre 1549, fu poi confermato da Giulio III (1550-1555) che, eletto il 7 febbraio, indisse il Giubileo il 10 febbraio con la Bolla Si pastores ovium, e l’aprì il 24 dello stesso mese.
11.1575. Indetto da Gregorio XIII (1572-1585) con la Bolla Dominus ac Redemptor noster del 10 maggio 1574, che fu pubblicata due volte, all’Ascensione, il 20 maggio e alla IV Domenica d’Avvento del 1574. Gregorio XIII, iniziando la consuetudine di pubblicare in queste date, quindi due volte, la bolla d’indizione, spiegò che il giorno dell’Ascensione si ricordava che l’indulgenza giubilare apriva la via del Paradiso ai peccatori pentiti, mentre l’ultima Domenica d’Avvento ricordava che al vecchio anno subentrava il nuovo, l’Anno Giubilare.
12.1600. Indetto da Clemente VIII (1592-1605) con la Bolla Annus Domini placabilis del 19 maggio 1599.
Per malattia del Pontefice, fu aperto il 31 dicembre e chiuso il 13 gennaio del 1601. Si recarono a Roma 3 milioni di pellegrini secondo il Muratori, e moltissime confraternite. Il Papa visitò le Basiliche 60 volte e digiunava a pane e acqua il mercoledì e il sabato. Andava negli ospizi, serviva i pellegrini, lavava loro i piedi, confessava in san Pietro.
13.1625.Indetto da Urbano VIII (1623-1644) con la Bolla Omnes gentes plaudentibus manibus, del 29 aprile 1624, emanata il 6 agosto.
14. 1650. Indetto da Innocenzo X (1644-1655) con la Bolla Appropinquandi dilectissimi filii del 4 maggio 1649, letta per l’Ascensione, il 13 maggio.
15. 1675. Indetto da Clemente X (1669-1676) con la Bolla Ad Apostolicae vocis oraculum del 16 aprile 1674, promulgata poi all’Ascensione e in Avvento.
16. 1700.Indetto da Innocenzo XII (1691 -1700) con la Bolla Regi saeculorum del 18 maggio.
Clemente XI, eletto il 23 novembre 1700 (+1721) chiuse l’Anno Santo.
17. 1725.Indetto da Benedetto XIII (1724-1730), eletto da appaena un mese, con la Bolla Redemptor et Dominus noster del 26 giugno 1724.
18.1750. Indetto da Benedetto XIV (1740-1758). Bolla Peregrinantes a Domino del 5 maggio 1749.
Per la prima volta vennero illuminate la cupola e il colonnato di San Pietro, per la festa del 29 giugno.
Benedetto XIV consacrò il Colosseo alla Passione di Cristo, e San Leonardo di Porto Maurizio, che predicò in Roma in questo giubileo, vi fece costruire le quattordici edicole delle stazioni della Via Crucis: per la prima volta il Papa fece la Via Crucis al Colosseo, dove poi fu lasciata una grande croce, che con tutte le stazioni fu demolita alla fine del 1800.
Da allora comunque ogni anno si fa qui la Via Crucis.
Benedetto XIV fu il primo a prescrivere la Comunione per lucrare le indulgenze.
19.1775. Indetto da Clemente XIV (1769-1774), con la Bolla Salutis nostrae auctor del 30 aprile 1774, promulgata il 12 maggio, all’Ascensione.
La Porta santa fu aperta da Pio VI (1775-1799), appena eletto, il 26 febbraio 1775.
1800.Niente Giubileo. Napoleone si affacciava alle porte d’Italia, e non era possibile fare programmi. Pio VI (1775-1799) che morì prigionerio di Stato in Francia, e Pio VII (1800-1823) non poterono nè indire nè celebrare il giubileo.
Tuttavia Pio VII, da Venezia, dove era stato eletto, emanò un’Enciclica, la Ex quo Ecclesiam datata al 24 maggio 1800, con la quale per due settimane si concedeva l’indulgenza plenaria e la remissione dei peccati a quanti avessero compiuto determinate pratiche di pietà.
20. 1825. Indetto da Leone XII (1823-1829) con la Bolla Quod hoc ineunte del 24 maggio 1824, proclamata il 27, all’Ascensione. .Giubileo detto della Restaurazione, per la partecipazione dei sovrani restaurati.
1850. Niente giubileo regolare. Giubileo detto suppletivo, fuori dalla numerazione ufficiale. Per le guerre d’indipendenza infatti Pio IX si era rifugiato a Gaeta.
21. 1875. Indetto da Pio IX (1846-1878). Bolla Gravibus Ecclesiae et huius saeculi calamitatibus, 24 dicembre 1874. Roma era occupata dallo Stato Italiano dal 1870. Non ebbe normale svolgimento: dal 1871 il Papa si era rinchiuso in Vaticano.Non si aprirono le Porte Sante, mancarono i pellegrinaggi. Il Giubileo fu esteso da subito alle diocesi cattoliche di tutto il mondo.
22.1900. Indetto da Leone XIII (1878-1903) con la Bolla Properante ad exitum saeculum dell’11 maggio 1899, Ascensione.
Consacrazione del mondo al Sacro Cuore di Gesù.
23.1925. Indetto da Pio XI (1922-1939) con la Bolla Infinita Dei misericordia del 29 maggio 1924.
Istituzione della festa di Cristo Re.
Il Papa uscì per la prima volta dal Vaticano per andare in San Giovanni.
24.1933.Giubileo straordinario per il 19° centenario della Redenzione.
Indetto da Pio XI (1922-39) con la Bolla Quod nuper del 6 gennaio 1933.
Il Papa parlò alla radio per la prima volta.
Dal 2 aprile 1933, Domenica delle Palme al 2 aprile 1934, Lunedì di Pasqua.
25. 1950. Indetto da Pio XII (1939-1958) con la Bolla Jubilaeum maximum del 26 maggio 1949, Ascensione.
Prescrisse una sola visita per basilica, senza vincoli di tempo, la recita di tre Pater, Ave Gloria, un quarto Gloria secondo le intenzioni del papa, più un Credo in ciascuna basilica.
Proclamato il dogma dell’Assunzione di Maria (1 novembre) in corpo e anima.
A pochi minuti dalla fine della cerimonia di chiusura, solennemente Pio XII annunciò: “La Tomba del principe degli Apostoli è stata ritrovata”,
1954. Anno mariano. Indetto da Pio XII (1939-1958) con la Bolla Fulgens corona dell’8 settembre 1953, in occasione del primo centenario della proclamazione del dogma dell’Immacolata Concezione della Madre di Dio.L’Anno venne aperto l’8 dicembre 1953 in santa Maria Maggiore. Il giorno 1 novembre 1954 Pio XII proclamò la festa della Regalità di Maria, fissata al 31 maggio.
26.1975. Indetto da Paolo VI (1963-1978) con la Bolla Apostolorum limina del 23 maggio 1974. Degno di nota fu l’incontro col Metropolita Melitone, rappresentante del Patriarca di Costantinopoli.
27.1983. Indetto da Giovanni Paolo II come anno straordinario per i 1950 della Redenzione(33 d.C.): con la Bolla “Aperite portas Redemptori” del 6 gennaio 1983.La Porta Santa venne aperta in San Pietro il 24 marzo, solennità dell’Annunciazione; il giubileo si chiuse il 22 aprile 1984, Domenica di Pasqua.
“Sappiamo con certezza che non si chiude mai la porta della tua clemenza per coloro che credono nel tuo amore e proclamano la tua misericordia”.
Prescrizioni: a Roma visita alle 4 basiliche, o alle catacombe, o a Santa Croce, più un Credo, un Pater e una preghiera secondo l’intenzione del Papa.
1987-88. Anno mariano. Annunciato da Giovanni Paolo II il giorno 1 gennaio 1987; fece seguito l’Enciclica Redemptoris Mater del 25 marzo 1987. Il Papa si recò in Santa Maria Maggiore, presso l’immagine di Maria Salus Populi Romani il 6 giugno 1987, vigilia di Pentecoste: l’immagine fu portata solennemente in San Pietro. L’Anno fu concluso il 15 agosto 1988, festa dell’Assunzione.

Giubilei straordinari periodici
1.San Giacomo di Compostela , Spagna,(Leone XIII 1884) quando il 25 luglio cade di domenica.
2.Giubileo della Chiesa Primaziale di Lione quando la festa di San giorgio cade di Venerdì Santo e quella del Corpus Domini coincide con la festa di San Giovanni Battista (24 giugno).
3.Giubileo di Notre Dame di Le Puy quando l’Annunciazione (25 marzo) cade di Venerdì Santo.
4.Zafferia di Messina. La tradizione vuole che un medico di Zafferia “casale” di Messina, ottenne dal papa Urbano VI nel 1385 per la sua parrocchia il privilegio della celebrazione di un Anno Santo ogni volta che il Sabato Santo cade di 25 marzo, festa dell’Annunciazione. Urbano VI si trovava a passare per Messina nel 1385, ebbe bisogno di cure mediche, che un medico rimasto ignoto gli prestò.
La Bolla originaria fu rubata al parroco don Mariano Guglielmo, che, per celebrare il Giubileo del 1758, dovette produrre, invece, testimoni che si presentarono perciò a un collegio di giureconsulti convocato dall’arcivescovo di Messina, Mons. Moncada.
L’Archivio della parrocchia conserva documentazione dell’Anno Santo del 1690.
Furono celebrati gli anni santi del 1769 e del 1780; poi ci fu una contesa coll’Arcivecovo di Messina, e si ricorse alla Santa Sede. Fu Pio VII che col Breve del 28 agosto 1816 concesse il privilegio.
L’ultimo è stato dall’ 8 aprile 1989 al 9 luglio 1990, e ce ne sarà un altro nel 2063.
Giovanni Paolo II ha concesso il privilegio in perpetuo con rescritto della Penitenzieria Apostolica del 12 novembre 1988.
L’Arcivescovo di Messina, l’8 aprile 1898 ha dato il nome a tale anno: Anno della Grande Indulgenza.
5-La Perdonanza di Celestino V a L’Aquila. San Pietro Celestino, appena eletto papa, desiderava essere intronizzato a L’Aquila, sua città, nella Basilica di Santa Maria di Collemaggio. Trovò però la sua città divisa, e offrì questa indulgenza plenaria per favorire, sull’esempio del perdono divino, la riconciliazione tra i cittadini.
La Bolla fu del 29 settembre 1294.
Bonifacio VIII che succedette a Celestino si premurò di cancellare subito la Perdonanza.
6-L’indulgenza del Perdono d’Assisi detto della Porziuncola risale a San Francesco. Egli chiese a Cristo stesso un’indulgenza plenaria a chi avesse visitato la cappellina che oggi si trova nella Basilica di Santa Maria degli Angeli ad Assisi. Cristo la concesse e inviò Francesco da Papa Onorio III, allora a Perugia (1216): il Papa concesse l’indulgenza, ma Francesco non volle la relativa bolla.
Molti pontefici confermarono l’indulgenza: il primo decreto pontificio è del 1687; ora è estesa a tutti i giorni dell’anno (dal 1921).


Le prime mete**
I cristiani fin dai primi tempi si sono mossi per porre i piedi sulle orme di Cristo, per stare dove Lui era stato: Lui e con Lui i primi testimoni, gli Apostoli. Senza poter affermare con dati storici che questi luoghi fossero meta di pellegrinaggi, si può pensare che fossero comunque luoghi di memoria. Il primo pellegrino potrebbe essere considerato San Paolo, quando, dopo la conversione, si reca a Gerusalemme dove erano gli apostoli.
Poi Gerusalemme fu perduta: distrutta da Tito nel 70 e da Adriano nel 130: questi fece costruire una sua città Aelia Capitolina, per la quale, livellato il terreno, si costruirono nuovi templi agli dei di Roma. Nonostante ciò, molti vennero a Gerusalemme in pellegrinaggio: quando poi dopo l’Editto di Costantino del 313 è la sua stessa madre a venire qui pellegrina in tarda età, inizia una nuova stagione di pellegrinaggi, innalzando sui luoghi santi imponenti basiliche, e li rese perfettamente visibili.
Cominciò una grande stagione di pellegrinaggi, mossi da grande ardore: e molti finivano per stabilirsi in Terrasanta, per vivere santamente e prendersi cura dei pellegrini.
Vennero a Gerusalemme: la suocera di Costantino, Eutropia, nel 330; Santa Melania Seniore, che fondò due ospizi e vi si fermò, nel 371; San Gregorio Nisseno nel 379; San Girolamo, poi la matrona romana Paola con la figlia Eustochio, nel 385; l’imperatore Teodosio nel 380; San Gaudenzio, vescovo di Brescia nel 394; San Giovanni Crisostomo ed Eteria alla fine del IV secolo. Per citare solo alcuni. Eteria ha lasciato un diario, la famosa Peregrinatio Etheriae, ricco documento del viaggio, dei riti, dei luoghi.
Questi viaggi possono essere considerati i prototipi dei pellegrinaggi cristiani, e proprio per la loro modalità. Infatti: Eteria e Paola non si muovono da sole, ma con altre; si muovono infiammate dal desiderio della grazia e con l'aiuto di Dio; visitano la "sante meraviglie" in tutto il mondo, ripercorrendo le strade degli Ebrei, sostando nei luoghi della vita di Gesù, toccando le reliquie con mano commossa, sostando in preghiera.
Col tempo, si moltiplicarono le mete di pellegrinaggio: si andava dovunque ci fossero reliquie a testimoniare la certezza della presenza di Cristo nella sua Chiesa, cioè nei suoi apostoli e martiri, sempre assimilati a Cristo stesso.
Quando poi in Europa da un lato dilagarono le tribù germaniche e slave, e dall’altro le vie si fecero meno sicure per il brigantaggio, il pellegrinaggio si caratterizzò anche non solo per i disagi che imponeva, ma anche per i rischi: questi traducevano con singolare concretezza: "Chi perderà la sua vita per me, la salverà".

Il pellegrinaggio dei cristiani
Il pellegrinaggio dei cristiani è per rinnovare un incontro, per andare dove c'è una memoria storica dove persone in spazi e tempi storici hanno vissuto e testimoniato la fede a volte fino al martirio, lasciando una concreta memoria di sé nelle proprie spoglie terrene. I pellegrini cercano un incontro reale con un fatto storico, con un avvenimento attuale, non solo con un ricordo: memoria, ma vivente.
La parola chiave del pellegrinaggio cristiano è testimonianza. La testimonianza è la risposta umana, all’iniziativa salvifica di Dio, nella piena imitazione di Cristo, che fu il primo testimone fedele, che ha dato testimonianza al Padre fino alla morte di croce. E’ lui il primo martire: cui farà seguito tutta la schiera di coloro che hanno potuto imitarlo anche nello spargere il proprio sangue per Lui. Quando poi finirà -ma non è mai finita del tutto- l’era della testimonianza del sangue, ci saranno altre forme di santità, altre modi di dare, come Gesù, la vita per i fratelli: e sempre i testimoni saranno ricercati e amati.
Nei luoghi dove Cristo è vissuto le pietre stesse sono memoria della sua presenza, e i cristiani iniziarono a recarvisi per mettere materialmente i piedi là dove Lui li aveva posti. Non per le pietre si muovevano, ma perché le pietre erano state toccate dai suoi piedi. E’ cominciata da lì la consacrazione delle realtà terrene, il fenomeno per cui la presenza di Cristo è annunciata da ogni cosa. E’ proprio del tempo dell’incarnazione, che è un fatto fisico e concreto, che le cose stesse, le pietre, diventino annuncio e richiamo alla presenza di Cristo e di quanti lo hanno imitato e testimoniato.
E dopo la Terra detta appunto Santa, iniziarono a cercare, come luoghi in cui facilmente si percepiva la Sua presenza, i luoghi del sacrifico e della sepoltura dei martiri.
Quanto più nel tempo della storia il cristianesimo si diffuse, e ci furono uomini che testimoniarono in diversi modi Gesù Cristo, tanto più si moltiplicarono i luoghi che vennero considerati santuari, perché nella memoria dei martiri e dei santi si rendeva più vivamente incontrabile Cristo.
I luoghi dove si custodiscono le reliquie degli apostoli divennero santuari e mete di pellegrinaggi. Inoltre il Signore non mancò di continuare a manifestarsi ancora direttamente, scegliendo suoi particolari testimoni, cui parlò o cui inviò la propria Madre, nei modi più diversi. Molti luoghi ancora divennero santuari per prodigi che, legati a immagini sacre, manifestarono la potenza di Dio.
Sorsero dunque molti altri santuari, più vicini, cui era possibile andare. Uno dei più importanti fu quello di Santiago, che si caricò anche della pur politicamente ambigua emozione della reconquista cristiana che liberò (in un periodo non certo breve, dall’844 al 1492): infatti, poco dopo l’inizio della reconquista, fu ritrovato il sepolcro di San Giacomo, grazie a segni eccezionali, e poco dopo la tradizione tramanda che lo stesso Santo intervenne in una decisiva battaglia contro gli Arabi a Clavijo: un cavaliere entrò in campo con i cristiani, facendo strage dei loro nemici. Divenuto protettore ed emblema della reconquista, San Giacomo divenne anche emblema della identità cristiana, e della identità nazionale. Siamo forse di fronte al primo santuario nazionale.
Ad esso i pellegrini presero ad andare con un flusso sempre più forte, di cui il grande Monastero di Cluny fu potente e capace protettore e promotore. Anche su questa strada è nata l’Europa.

I giubilei, il Giubileo
La parola giubileo abbiamo detto si collega comunque alla gioia: gioia per la vicinanza del sacro.
Nel mondo cristiano la purificazione dei rituali di avvicinamento si concretizza nella confessione: i peccati sono perdonati. Presso i grandi santuari fiorivano, e fioriscono, le confessioni. Se quindi l’Europa è nata pellegrinando, potremmo dire che l’Europa è nata sul perdono.
Ma, assolta la colpa, resta comunque da compiere per il cristiano un cammino di perfezionamento, di opere che sostengono, favoriscono e insieme manifestano la progressiva conversione, per il quale potrebbe non essere sufficiente il tempo della vita.
Il peccato infatti, che l’uomo continuamente compie per la fragilità della sua natura, anche quando è stato perdonato nel sacramento della confessione e se ne è resa soddisfazione con opportune penitenze, lascia una sua traccia, e vi è l’esigenza della purificazione:
Coloro che muoiono nella grazia e nell’amicizia di Dio, ma sono imperfettamente purificati, sebbene siano certi della loro salvezza eterna, vengono però sottoposti, dopo la loro morte, ad una purificazione, al fine di ottenere la santità necessaria per entrare nella gioia del cielo”. Il tempo di questa purificazione, è proporzionata alle colpe commesse.
Ma è possibile ottenere una remissione di questa pena, e abbreviare i tempi: tale remissione della pena temporale si chiama indulgenza, e può essere parziale o plenaria, cioè rimettere solo una determinata quantità di pena, misurata, con modalità comprensibili agli uomini, in giorni e anni, o rimetterla tutta. E’ la Chiesa, in virtù della sua potestà di legare e sciogliere, che “dischiude il tesoro dei meriti di Cristo e dei santi perché (il cristiano, che nella confessione ha manifestato il suo pentimento e ha ricevuto il perdono) ottenga dal Padre delle misericordie la remissione delle pene temporali dovute per i suoi peccati.”. Già all’epoca delle persecuzioni chi aveva rinnegato Cristo per timore dei tormenti, poteva ottenere una riconciliazione con la Chiesa portando a loro favore la testimonianza di un martire; più tardi, le buone opere (offerte, opere di carità, pellegrinaggi) diminuivano la pena in terra, cioè il tempo in cui il cristiano peccatore e pentito veniva in qualche misura privato della piena partecipazione alla vita della comunità (non potevano entrare in chiesa, non potevano partecipare a tutta la messa, non potevano accostarsi alla comunione, eccetera), o era sottoposto a penitenze pubbliche o private. Si legge infatti in un epitaffio cristiano: In orationibus tuis roges pro nobis, quia scimus te in Crhristo: “Nelle tue preghiere intercedi per noi, perché sappiamo che tu sei in Cristo”.
Chi ha ottenuto l’indulgenza plenaria ritrova la condizione del suo battesimo (non a caso si è paragonata la penitenza a un “battesimo laborioso”): tutta la sua pena viene cancellata, e ritrova lo stato del giorno del battesimo.
Un incipit vita nova, “inizia una nuova vita” , un voltar pagina, una rinnovamento spirituale e materiale. L’uomo arriva vecchio e appesantito dal peccato, destinato a star lontano da Dio quel tanto che i suoi peccati, pur perdonati, esigevano, e si ritrovava non solo vivente in Cristo, e perdonato, ma anche destinato a vivere subito accanto a Dio.
Si capisce perciò come la data anniversaria, e tra le date anniversarie, quella del centenario, venisse percepita come particolarmente propizia e indicata per questa bellissima avventura di rinnovamento.
Ecco perché si diffuse la voce di un’indulgenza grandissima, una grande perdonanza, in occasione del volger del secolo, per poter entrare come nuovi nel secondo millennio.
Il pellegrino del Giubileo, che cerca l’indulgenza plenaria, non sopporta che, una volta morto, gli sia precluso il cielo per il tempo necessario alla purificazione: è a caccia di indulgenze, è in cerca di qualunque azione gli faccia guadagnare prima il paradiso.
E’ bene qui notare che, per peccatore che sia, il pellegrino del Giubileo è un uomo di grande fede, perché l’indulgenza che ottiene non si vede e non si tocca, e appena potrà gustare un refrigerio spirituale che un incredulo potrebbe anche dire essere una reazione psicologica, una sua sentimentale sensazione. Il cristiano- e il pellegrino del Giubileo è un cristiano- troverà sempre molto divertenti queste insinuazioni: Cristo glielo ha detto, la vita dei santi glielo conferma, la Chiesa gli indica in concreto la strada: il cielo è alla sua portata.

La Chiesa, ministra della redenzione, dispensa il tesoro dei meriti di Cristo e dei Santi, e Pietro, forte delle sue chiavi, concesse il lungo tempo del perdono.
C’erano precedenti illustri: dal 1179 una Bolla di Alessandro III aveva istituito l’Anno Santo Compostelano, cioè il tempo di una grande perdonanza legata alla tomba dell’Apostolo. Da allora, quando la festa di San Giacomo, il 25 luglio, coincide con una Domenica, è proclamato l’Anno Santo Compostelano, il jubileo plenissimo, caratterizzato da una ritualità (apertura di una Porta Santa a Natale) che è evidentemente collegata con quella romana.
Altre due grandi indulgenze precedono il primo Giubileo romano del 1300: quella della Perdonanza di Celestino V a L’Aquila e quella della Porziuncola.
San Pietro Celestino, appena eletto papa, desiderava essere intronizzato a L’Aquila, sua città, nella Basilica di Santa Maria di Collemaggio. Trovò però la sua città divisa, e offrì questa indulgenza plenaria per favorire, sull’esempio del perdono divino, la riconciliazione tra i cittadini.La Bolla relativa all’indulgenza fu emanata il 29 settembre 1294.
Non si trattava di un anno santo ma di un grande perdono che si poteva ottenere visitando la chiesa di Collemaggio tra il 28 e il 29 agosto, ogni anno. Bonifacio VIII che succedette a Celestino si premurò di cancellare subito la Perdonanza: naturalmente incontrò una notevole resistenza da parte delle autorità della cittadina e in seguito si è consolidato l’uso che l’annuale indizione della perdonanza spetti al governo civile.
Anche a Collemaggio c’è l’apertura di una Porta Santa.
Tutto inizia quando il Sindaco, secondo gli statuti medievali del Comune, porta la Bolla del Perdono dalla residenza municipale alla basilica, accompagnato da tutte le autorità; Segue l’apertura della Porta Santa, che resta aperta ventiquattro ore. E’ stato Paolo Vi a confermare l’indulgenza, nel 1967.Allo scadere delle ventiquattro ore la Bolla viene riportata dal Sindaco nel forziere della Torre di Palazzo.
L’altra grande indulgenza plenaria è quella legata della Porziuncola, detta anche Perdono d’Assisi, che risale a San Francesco. Egli chiese a Cristo stesso un’indulgenza plenaria a chi avesse visitato la cappellina, detta Porziuncola, dedicata alla Vergine, che oggi si trova all’interno della Basilica di Santa Maria degli Angeli ad Assisi. Certo dell’assenso di Cristo, Francesco andò da Papa Onorio III, allora a Perugia: era il 1216, il Papa concesse l’indulgenza, ma Francesco non volle la relativa bolla. Molti pontefici confermarono l’indulgenza: il primo decreto pontificio è del 1687; ora è estesa a tutti i giorni dell’anno (dal 1921), e se ne ha una benefica estensione ad altre chiese nel tempo tra il mezzogiorno dell’1 agosto e la mezzanotte del 2 agosto di ogni anno.
Indulgenze plenarie particolari:
-Giubileo della Chiesa Primaziale di Lione quando la festa di San giorgio cade di Venerdì Santo e quella del Corpus Domini coincide con la festa di San Giovanni Battista (24 giugno).
-Giubileo di Notre Dame di Le Puy quando l’Annunciazione (25 marzo) cade di Venerdì Santo.
-Zafferia di Messina. La tradizione vuole che un medico di Zafferia “casale” di Messina ottennesse dal papa Urbano VI nel 1385 per la sua parrocchia il privilegio della celebrazione di un Anno Santo ogni volta che il Sabato Santo cade di 25 marzo, festa dell’Annunciazione. Urbano VI si trovava a passare per Messina nel 1385, ebbe bisogno di cure mediche, che un medico rimasto ignoto gli prestò.
La Bolla originaria fu rubata al parroco don Mariano Guglielmo, che,per celebrare il Giubileo del 1758, dovette produrre, invece, testimoni che si presentarono per ciò a un collegio di giureconsulti convocato dall’arcivescovo di Messina, Mons. Moncada.
L’Archivio della parrocchia conserva documentazione dell’Anno Santo del 1690.
Furono celebrati gli Anni Santi del 1769 e del 1780; poi ci fu una contesa coll’Arcivescovo di Messina, e si ricorse alla Santa sede. Fu Pio VII che col Breve del 28 agosto 1816 concesse il privilegio.
L’ultimo Anno Santo è stato dal Sabato 8 aprile 1989 al 9 luglio 1990, e ce ne sarà un altro nel 2063.
Giovanni Paolo II ha concesso il privilegio in perpetuo con rescritto della Penitenzieria Apostolica del 12 novembre 1988.
L’Arcivescovo di Messina, l’8 aprile 1898 ha dato il nome a tale anno: Anno della Grande Indulgenza.
Il Giubileo romano ha però caratteristiche particolari rispetto agli altri giubilei. Si intrecciano strettamente i temi del tempo sacro, dello spazio sacro, della comunione dei santi (la partecipazione ai meriti di Cristo e dei santi), della Chiesa come depositaria dei beni messianici, della piena realtà dell’incarnazione (è il quotidiano e il materiale ad essere strumento e occasione di santificazione), infine del tempo da dare a Dio e della possibilità aperta per un tempo lunghissimo, un anno intero.
La durata è un elemento caratteristico dei Giubilei: i luoghi devono essere visitati ripetutamente, in un periodo che può essere o non essere continuativo: cioè, veramente, ci sono, anche dopo esser giunti a Roma, ai limina Apostolorum, passi da compiere, incontri da fare, perché non si tratta di un magico toccare, ma di una conversione da operare, che non può avvenire che in progressivo comprendere, cui, immancabilmente, faranno seguito il giubilo e la festa. Non solo, ma il tempo e lo spazio sacri si allargano all’infinito, perché fin dalla prima indizione è possibile acquistare l’indulgenza nelle proprie diocesi, e di, nuovo, per un anno intero.
Oggi poi, le bolle di indizione allargano da un lato il tempo e i luoghi, dall’altro alleggeriscono le opere prescritte: così che veramente, basta rivolgersi a Cristo con sincerità di cuore e di intenzione per ottenere perdono e indulgenza: sempre di più nella Chiesa è vero quanto dice Manfredi :
Orribil furon li peccati miei:
ma la bontà infinita ha si gran braccia,
che prende quel che si rivolge a lei.

Percorsi e storia
La rete viaria romana era vasta e confortevole, ma seguì inevitabilmente il destino dell’impero: venuta meno la manutenzione, se le massicciate resistettero al punto che le calchiamo anche oggi, i ponti invece spesso crollarono, e i fiumi divennero insidiosi e insormontabili ostacoli per un popolo che, per di più, nella maggior parte dei casi non sapeva affatto nuotare.
I pellegrini del medioevo non facevano che passare sulle strade dei romani, ma i romani non c’erano più ad assicurare manutenzione: i pellegrini andavano a Santiago, a Roma, a San Michele del Gargano per imbarcarsi per la Terra Santa. I fiumi imponevano lunghe digressioni, per raggiungere i guadi, e bisognava risalire o discenderne il corso finché non si trovava un passo possibile. Per questo, per esempio, passare per Pavia, dove si trovava un ponte di barche, era pressoché inevitabile. Oggi, si fa fatica a capire il perché di certi passaggi, del non andare quasi mai dritti: bisogna inoltre ricordare che l’Italia, e l’Europa, erano ben più boscose di oggi, e presentavano ampie zone paludose. Sui monti c’erano i boschi e nelle valli le paludi: i viandanti, e quindi i pellegrini, seguivano più spesso i crinali dei monti, per poi scendere velocemente a valle ai borghi. Il pellegrino badava alla sicurezza della strada: che voleva dire possibilità dì fermarsi, di mangiare e dormire, di cambiare una eventuale cavalcatura. Bastava l’istituzione di una sosta per rendere preferibile un percorso a un altro, bastava un segnale più chiaro, un passo appena più sicuro. Le grandi via sono state quelle dei romani: l’Appia da Roma-Napoli, l’Appia Traiana (Napoli-Foggia Brindisi), la Flaminia da Rimini a Roma, la Cassia, l’Aurelia sul Tirreno, l’Emilia da Piacenza a Rimini, la Cassia (Roma Cesena).
Grandi percorsi, strade consolidate; ma poi c’erano i mille sentieri battuti e i tratturi che univano paesi e casolari, sui quali ci si muoveva in base alle esigenze più spicciole.
Si stabilisce così una relazione tra i pellegrini e il territorio: i pellegrini seguono le strade, ma i pellegrini vanno dove ci sono i corpi santi, dove miracoli e segni rendono incontrabile una presenza: basta poco perché un flusso si sposti, perché ci si porti là dove prima non c’era nulla o c’era poco: basta un corporale bagnato di sangue perché sorga una mirabile basilica intorno ad esso, in una sorta di ad corpus particolare; basta che passino i pellegrini perché sorgano chiese e ospizi in cui ci si dedica alla loro cura. E divengano polo di attrazione di altri pellegrini, che sanno di trovare ristoro, cure e protezione su quella strada.
C’è una dialettica pellegrinaggio/territorio: il pellegrino segue la strada, ma anche fa la strada, perché il suo passare determina il comparire di strutture di supporto. Ospizi di qualunque tipo sono un indizio sicuro di un flusso di pellegrini: allora ci si stupisce di quanti ce ne siano.
La strada diventa la patria dei pellegrini: quando si incontrano si raggruppano per non viaggiare soli, si scambiano informazioni su tutto: come costruire e come coltivare, usi e costumi, canti e poesie. Perché in linea di massima non sono affatto “musoni”, e sanno cogliere le occasione per gustare la compagnia e il cibo.
E scrivono le relazioni dei loro viaggi che sono quelle che oggi ci consentono di individuare i percorsi più comuni: descrivendo un cammino molto frequentato, a loro volta agivano su di esso e se ne facevano propagatori, per cui una relazione di viaggio aveva l’effetto di un incremento alla frequenza di una via.
L’Italia si riempie di strade: basta guardare oggi il numero di pubblicazioni sulle via francigena e sulla via romea .
Ogni regione, si può dire ogni comprensorio e città aveva le sue: una di partenza e una di arrivo. La dizione via francigena sottolinea la provenienza, della strada e dei viaggiatori; la dizione via romea sottolinea la meta finale, Roma. Ce n’è ad ogni provincia: perché praticamente in ogni provincia c’era chi andava a Roma, e chi veniva dalla Francia. Ma non solo la Francia in se stessa, la Francia come passaggio per andare a Santiago.
I pellegrini percorrevano le strade d’Europa e d’Italia come le acque percorrono il letto di un fiume: in certi punti sono tutte unite e compatte, in altri si spagliano in molti rivoli, seguendo diverse inclinazioni del terreno. Il fiume è definito dalla meta: si andava a Roma, in ultimo. Poi c’erano le mete intermedie, da raggiungere perché in esse erano offerti incontri particolari, significativi: il corporale di Bolsena a Orvieto, il Santo Sepolcro e la storia dei Magi a Bologna, San Geminiano a Modena, le reliquie dei Magi a Milano, il Santo Volto a Lucca, e via di seguito.
Un esempio è dato dal valico e dai valichi dell’Appennino.
La prima via di valico fu quella tracciata dai Longobardi, quella di Monte Bardone che passava l’Appennino all’attuale passo della Cisa, poi arrivava a Pontemoli, Luni, Lucca, Siena, Viterbo; successivamente, l’asse principale si spostò, grazie a soste predisposte da Firenze sui suoi territori tra Imola e Cesena, sull’attuale Futa: su entrambe queste strade sono rimasti numerosi segni dei pellegrini e delle loro soste.
Alcuni di questi segni sono: dedicazioni di altari, presenza di locande o stazioni di posta, chiese dedicate a San Giacomo, ospedali.
Ma notiamo che quasi tutte la valli che in qualche modo valicano l’Appennino presentano segni analoghi: c’è quindi una chiesa di San Giacomo sulla Futa, strada di crinale, a Loiano, ma c’è un Oratorio di San Giacomo lungo la valle del Reno, a Pianaccio; c’è una chiesa dedicata a San Giacomo a Ospitale di Fanano nel modenese, nella val di Lamola, e anche il toponimo stesso, Ospitale, è indizio dell’esistenza di un ospizio per pellegrini.
Questo vuol dire che si valicava l’Appennino per molte vie, che poi tutte confluivano in una unica direzione, come, appunto rivoli di un fiume.

La via era una grande unificatrice: sulle stesse strade si trovavano insieme viaggiatori per i più diversi motivi. Penitenti e curiosi, mercanti e studenti, anche soldati: si incontravano e parlavano, le leggende dei santi circolavano come le modalità costruttive e le tecniche agricole. E tale circolazione era possibile perché le risposte che erano buone per gli uni erano buone per gli altri, che ci si ritrovavano: per quale motivo si diffuse l’immagine di San Cristoforo, così grande da poterla vedere da lontano? perché rispondeva all’esigenza di sicurezza, al desiderio di non venir meno per via. Ugualmente è per la storia dell’impiccato: ognuno ci ritrovava chi un oste conosciuto, chi una ragazza furba come ce ne n’era anche dalle sue parti, chi dei genitori devoti e tenaci, chi dei governatori superficiali e increduli...La natura umana si ritrovava, sulla strada, nelle domande e nelle risposte.
Il vescovo di Burgos che va in Germania, e subito vuole lo stile gotico per la cattedrale della sua città, è solo un episodio esemplare di quanto accadeva sulle strade.

Di monte in monte
Tra Santiago, Roma e San Michele del Gargano sul mare Adriatico, passando per tutte le vie intermedie, si stende una rete di strade sull’Europa; e, sulle strade, dove i pellegrini si radunano per partire, dove passano più numerosi, si vedono i segni della loro devozione.
Chi andava a Santiago riempiva le strade delle sue immagini, e sorgevano non solo ospedali, ma cappelle e chiese dedicate a questo santo; alcune assumendo notevole importanza come quella di Bologna e di Pistoia. Il pellegrino aveva bisogno di essere sostenuto con le elemosine, e allora si moltiplicano le dedicazioni al santo che per antonomasia si occupò di un povero, San Martino; più ancora, da un santo si è rimandati a un altro.
Dopo aver meditato tanto sulla nascita di Maria, come non desiderare di andare a venerare sant’Anna? se sono a Roma e sono slavo, come non cercare anche il corpo di San Cirillo, che diede alla mia gente il bene della scrittura? e se sono di Praga, perché attendere di andare a Loreto per venerare la Santa Casa e non riprodurla nella mia città? e come resistere ad appendere ai rami dell’albero una immagine della Madonna di Einsiedeln, e poi dopo qualche tempo i miracoli fanno sorgere un nuovo santuario?
Collegati tra loro dalle devozioni, dalle immagini, i santuari si stendono sulla terra come se il loro insieme fosse un corpo vivente: dall’uno si è rimandati all’altro, in uno si trova chi parla dell’altro, e i pellegrini si esortano vicendevolmente ad andare, raccontandosi le meraviglie vedute e le grazie ricevute.
Le apparizioni della Vergine hanno determinato nuove mete: Fatima e Lourdes, per citare le più notevoli, si sono imposte sui percorsi, perché sono centri in cui l’incontro è forte.

Homo viator / homo faber
La grande epoca dei pellegrinaggi è certamente il Medioevo: quando ci si mette in cammino sulle orme dei padri, in una ricerca quasi filologica dei loro passi e dei loro sentieri, bisogna però ricordare che quello che incontriamo noi non è affatto quello che incontrarono loro.
La strada era proprio, molte volte, solo la strada. Molto è cambiato: sono nati paese interi sulla via: per esempio la pianta stessa della cittadina di San Geminiano, nel senese, denuncia la sua origine: è allungata, le case sono sorte lungo la via, seguendo quasi il flusso dei viandanti. Ma quando il flusso è cominciato non c’erano.
A Orvieto, il grande Duomo che sorge a proteggere il corporale del miracolo, non a caso accanto a un ospedale con relativa chiesa dedicata a San Giacomo (dove per altro non c’è traccia esterna del suo culto), vede la sua costruzione durare quasi due secoli, mentre la presenza del corporale fa della città una meta fondamentale.
Mentre trascorre la storia, si moltiplicano le tappe perché sorgono nuove devozioni. E, per onorarle, le chiese, i conventi, le pitture, moltiplicano i temi di riflessione, così che intorno al nucleo di un prodigio o di una santa memoria, si addensano opere mirabili che allargano l’eco e la portata, stabilendo collegamenti tra temi e soggetti diversi, e proponendo continuamente nuovi approcci e nuovi modi ai temi universali della pastorale e della dottrina.

Nelle opere al servizio della Chiesa si presenta ininterrotto un catechismo persuasivo, che, opportunamente letto, collega i diversi momenti storici, le correnti spirituali, gli avvenimenti, leggendoli all’interno di una storia universale di salvezza, in cui ci si stupisce di come gli stessi temi -Crocifissione, Giudizio, Epifania, Nascita di Gesù- vengano riproposti in modi sempre nuovi che testimoniano un cammino compiuto, un vivere che è andato avanti e si esprime con nuova sensibilità, ma che non cessa di aver il suo centro d’interesse, il suo punto di riferimento, in Cristo.
Ci sono forse artisti che non abbiano affrontato il sacro, e non il sacro in generale, ma Gesù Cristo e i suoi santi? che non abbiano vissuto di quello (in senso stretto e materiale: vivevano del ricavato del loro lavoro)?
In tutta questa storia, non sono purtroppo mancati episodi poco edificanti, come non mancano nella storia della Chiesa: Lutero non fu l’unico a denunciare, all’inizio della sua riflessione critica, ingiustizie, malversazioni e soprusi. Hanno prodotto guasti, ma non hanno edificato opere stabili.

Tutte le strade portano a Roma***
Per raggiungere le mete desiderate, gli uomini si muovevano lungo le vie già tracciate: non erano certo i pellegrini a tracciarne di nuove, bensì percorrevano sia le grandi vie (o quello che ne rimaneva) dell’impero romano, sia quelle minori, fino ai tratturi, che collegavano i diversi insediamenti umani. Quando si iniziano a le mete di pellegrinaggio nel Medioevo, le vie romane da tempo mancavano di manutenzione: interrate o divelte le pietre, crollati i ponti, perduta nella leggenda la capacità di costruirli, restavano per altro un tracciato prezioso. Ma non tanto da essere le uniche strade possibili. I popoli in questi secoli vanno definendo la loro identità: gli uomini vanno e tornano da Roma per le strade più comode e vicine. Si definiscono così itinerari frequentatissimi e anche una miriade di percorsi minori: perché, in definitiva, il pellegrino poi partiva da casa sua, e da lì iniziava per lui il pellegrinaggio. Aggiungendo a ciò quella caratteristica del pellegrino che è la curiosità, il desiderio di non trascurare di visitare reliquie insigni, in definitiva l’essere proprio dei walkers about , si capisce bene come parlare di vie definite sia in realtà una convenzione.
Questo anche tenendo conto della ritualità che fa radunare ai capitesta: perché anche a quelli si doveva pur arrivare, provenendo ognuno dal suo paese e dalla sua casa; non è poi detto che sempre ai capitesta ci si rifacesse. Pur restando questi inizi di un cammino ideale, più frequentemente i pellegrini si inserivano nella via nel punto loro più prossimo. Tutte le strade dunque, come recita il proverbio, portano, prima o poi, a Roma.
I capitesta invece si definivano nel tempo come dei punti di riferimento ideale, dei santuari delle nazioni, in cui, in forza di una loro propria tipicità o di un precedente esemplare, si riconosce e si manifesta l’identità nazionale del popolo come appartenenza.
Abbiamo individuato quattro percorsi, tre dei quali sono storicamente sostenuti da cospicue testimonianze scritte, mentre il quarto è stato delineato per via di osservazione dei dati e delle viabilità.

Le vie
Le vie storiche sono ben lontane dal presentare un tracciato unitario.
Gli strumenti per individuarle sono di due tipi: i diari di viaggio e le testimonianze materiali, documentarie, archivistiche.
Partiamo da queste. Le opere che hanno sempre accompagnato i pellegrini (ospizi, temi iconografici, locande e alberghi, toponimi) anche in assenza di documenti scritti sono già indizio, in un luogo, del loro passaggio.
A questi si devono aggiungere documenti d’archivio, di parrocchie, notai, ospedali, conventi, che segnalano in vario modo il passaggio e la cura, anche la morte di pellegrini; ai documenti d’archivio si può aggiungere la traccia rimasta nella memoria collettiva locale, in racconti, canovacci teatrali, canti, favole, giochi, modi di dire (è una traccia che, da orale com’è all’origine, nei giorni nostri passa facilmente negli scritti di storia e costume locale).
Di queste opere e documenti è piena l’Italia e l’Europa: non c’è quasi via che non possa dirsi di pellegrinaggio, perché i pellegrini sono passati dappertutto. Le vie così individuate si presentano dunque come il grande alveo di un fiume, in cui scorrano mille rivoli, ognuno dei quali, unendosi on altri, va alla foce: ci sono tante strade romee quante regioni, e in ogni regione ce ne sono varie. Scegliere una o l’altra come esemplare sta tra il gesto di convenzione e la scelta arbitraria, nel senso che ognuno che la compie sceglie, a suo arbitrio e secondo suoi criteri, quella e non un’altra.
E’ questo il caso appunto delle vie romee: esse tra l’altro, quando siano in qualche modo in linea con l’ingresso in Francia, sono dette anche francigene: il prevalere dell’una o dell’altra denominazione corrisponde alla sottolineatura che si vuol fare, del fatto che la strada conducesse a Roma, o del fatto che la strada si pensasse originata in Francia: ma non Francia e basta, in Francia anche per andare a Santiago de Compostela.
L’asse ideale Santiago-Roma, con le sue numerose varianti al suolo, è stata la spina dorsale dell’Europa medievale, alla quale si sono aggiunte le grandi direttrici dall’Europa del Nord e dai Paesi Slavi.
I diari di viaggio sono stati la grande fonte per l’individuazione delle vie: tra questi, spiccano e scegliamo, il diario di Sigerico del 990, certo il più famoso, e i cosiddetti Annales Stadenses, della metà del XIII secolo.
Il primo in forma di vero diario, il secondo di dialogo tra due giovani, Tirri e Firri, tracciano vie attraverso l’Europa che, per tappe diverse, portano a Roma.
Un quarto itinerario, che chiamiamo Via Romea degli Slavi, è deducibile seguendo la grandi direttrici storiche dall’Europa centro orientale verso l’Italia e poi Roma.

Partire oggi
Se si considerano le testimonianze più antiche, vien da chiedersi come facessero, i pellegrini, a superare un problema fondamentale, quello del tempo. Un pellegrinaggio ne esige, e ne esigeva, moltissimo: come potevano lasciare il loro lavoro?
Emerge qui un dato evidente: oggi, il primo ostacolo a un pellegrinaggio a piedi, o comunque al quale si dedichi l’equivalente del tempo che ad esso si dedicava una volta, è dato dagli obblighi del lavoro. Quello dipendente deve fare i conti con le ferie concesse, quello autonomo con gli impegni presi e con la concorrenza.
E’ evidente che quanto si è acquistato in termini di sicurezza del lavoro, si è perso però in termini di libertà di gestione del tempo. Erano forse più liberi un tempo? Forse sì: quanto meno, la gestione del tempo, anche nel lavoro dipendente, era più personalizzata, e le ragioni di ognuno, della mente e del cuore, quindi anche quelle della fede potevano esser dette, perché l’ambito di riferimento culturale e quindi religioso era unitario: oggi, farsi pellegrini vuol dire anche fare i conti con le ferie di un impersonale contratto. L’ottenere l’indulgenza plenaria non rientra tra le giuste cause per permessi straordinari.
Se poi un tempo era possibile partire a piedi affidandosi alla carità, temendo sì osti e briganti, ma in definitiva avendo dalla propria un consenso culturale, oggi il pellegrino che si presentasse con aspetto di barbone e si appellasse alla carità non risulterebbe molto gradito, neppure portando insegne di pellegrinaggio, perché ormai ben altre categorie di persone assumono, non certo devotionis causa, tale aspetto.
Per altro, un lungo viaggio con numerose tappe finirebbe per risultare, in assenza di ricoveri gratuiti o semigratuiti predisposti, economicamente molto oneroso.
Dunque le modalità dei pellegrinaggi sono fortemente condizionate da molte circostanze. Si parta da soli o con la famiglia, o con un gruppo, al pellegrinaggio non si può certo, nella maggior parte dei casi, dedicare al massimo più di quindici giorni.
I capitesta, più che i grandi santuari locali, finiscono per essere i piazzali delle stazioni delle corriere o delle ferrovie. In questa ristrettezza rimane comunque possibile l’esercizio di una consapevolezza: basta rintracciare nei gesti e nei condizionamenti di oggi lo spirito universale del pellegrinaggio.

Partire sapendo di partire
Il pellegrino in passato lasciava la sua casa, la sua sicurezza, le sue abitudini.
Oggi per alcuni può essere ancora così; per altri, abituati ai viaggi, tutto appare più semplice, ma il pellegrinaggio non è un viaggio comune, è un viaggio diverso. Il punto di partenza è in buona parte interiore: non ci si può recare all’inizio di un percorso storico, bisogna allora rifarsi a un inizio interiore, a un chi sono io che, se sarà chiaro alla meta, deve però essere almeno abbozzato alla partenza come desiderio di identità e riconoscimento di un luogo significativo, un incontro che ha commosso e in cui ci si è riconosciuti in una comune domanda, se non ancora in una risposta.

L’uomo di oggi ha poco tempo. Per questo, in tutto deve ricercare l’essenziale. Il partire dunque è un gesto significativo, non un susseguirsi di azioni confuse: per questo è importante la compagnia, sia essa la famiglia o una comunità, almeno come riferimento..
Per chi vuole ritrovare una piena pace, o tutto è assunto come rito e significato, o tutto è estraniante.
Il pellegrinaggio rimane un gesto di preghiera. Nella preghiera infatti le cose confuse riprendono il loro giusto posto, la scala dei valori si riordina, si comprende ciò che conta; si predispongono le tappe, punti significativi, incontri necessari, che richiamano la linfa delle radici.
Ogni tappa, predisposta anche perché offre momenti alti di religione, arte, cultura, è affidata allo sguardo che si saprà avere su quello che si ammira, su uomini e cose.
Bisogna stare davanti alle cose sentendo quello che suggerisce Rainer Maria Rilke: “Ogni punto di questa pietra / ti vede. Devi cambiare la tua vita” (Antico torso di Apollo).

La via degli Inglesi o Via di Sigerico
Sigerico venne nominato arcivescovo di Canterbury: nel 990, appena eletto, si recò a Roma a ricevere il pallio da Papa Giovanni XV: partì da Canterbury in primavera, e giunse a Roma in luglio.
Il diario che Sigerico fece tenere a uno funzionario del suo seguito riguarda il ritorno, e sono sinteticamente elencate ottanta (compresa Roma) tappe, che seguono nella prima parte il tracciato della consolare romana Via Cassia poi la via di Monte Bardone e superate le Alpi giungono fino al mare, cioè alla Manica, per proseguire per Dover e infine Canterbury. Se ne deduce che il viaggio di andata partisse da lì, per proseguire puntando a Reims, Châlon-sur-Marne, Besançon, Losanna, entrare in Italia attraverso il Gran San Bernardo, puntando poi verso Aosta, poi Ivrea, Santhià, Vercelli, Pavia, punto obbligato per l’attraversamento su barche del Po. Dopo la traversata si proseguiva per Fidenza, valicando poi l’Appennino sulla strada tracciata dai Longobardi
(di cui resta traccia nel toponimo di Mons Longobardorum che divenne Monte Bardone) che, valicato l’Appennino, all’attuale passo della Cisa, arrivava a Roma attraverso Luni, Lucca, Siena, Viterbo.
La via dei Francesi, degli Spagnoli e dei Portoghesi o Via Francigena
Sono chiari quindi i punti di contatti in cui i pellegrini diretti a Santiago o di ritorno da Santiago detti jacobei incrociavano (o divenivano loro stessi) quelli per e da Roma, i romei.
Dagli stessi luoghi partivano i pellegrini francesi diretti verso Roma, che utilizzavano i medesimi percorsi puntando ai passaggi delle Alpi per immettersi nella valle Padana e da qui a andare a Roma secondo i percorsi che via via, lungo il tempo, risultarono i più attrezzati e si imposero.
Quindi Portoghesi e Spagnoli, raggiunto il camino di Santiago, valicavano i Pirenei a Roncisvalle o a Somport, percorrendo poi di fatto, in tutto o in parte la Via Tolosana. Questa stessa via era la più naturale per gli abitanti della Francia meridionale; gli abitanti del centro della Francia invece si collegavano, nel punto a ciascuno più prossimo e comodo, al tracciato della via percorsa da Sigerico, che per altro veniva percorsa per intero ovviamente dagli abitanti della Francia settetrionale e della Borgogna.

Le vie dei Tedeschi o degli Annales Stadenses
Gli Annales Stadenses sono la descrizione, in forma di dialogo fra due dotti giovani, Tirri e Firri, che si dilettano di trattare diversi argomenti, degli itinerari che potevano percorrere i pellegrini dal nord Europa per recarsi in pellegrinaggio e Roma e da lì a Gerusalemme. Considerati la guida più dettagliata del XIII secolo in lingua tedesca, la loro stesura risale probabilmente agli anni tra il 1240 e il 1256.
Prendono il nome dalla città di partenza, Stade (Stadium), sull’estuario dell’Elba, e si compongono di tre itinerari che attraversano la Germania secondo tre direttrici. La più occidentale passa da Brema, traversa il Reno in corrispondenza di Duisburg per giungere a Reims in Francia. Da qui segue un tracciato a ovest di quello di Sigerico, e scende a sud fino a Lione per poi piegare decisamente verso l’Italia, dove entra per il passo del Moncenisio. Dal Moncenisio prosegue lungo la Val di Susa fino a Torino, poi verso Mortara e Piacenza, per seguire poi il classico itinerario di Monte Bardone fino a Roma.
La seconda direttrice coincide con la prima fino a Duisburg, da dove praticamente segue il corso del Reno fino a Basilea; attraversata la Svizzera da Basilea a Losanna entra in Italia attraverso il Gran San Bernardo, seguendo fino a Roma l’itinerario di Sigerico. La terza direttrice, quella più orientale, da Stade punta praticamente al Brennero passando per Ghota, Augusta, Innsbruk. Valicato il Brennero questa direttrice si biforca in due direzioni: quella settentrionale attraverso Bolzano, Trento, Padova raggiunge Bologna, per immettersi poi nella principale delle direttrici per Roma a partire dal XIII secolo, arrivata come tale fino ai nostri giorni, e cioè la Bologna, Firenze, Siena, Bolsena, Roma. Il ramo orientale raggiunge Venezia attraverso Treviso, per immettersi sulla così detta Romea degli Slavi, cioè Venezia, Rovigo, Ravenna, Forlì, Arezzo, Orvieto, Bolsena, Roma.

Vale la pena notare che l’importanza assunta da Bologna conseguente all’azione di “cattura” operata da Firenze nei confronti della Francigena longobarda, suggerisce all’estensore degli Annales la possibilità da Fidenza di seguire la via Emilia fino a Bologna o a Forlì, per seguire poi rispettivamente la Bologna- Firenze- Siena- Roma, o la Romea degli Slavi. In particolare la prima viene indicata come quella da preferire.
Firenze infatti, attraverso una attenta operazione di messa in opera di mansiones (luoghi di sosta), riuscì a spostare nei suoi possedimenti a est del tracciato Luni-Lucca-Siena il percorso, determinando così anche la fortuna di Bologna. Che per altro offriva non solo il fatto di essere sede universitaria, ma anche notevolissime devozioni.

La via Romea degli Slavi
Per via Romea degli Slavi intendiamo il tracciato più a oriente che, partendo da Varsavia, dove confluivano i pellegrini del nord della Polonia, puntava ad entrare in Italia per il passo del Tarvisio. Su questo tracciato che attraverso Czestochowa, Velehrad, Vienna, Graz, Klagenfurt, Villaco, raggiungeva Tarvisio in maniera abbastanza lineare, confluivano poi alcune importanti diramazioni che trovavano il loro capotesta nei luoghi fondanti il cristianesimo delle varie nazioni coinvolte.
Cracovia per i polacchi del sud, Praga per i Boemi, Levoãa per gli Slovacchi, Budapest -Máriaremete e Pannonhalma per gli Ungheresi.
Entrati in Italia superato il Tarvisio, attraverso Udine veniva raggiunta Venezia e da Venezia, superate Rovigo e Ravenna, il tracciato si immetteva a Forlì nella direttrice per Roma attraverso il valico, consolidato fin dagli inizi del XIII secolo, dell’Alpe di Serra
Valicato l’Appennino la direttrice obbligata diveniva la Arezzo, Orvieto, Bolsena, antica tappa longobarda.

I passi sui passi
C’è una costante che questo nostro stesso scritto ribadisce.
Sembra quasi impossibile non muoversi su passi che precedono: si va per vie già percorse, si fa un’esperienza perché si è chiamati, perché qualcuno la propone.
L’iniziativa germoglia nel cuore umano perché un Altro ha messo un seme. La nostra domanda nasce da una risposta custodita nel profondo, che attende di essere ascoltata.

Tratto fondamentale del pellegrinaggio è sempre stata la visita ai corpi santi : reliquie e memorie, che devono essere devotamente onorate. Oggi non sono più soltanto quelli di un tempo: nuovi testimoni, nuovi confessori, nuovi eventi, in una parola nuovi corpi santi, nuove memorie si sono aggiunti, e si offrono ai pellegrini. Ad essi si prospetta un viaggio che ravvivi la memoria senza rifugiarsi nel passato, per onorare e seguire i testimoni di tutti i tempi.
Gli itinerari che proponiamo qui non ricalcano quindi tutti i tracciati storici individuati, ma sono per così dire una loro rielaborazione e attualizzazione, effettuata tenendo conto di devozioni odierne e delle grandi vie di percorrenza comunemente e più comodamente utilizzate.
Il loro intento, per quanto riguarda la parte che conduce in Italia, è anche quello di cogliere le radici storiche religiose costitutive dell’identità culturale per cui i popoli -gli uomini- si sono mossi per venire ad limina apostolorum.

La meta: il santuario
Il santuario è un luogo sacro caratterizzato dalla libera iniziativa divina, comunque espressa: la sua esistenza, la sua ubicazione e spesso la sua forma stessa sono determinate dall’azione divina, che tramite prodigi, apparizioni, segni di vario genere, manifesta in quel luogo -non di rado impervio- che vuole essere riconosciuta. E’ dal fatto che gli uomini rispondono a questa iniziativa riconoscendo la presenza, rendendole testimonianza e accorrendo ad essa, che si coglie se un luogo è o no un santuario.
È esperienza comune l’esistenza di santuari che sono stati dimenticati. Questo, legato a molti fenomeni, non ultimi quelli degli spostamenti degli insediamenti umani, dell’abbandono delle campagne e delle montagne, eccetera, non mette affatto in dubbio la teofania nel momento in cui si è data: semplicemente dice che si gli uomini si spostano, Dio li segue, e dove essi devono andare per vivere, si rende incontrabile. Poi può accadere che la memoria si risvegli, magari per gusto d’arte, di bellezze naturali e di turismo, e c’è allora una ricchezza in più per tutti.
Prima e dopo Cristo, è proprio l’afflusso dei pellegrini che rende identificabile il santuario, come si deduce anche dal Diritto Canonico.
Questo è accaduto sia nelle religioni dell’umanità che nel cristianesimo: gli uomini accorrevano là dove era disponibile e accessibile l’esperienza del sacro, dove erano cioè la ierofanie, e si sono moltiplicati santuari di ogni tipo, presso i quali ci si recava per chiedere grazie e profezie, e soprattutto per partecipare alla vita divina. Ciò si dava per mezzo di segni simbolici.
Il Cristianesimo, nasce dalla più grande di esse, quella di Dio in Gesù Cristo: il contatto col sacro che si manifesta è concreto e stabile, per i sacramenti e la Chiesa, corpo mistico di Cristo, depositaria dei beni messianici. Attraverso Cristo, attraverso il Suo corpo, si accede e si partecipa oggettivamente della vita divina. Tale partecipazione non è avvenuta una volta per tutte: l’adesione a Cristo deve essere continuamente rinnovata dalle intenzioni e dalle azioni, in molti modi. Non ultimo, quello di accostarsi al sacro in luoghi precisi e identificabili.
Il tipo di manifestazione del sacro che dà origine ai santuari cristiani è triplice.
I primi pellegrinaggi cristiani hanno avuto due tipi di mete, l’uno riferito a Cristo l’altro ai suoi santi: si andò quindi in Terra Santa, a Roma, poi ai luoghi dove si trovavano le reliquie dei martiri: con il loro diffondersisi moltiplicarono i santuari. La testimonianza delle reliquie sostenuta da prodigi (guarigioni, visioni, eventi straordinari, segni particolari: pensiamo alle reliquie dei Magi che manifestano di voler stare a Milano) è all’origine dei santuari. I luoghi sacri cristiani diventano santuari per un prodigio, un fatto che concretamente ha manifestato la potenza di Dio: è questo di più di iniziativa divina che attira le folle.
Facciamo solo un esempio: a Jasna Gora c’era una chiesa con l’immagine della Madonna del Perpetuo Soccorso, e vi stavano i monaci paolini: il luogo divenne santuario nazionale polacco solo dopo che vi venne portata l’immagine della Madonna Odighitria attribuita a San Luca, e dopo che intorno a tale immagine pochi monaci e cavalieri risultarono imbattibili dalle truppe Svedesi e Russe, di gran numero superiori, che volevano invadere la Polonia, nel 1655.
A questo tipo di presenza divina documentata nelle reliquie e nei prodigi, se ne aggiungono, nei santuari cristiani, altre due. Sono dunque tre le modalità della presenza che richiama i pellegrini.
La prima è costituito dalle reliquie e dai prodigi: è per iniziativa di Dio che le reliquie si trovano –a volte al termine di lunghe peripezie- in un luogo invece che in un altro, e iniziativa di Dio sono i prodigi e le apparizioni.
La seconda è la presenza eucaristica, la quale è per altro comune a tutte le chiese: Cristo è realmente incontrabile nell’Eucaristia, cibo per l’uomo attraverso la bocca e gli occhi (nell’adorazione eucaristica: ciò è ben detto dall’espressione quasi introducibile manducare per oculos, mangiare attraverso con gli occhi).
La terza modalità della presenza di Cristo nei santuari, spesso neppure presa in considerazione, è quella del Suo corpo mistico, la Chiesa, clero e fedeli insieme, dovunque siano. Ricordiamo le efficaci parole di un etnologo, Paolo Toschi: “Non è chiesa soltanto quella che la facciata, i fianchi, l’abside racchiudono, ma giunge sino all’ultima casa dove giunge la processione, più lontano, dove si trova l’ultimo fedele”
Anche questo tipo di presenza è comune a tutte le chiese, ma nei santuari diviene particolare e splendidamente eloquente.
Se ne accorse Benedetto XIV che nella Bolla d’indizione del Giubileo del 1750 scrisse: “Inoltre la vista stessa dell’innumerevole moltitudine di fedeli che in questo stesso anno si concentra a Roma da ogni parte, riempirà di giusto e santo piacere il vostro cuore. Riconoscendo ciascuno la propria stessa fede in tanti uomini di così diverse nazioni e lingue, rallegrandosi con tutti questi, con fraterno amore, presso la comune madre chiesa romana, sentirà piovere più abbondantemente su di sé le celesti benedizioni, qual rugiada che dalle cime del monte Hermon discende sopra gli abitanti della santa città.”
Caratteristica di tutte e tre le modalità, è la concretezza: concrete sono le reliquie, concreta è l’Eucaristia, concrete sono le persone. La presenza nel cristianesimo del sacro sostanziale interviene sui segni del sacro, e li moltiplica, perché per il cristiano “nulla è profano, tutto è santificabile”.
Per questa concretezza nell’universo cristiano ci sono segni efficaci: l’acqua, per esempio, del battesimo non purifica simbolicamente né è usata per lavare i battezzandi, ma purifica realmente, così come l’Eucaristia non è simbolo del corpo di Cristo, ma è il corpo di Cristo. Per questo è possibile che l’edificio che accoglie l’assemblea dei cristiani abbia il nome dall’assemblea stessa, e solo l’uso della maiuscola consente comunemente di distinguere la Chiesa/popolo di Dio dalla chiesa/edificio, che “non è un edificio neutro o polivalente, ma è dedicato in modo esclusivo alla liturgia della Nuova Alleanza”. Questo stile contagia tutto l’universo della cultura cristiana e dei suoi mezzi di comunicazione: è per questo che la materialità di un cammino verso una meta non è il simbolo di un cammino spirituale, ma è un cammino spirituale, con quello che ne consegue.

Spazio e tempo
L’iniziativa divina è all’origine dunque del santuario, e intorno alla manifestazione si struttura uno spazio sacro con sue precise caratteristiche, legate sia alla struttura generale degli spazi sacri (luogo delimitato, accesso condizionato a ritualità, un centro da raggiungere) sia alla natura e alle modalità del fatto prodigioso.
Si struttura anche un tempo sacro: sacro è il tempo in quanto la durata delle azioni umane si organizza e definisce in relazione a un ritmo che ha la sua ultima origine non nella volontà umana, ma nell’adesione della volontà umana all’azione divina.
E’ tempo sacro quello dei monasteri, quello della liturgia, dell’anno e della giornata. A questo tipo di tempo sacro i santuari aggiungono quello legato alla manifestazione divina.
Il giorno dell’avvenimento o dell’apparizione, le richieste specifiche, le sottolineature collegate, segnano il tempo della vita del santuario.
I santuari possono esser anche luoghi quasi deserti, per poi riempirsi fino all’inverosimile nei giorni sacri: chi veda Fatima durante un qualunque momento dell’anno può non riuscire a cogliere che cosa voglia dire il 13 del mese la spianata piena di pellegrini, pieno il portico, pieni i boschi intorno. Ugualmente chi si trova a Loreto la notte tra il 9 e il 10 dicembre si trova davanti a una partecipazione non solo più numerosa, ma diversa nella forma, di quella degli altri momenti della vita del santuario.
Tempo sacro, spazio sacro e ritualità, cioè l’azione umana commisurata al sacro, sono strettamente intrecciate.
Il tempo sacro e spazio sacro tendono ad espandersi. Ci sono pellegrinaggi a santuari locali fatti in giorni precisi legati invece a santuari lontani e più difficilmente raggiungibili: ecco i Sabati di Fatima, con pellegrinaggi penitenziali; la pratica del rosario recitato ogni sabato che si collega sia a Fatima che a Lourdes. Ecco le grotte di Lourdes che vengono replicate in moltissime chiese, nonché in conventi e giardini: se addirittura non sorgono santuari locali che si richiamano, nel nome, nelle strutture, nelle forme a santuari internazionali. Valga per tutti il moltiplicarsi delle Sante Case, che pure più avanti viene esemplificato.

La ritualità
Le modalità di avvicinamento al centro costituito dalle reliquie o dalle venerate immagini, di sosta e di preghiera, l’uso del tempo, il modo di muoversi all’interno del santuario e del suo spazio sacro, costituiscono la ritualità che favorisce l’esperienza del sacro.
La ritualità può essere distinta nelle sue diverse fasi: il cammino di avvicinamento, l’esperienza del centro, il ritorno .Molto è legato alla specializzazione del santuario, e alla sua storia. A Lourdes e a Loreto, dove i malati si concentrano, la loro stessa presenza oggi suggerisce modalità di movimento e spostamento; la sottolineatura ecumenica di Lourdes apre alle grandi celebrazioni.
Ancora a Lourdes si osserva che ci sono come due linee. La prima è legata storicamente alle vicende di Bernadette, e si esprime nella visita ai luoghi dove abitò, nello stare a lungo presso la grotta, nel toccare con le mani o col fazzoletto la pietra della grotta, nel lavarsi il viso come le comandò la Vergine, nel bere l’acqua della fonte e nell’immergersi nelle vasche.
L’altra interpreta le parole della Madonna, coglie Maria come via per Gesù, e centra tutto sull’adorazione e la processione eucaristiche: così che si può dire che Lourdes è un santuario quasi più eucaristico che mariano.
A Fatima, che si caratterizza come santuario penitenziale, e dove si ringrazia per le grazie ricevute, si va, chi va a piedi, in silenzio, e poi si percorre in ginocchio un lungo tratto, dal confine del piazzale fino alla capelinha, la cappella sorta sul luogo stesso delle apparizioni. In tal modo non si fa che ripetere quanto fece la stessa Lucia, quando volle ottenere la guarigione della madre: Lucia a sua volta non fece poi altro che inserirsi nelle tradizioni del suo popolo.
A Loreto, dove il centro è la Santa Casa di Nazareth, si toccano le pareti, e si fa il giro della Casa in ginocchio, come testimoniano due solchi scavati lungo il basamento del suo rivestimento marmoreo.
A Czestochowa, per la festa, che è all’Assunzione, si giunge con un pellegrinaggio a piedi di dieci giorni, e, all’interno della cappella dove si trova l’immagine, si percorre in ginocchio il corridoio che dietro l’altare passa sotto l’immagine.
Comunque sia, la prima parte della ritualità è proprio data dall’itinerario di avvicinamento: che esprime la santità del luogo, al quale dunque non ci si può accostare coll’ingombro delle occupazioni e delle disposizioni d’animo di ogni giorno. Avvicinarsi al santuario è come un lungo togliersi i calzari, per rendersi degni, ma diremmo soprattutto, attenti e ricettivi della realtà grande cui si va incontro.
Il pellegrino di un tempo spesso partiva facendo testamento, portando come con sé tutta la comunità, benedetto dall’autorità, che gli consegnava le insegne del pellegrinaggio (bordone, mantella, cappello, eccetera). Ancor oggi, è possibile però sottolineare il momento della partenza, perché il Benedizionale porta il formulario relativo. Ma c’è una ritualità meno palese, e spesso anzi ai nostri giorni le ristrettezze del tempo costringono a ripiegare su indicazioni (l’invito ad indossare un abito adeguato può equivalere al “togliti i calzari” rivolto Mosè) ritmi di preghiera, meditazioni meno vistose, ma non per questo meno sostanziose. Si è abituati a fare attenzione alle manifestazioni più spettacolari: a noi sembra che l’affidarsi alle agenzie di viaggio non sia meno ardito che affidarsi un tempo agli osti, che lo strapazzo di certo alzarsi all’alba per essere a Lourdes pellegrini di un giorno non abbia niente da invidiare a quanto raccontano le memorie dei pellegrini d’altri tempi. Perché, appunto, i tempi erano altri.

La forma del santuario
I primi santuari furono le basiliche romane, e ancora si può dire che il santuario cristiano non avesse delineato la sua forma precisa, così come pure la chiesa: prevaleva la forma delle grandi basiliche, cioè dei luoghi pubblici di grande adunata, sottolineando, con l’ingresso dal lato più corto del rettangolo, l’idea di un progredire verso il sacro. Il tratto più caratteristico era il quadriportico , ampio spiazzo rettangolare nel quale stavano i catecumeni e i penitenti, coloro cioè che, per qualche motivo, non erano ammessi ad assistere alla celebrazione eucaristica. Venendo meno l’uso di lunghi catecumenati, e affermandosi invece quello di battezzare i bambini appena nati, il quadriportico si evolverà rapidamente nel nartece, portico antistante che accoglie e ripara, e nel sagrato: luogo particolarissimo, spazio diremmo di dialogo tra sacro e profano, essenziale momento che, senza aver già immesso nel luogo sacro, tuttavia già distacca dal mondo e prepara all’incontro col Signore.
Nelle basiliche si presenta inizialmente una costante: le reliquie sono custodite nella cripta, e la basilica viene costruita ad corpus, cioè intorno, sopra il corpo del martire cui è dedicata: espressione architettonica del fatto che i martiri sono il fondamento della Chiesa.
Successivamente, con l’architettura romanica, si sviluppa la forma della chiesa rettangolare, a tre navate, col transetto che dà alla pianta la forma della croce, quasi a immedesimare il cristiano in Cristo. Avanzando lungo la navata, il cristiano progredisce verso il luogo in cui, in ogni chiesa, avviene, nella presenza dell’Eucaristia, la rottura di livelli di cui si è detto prima, il sacro e l’umano si uniscono, il cielo e la terra si congiungono sull’altare: sul quale, al centro del quadrato dato dall’incrocio della navata e del transetto, il quadrato fondamentale, si innalza verso il cielo il tiburio con la cupola, immagine del cielo. Qui, e nelle immagini presenti nell’abside, si incontra il cielo. Si noti poi che l’obbligo di consacrare gli altari con le reliquie, unisce indissolubilmente il primo testimone, Cristo, a quelli successivi; e che l’altare è eretto sopra la cripta, che custodisce le reliquie.
La chiesa di pellegrinaggio, che ospita, e mostra, preziose reliquie, assume una forma tipica, di cui sono esempio la grandi basiliche di Santiago, Santa Fede, di Loreto, sviluppando ampie navate laterali, atte a consentire il flusso dei pellegrini senza interferire con le celebrazioni all’altare, e molte cappelle radiali intorno all’abside della navata centrale e a volte anche delle navate laterali. Queste cappelle sono destinate a celebrazioni particolari per gruppi di pellegrini di varia nazionalità, e offrono anche la possibilità di momenti di raccoglimento: ciò è particolarmente evidente a Loreto.

Il centro
Il centro è la reliquia: viene custodita nella cripta, o anche esposta in alto sopra l’altare: bisogna dire però che la collocazione delle reliquie è piuttosto varia, e che le reliquie vengono spesso spostate, a seconda anche dei tempi del santuario.
La Santa Casa di Loreto è anche materialmente al centro della basilica che la ospita, e così pure la Porziuncola ad Assisi; a Padova le reliquie del Santo sono in una cappella laterale; nella basiliche romane le reliquie sono nelle cripte; se si tratta di venerate immagini spesso sono in cappelle appositamente edificate e ornate. In alcuni casi la reliquia o l’immagine sono collocate in un punto sopraelevato, dietro l’altare o l’abside, al quale si accede per mezzo di scale che consentono una notevole vicinanza, e favoriscono lo scorrere dei pellegrini: è il caso di Santiago de Compostela, di Czestochowa (che però non è sopraelevata), di Manoppello, di Santa Maria in Vado a Ferrara, e di molti altri. Dovunque siano collocate, le reliquie e le immagini sacre oggetto di devozione sono visitate secondo una ritualità che è determinata e a sua volta determina le strutture architettoniche.
Ma la forma forse più adeguata, per altro eco di santuari più antichi, si trova nel santuario di Lourdes: nella serie delle tre chiese che si elevano sulla grotta, che abbracciamo i pellegrini con le due rampe grandiose, si esprime tutta la sostanza di accoglienza del santuario, al quale gli uomini vanno proprio per essere accolti e perdonati.

L’esperienza del centro
Con un flusso ininterrotto i pellegrini dunque possono avanzare verso la cripta, o il luogo dietro l’altare dove sono le reliquie, e toccarle. Fondamentale per l’esperienza del santuario è il toccare le reliquie: mettere la mano sulla tomba di Sant’Antonio, toccare il muro della Grotta di Massabielle, passare in ginocchio davanti alla Madonna di Czestochowa, toccare i muri della Santa Casa e farne in ginocchio il giro: in questi modi clamorosi, e in altri meno visibili, l’esperienza del centro si realizza per i pellegrini, e si conferma nei sacramenti della penitenza e dell’Eucaristia. A Santiago si sale dietro la grande statua di san Giacomo, e la si abbraccia, come immedesimandosi nel santo: e si potrebbero fare altri esempi.
Toccare poi non basta: bisogna, soprattutto nei luoghi dove si sono avute visioni, cercare le tracce dei veggenti: si va alla casa di Bernadette a Lourdes, si visitano le case dei pastorelli e i luoghi delle apparizioni dell’angelo a Fatima.
A quella del toccare, si aggiunge in molti luoghi la ritualità dello stare accanto, del fermarsi, spesso legata ai tempi del santuario: a Fatima ci si ferma ai tredici del mese, alla Santa Casa si veglia la notte che precede la festa, attendendo l’arrivo della Santa Casa; in molti piccoli santuari ci si ferma la notte precedente la festa.
Qual è l’effetto di questo contatto? Innanzitutto c’è un dato oggettivo: è un contatto. Ciò che era distante si è unito, chi era lontano si è fatto vicino. E’ un incontro: cambia. Un incontro produce sempre un cambiamento: se no, non è incontro. Si cambia perché si è entrati in contatto con qualcosa da cui non si può più prescindere, è come quando si guarda un caleidoscopio: con un gesto, tutto si sposta e si riorganizza, prende un’altra forma, mostra un’altra immagine. La realtà si riorganizza intorno a un altro centro: intorno al centro.
Poi c’è il dato psicologico: che è il riflesso interiore di quello oggettivo, ed è evidente nella misura in cui ci se ne rende conto: il che può non essere un fatto immediato. Per questo anche si sosta presso i santuari, se appena è possibile: per avere il tempo di rendersi conto di quello che è accaduto.

Le insegne
Possiamo distinguere diversi tipi di insegne: quelle che documentano il cammino in generale e quelle che dichiarano le particolari mete.
Nel primo gruppo troviamo il bastone, la borraccia, la mantellina di panno spesso, il cappello. Il bastone si chiama bordone: alto, spesso con un puntale di ferro per maggior resistenza e anche per difesa, deve il suo nome a un compagno dei viaggiatori, il mulo. Infatti si chiamava (in latino tardo) burdo una razza di muletto; la parola passa nel francese antico bourdon, e diviene il modo di indicare il bastone al quale il pellegrino, che non aveva affatto cavalcatura, appendeva il suo fagotto e la borraccia. Il bastone è il mulo del pellegrino, e infatti ha un gancio di ferro cui meglio appendere cose, e soprattutto la borraccia per la preziosa acqua, di solito una zucca scavata. Il cappello era a larghe falde: doveva infatti riparare dal sole e dalla pioggia tutto il corpo e non solo il capo: il nome petaso deriva dal latino petasus (a sua volta dal greco petávvymi, allargo).
La mantella, corta per non ingombrare il passo, era di panno adatto a riparare dall’acqua: veniva detta anche sanrocchino, da San Rocco, il santo pellegrino romeo.
Spesso il pellegrino portava dal luogo di provenienza immagini sacre, a tracolla o sulla schiena: e in tal modo anche si diffondevano i diversi tipi di immagini, e le storie relative.
Portavano poi le insegne della meta: la conchiglia chi andava a Santiago, le chiavi incrociate, la Veronica, la Porta Santa (dopo l’istituzione del Giubileo romano) chi andava a Roma, come simbolo della sede di Pietro, la Santa Casa chi andava a Loreto, la croce o le palme (a ricordo duplice: la palma dell’entrata di Gesù in Gerusalemme, e la palma del martirio) chi andava Gerusalemme. In tal modo i pellegrini, ben identificati, avevano anche un proprio appellativo, ed erano i jacobei, palmiti, romei.
Chi andava poi a Roma, non solo metteva le chiavi, ma, più spesso l’immagine di quelle reliquie che avrebbe visitato: la Veronica, la Porta Santa. Tra l’altro, queste insegne sono state un prezioso indizio delle reliquie che erano oggetto di devozione.
Ma la conchiglia la portavano tutti: erano così numerosi i pellegrini alla tomba di Giacomo, che il pellegrino per antonomasia era quello che andava là; così si vedevano pellegrini carichi di conchiglie, chiavi, palme. Erano oggetti poveri, di stagno o piombo, facilmente deteriorabili; si cucivano sull’abito o sulla falda del cappello: costituivano come un salvacondotto, che dichiarava il loro stato. Il pellegrino era il povero di Dio per eccellenza, da accogliere e sfamare, perché si affidava in tutto alla provvidenza di Dio e alla carità del prossimo.

L’itinerario
L’itinerario è parte integrante della purificazione. Caratteristica della ritualità connessa ad ogni santuario è un itinerario di avvicinamento, che può essere grandioso come quello del camino di Santiago, o avere dimensioni minori. L’itinerario è individuabile perché porta i segni del pellegrinaggio. Se si tratta di un lungo itinerario, come appunto il camino di Santiago, i segni sono stati lasciati dagli uomini che l’hanno percorso: sono chiese, immagini, la vita stessa di altri pellegrini che hanno lasciato una traccia in un’opera (un ponte, un ospizio, un quadro: ma anche una storia o una leggenda), e si sono spesso accumulati nei secoli.
Altri itinerari partono dai pressi del santuario: le stazioni del Rosario o della Via Crucis, in edicole isolate come a Maria Saal, o collegate da un portico tra loro e alla città. L’itinerario, che è per una purificazione, può essere anche tutto all’interno del santuario: a Lourdes, per esempio, è proposto, all’interno del Domaine de Nôtre-Dame, come cammino penitenziale, guidato; l’avanzare stesso lungo la navata verso il centro costituisce un itinerario. E’ solo la distrazione che oggi spesso impedisce di cogliere nelle immagini sacre nelle le chiese, nelle memorie che vengono offerte alla visione, le tappe di un itinerario di purificazione, che ha come primissimo esito un nuovo sguardo su di sé, quella consapevolezza del peccato che ha come esito il pentimento e la domanda di perdono.
L’itinerario fa già parte dell’esperienza del sacro: è un già e non ancora, è già nell’area del centro, anche se non è il centro. C’è un uso particolare legato a Santiago che è significativo. Di solito a Santiago si va per chiedere una grazia: ebbene la tradizione vuole che si sia certi di ottenere una delle tre grazie di cui si è maturata la richiesta durante il viaggio. Il tempo del viaggio dunque, e i suoi luoghi, l’itinerario sono già dentro l’esperienza del sacro.
Anche il Giubileo, fin dall’inizio, ha proposto un itinerario, senza specificare tuttavia l’ordine, alle quattro basiliche, che comunque riconducono tutte a Cristo.

La purificazione
Nei pressi di un santuario esiste molto spesso una fonte: la troviamo oggi a Lourdes, a Fatima, a Czestochowa, per citare solo tre casi evidenti.
Può essere legata al sorgere stesso del santuario: come a Lourdes, dove è la Vergine che esorta Barnedette a scavare, le fa trovare una sorgente che ancor oggi zampilla, e che possiamo vedere ben protetta nella grotta, e dove è ancora la Vergine che esorta Bernadette a lavarsi il viso, gesto che i pellegrini puntualmente ripetono. Oppure semplicemente c’è: ma è necessaria all’economia rituale, perché introduce il tema della purificazione, del necessario cambiamento prima di accostarsi al luogo sacro. Non è ancora l’effetto della presenza divina, è l’introduzione ad essa.
Il tema della purificazione, così annunciato nei rituali, trova il suo compimento reale nel sacramento della penitenza, in cui si sperimenta il perdono. In questa ottica, i rituali sono come un’introduzione alla confessione, costituiscono il tempo, il modo, l’occasione di una presa di coscienza. Gli incontri (dei corpi santi, delle immagini, dei luoghi) sono, per confronto con la santità vissuta e documentata, mezzi per prendere coscienza dei propri peccati e pentirsene.
Tutto questo è particolarmente utile nel nostro tempo, nel quale come è facilissimo peccare perché la mentalità del mondo è persuasiva e ha potenti mezzi di trasmissione e persuasione, così è difficile rendersi conto del peccato e in primo luogo accettare che Dio e quanto lo riguarda non siano in una sfera, personale, privata, a parte, ma dentro la vita con un giudizio su ogni istante.
La purificazione, come la ritualità in genere, non è sempre legata allo stesso gesto. Basti pensare alle scritte relative all’abbigliamento e al comportamento (sembrerebbero elementari: non si entri in calzoncini corti, non si mangi, non si parli a voce alta, per esempio): sono il richiamo a una ritualità di cui non ci avvede, ma necessaria. Ebbene, non manca mai chi non protesti, soprattutto per quanto riguarda l’abbigliamento: si vuole entrare nel luogo sacro così come ci si trova, nell’abito comodo per il viaggio. Senza scomodare la psicologia del vestire e il significato che ha l’abbigliamento per ciascuno, è evidente che in linea di massima ci si sente oggi pronti per l’accesso al sacro, e la percezione del peccato è la prima cosa da recuperare.

L’itinerario oggi
L’itinerario è dato perché si operi la prima parte del cambiamento, quella che rende pronti a cogliere il frutto dell’esperienza del sacro.
La caratteristica dell’itinerario santuariale è di procedere per incontri: quando è guidato, ci si trova sempre davanti alla proposta di meditare su momenti della vita di Cristo, nel Rosario o nella Via Crucis. E di solito ci si ferma lì. Invece, il pellegrino, come testimoniano anche le diverse relazioni, è un personaggio attento a ciò che incontra, che non esita a fare lunghe digressioni dalla via più spedita al solo scopo di venerare una reliquia, un corpo santo. Che cosa significa oggi questo? Significa non trascurare nulla di quello che si trova sul cammino: le immagini dei santi nei quadri delle chiese, la reliquie antiche o recenti, la decorazione stessa degli edifici sacri, le facciate con le loro immagini, le maestà lungo la via: sono tutti come nuovi corpi santi da onorare e incontrare, su cui meditare.
Le architetture e i dipinti non sono lì solo perché ci si estasii per il loro valore estetico, ma perché insegnano, con il linguaggio dell’arte che la Chiesa da sempre ha usato, le verità della fede. Lo fa per immagini, e per mezzo della organizzazione dello spazio nelle chiese e nei monasteri: attraverso di essi, la Chiesa si presenta con tutta la sua storia, e con lo spessore della testimonianza dei suoi santi. Si dovrebbe sentire come un dovere, cui si è tenuti, sapere che cosa si sta guardando e che cosa significhi, e, come un compito missionario insegnarlo.
E le insegne? Quelle ci sono sempre: non sono più le placchette per gli abiti, ma i fazzoletti con le immagini dei santi, le bandierine, le borse dei pellegrini. Basta poco, e ci si rende riconoscibili.

Il labirinto
Una immagine tutta particolare dell’itinerario è data dal labirinto: a fianco della Cattedrale di Lucca, su di una colonna, è tracciato un labirinto: e una iscrizione dichiara Questo è il labirinto costruito da Dedalo di Creta dal quale nessuno entratovi poté uscire salvo Teseo grazie al filo di Arianna. A Chartres invece, sul pavimento, è tracciato un labirinto lungo il quale ci si muoveva in complesse paraliturgie, muovendosi verso il centro, figura di Gerusalemme.
Molti erano i labirinti sui pavimenti delle chiese, e per la maggior parte sono andati distrutti. Quelli rimasti consentono tuttavia di parlare della loro duplice valenza. Sono immagine del mondo, ingannevole, e tale che ci si perde, al centro del quale sta una belva, il Minotauro. Solo Teseo, figura di Cristo, poté sfuggire (cioè affrontare il male della morte e vincerlo, uscire dal sepolcro) grazie al filo di Arianna (l’obbedienza al Padre).
Ma sono anche immagine della Gerusalemme, città celeste e paradisiaca, dove Cristo ha vinto la morte: raggiungere il centro, senza smarrirsi e lasciarsi fuorviare, equivale a compiere il pellegrinaggio ai Luoghi Santi.
In questo senso, il labirinto è immagine del centro e delle prove da superare per raggiungerlo.

Il tempo
In molti modi un santuario propone un diverso uso del tempo: nell’allontanare dalla casa, dal noto, dalle abitudini, nello scandire la giornata in un ritmo di preghiera. Ogni santuario ha poi i suoi particolari tempi sacri, nel corso della settimana, ma più spesso dell’intero anno (quando addirittura l’intervallo di tempo non sia costituito da diversi anni), nei quali si concentrano i pellegrinaggi e le devozioni, e sono collegati in genere agli anniversari e alle vicende della fondazione e alla storia successiva. L’uso del tempo è collegato allo spazio: la sosta è spesso contemplata, vi sono strutture di accoglienza: nello spazio sacro ci si sofferma, al sacro, nel suo spazio, si dedica tempo. Il caso del Giubileo è esemplare: le visite alle basiliche dovevano essere fatte 30 volte (poi successivamente ridotte di numero): al sacro, cioè, bisogna dare tempo, bisogna stare accanto ai santi, lasciare che operino collaborino al cambiamento.

Il perdono, la misericordia, la festa: il centuplo quaggiù
Mosè e Aronne annunziarono al Faraone: “Dice il Signore, il Dio d’Israele: lascia partire il mio popolo perché mi celebri una festa nel deserto!”. Il termine usato è hag, la cui radice significa danzare, e collega il pellegrinare con la danza, la quale è espressione di gioia e di lode: anche Davide aveva danzato davanti all’Arca.. La festa è connessa al contatto col sacro, ai suoi effetti: giubilo, che in italiano significa fare grande festa, non è altro che la traduzione del latino jubileus, con cui San Gerolamo nel IV secolo tradusse il termine ebraico jôbel, che indicava, con la figura retorica della parte per il tutto, l’intero anno di grazia che si apriva al suono del corno di ariete, cioè dello jôbel.
L’effetto della purificazione e prossimità al sacro, del perdono ottenuto, è la festa: non c’è santuario, grande o piccolo che sia, senza la festa. Possono essere i clamorosi fuochi artificiali di Santiago, la grande merenda nei boschi intorno al santuario di Fatima, la processione Eucaristica e quella con flambeaux a Lourdes; la banda che suona, la fiera paesana con i palloncini e le bancarelle. Può essere stare in Piazza San Pietro ad aspettare che il Papa parli alla finestra e intanto mangiare i panini dello zaino; può essere il girotondo dei ragazzi; può essere il concerto. Comunque sia, è l’esperienza di un nuovo inizio che ha insita l’esigenza di comunicarsi, di condividere, di annunciare.
La festa poi comporta sempre una dimensione conviviale: si mangia insieme. E il mangiare insieme è una delle più forti e incisive espressioni del partecipare di una medesima esperienza, di essere insieme nella vita.
Il pellegrino non ha fatto tanta strada per un futuro lontano, ma per una gioia presente: perché adesso è pienamente capace di percepire quello che di solito il mondo non fa sentire, la presenza viva del Risorto.

Il ringraziamento
C’è un modo di ringraziare che nei santuari si rende evidentissimo, ed è la tavoletta ex- voto o PGR. Queste tavolette, che sono divenute un vero genere pittorico, hanno riempito santuari al punto che non c’era più spazio per conservarli, e chi ne portava uno nuovo veniva invitato a portarsene a casa uno antico.
Non sempre si tratta di tavolette dipinte: in alcuni luoghi si tratta di lastre di pietra o marmo affisse (Lourdes, Máriaremete), di oggetti d’argento o altro materiale riproducenti la parte del corpo cui la grazia è relativa (gambe, occhi, ma anche bambini, eccetera); di oggetti di cera bruciati (a Fatima vengono portati e poi bruciati in un fuoco continuo, vicino alla capelinha). Oppure del lasciare presso il santuario oggetti legati alla grazia ricevuta: stampelle, spalline di militari e abiti e scarpe da sposa, capelli, fotografie: come a Guadalupe e a Padova, da Sant’Antonio).
Tutti miracoli? non c’è affatto bisogno di documentazione medica. C’è la certezza personale dell’intervento divino, che ha indirizzato le cose in modo provvidenziale, e tanto basta.


I santi pellegrini
Tra le immagini che compaiono sovente ci sono quelle dei santi pellegrini:sono quei santi per i quali il pellegrinaggio è divenuto attributo, o che hanno dato la loro opera per il sostegno e la salvezza dei pellegrini.

San Cristoforo si chiamava Reprobo ed era un cananeo gigantesco di aspetto terribile: serviva il re del suo paese, ma gli venne desiderio di mettersi a disposizione del re più potente del mondo. Trovò un re potente, ma scoprì che aveva paura del diavolo; servì allora il diavolo, ma scoprì che aveva paura di Cristo. Un giorno, mentre camminavano insieme, si imbatterono in una croce, e il diavolo fuggì: Reprobo lo interrogò, e seppe che un giorno un uomo chiamato Cristo era stato inchiodato alla croce, e che quel segno terrorizzava il diavolo. Capì allora che doveva cercare Cristo. Un eremita gli predicò il Vangelo, poi lo invitò a servire Gesù con digiuni e preghiere. Ma il nostro disse che non facevano al caso suo: l’eremita allora gli indicò un fiume nel quale molti, traversandolo, trovavano la morte, e gli suggerì, vista la sua altezza e la sua forza, di aiutare i viaggiatori a traversarlo, perché ciò sarebbe stato molto gradito a Gesù, che forse gli si sarebbe manifestato. Cristoforo riconobbe che quello poteva farlo e divenne traghettatore. Un giorno un bambino gli chiese di trasportarlo. Cristoforo lo prese sulle spalle, ed entrò nel fiume: le acque si gonfiarono tumultuose, e il bambino diveniva sempre più pesante. Cristoforo temette per la sua vita. Giunto all’altra sponda, il bambino gli disse che lui aveva portato sulle spalle non solo il mondo ma il suo creatore. E gli promise un segno: il suo bastone avrebbe messo fiori e frutti. Cristoforo piantò a terra il bastone, e la mattina dopo lo trovò fronzuto come una palma e pieno di datteri. Si fece allora battezzare, col nome significativo di Cristoforo, portatore di Cristo, e per servirlo andò in Licia; qui, avuta la grazia di intendere la lingua del posto, prese a confortare i cristiani condotti al martirio. A sua volta affrontò il martirio: morì, di fatto, quando volle, dopo aver superato indenne molti tormenti, e non prima di aver aver convertito con prodigi di predicazione, opere e carità quanti avrebbero dovuto convincerlo a sacrificare agli dei, e anche, con un miracolo dopo la morte, lo stesso re che lo aveva fatto uccidere.
San Cristoforo è un santo martire e ausiliatore, che, invocato, è particolarmente efficace: la sua figura è sempre grande: una carità per il viandante, perché chi vede San Cristoforo non morirà in quel giorno fuori della grazia di Dio

San Rocco
San Rocco fu pellegrino a Roma: un romeo, dunque, ma viene comunque rappresentato con la conchiglia, oltre che con le chiavi, con la mantellina che da lui prende il nome di sanrocchino, e il cane che gli lecca una ferita sulla gamba.
Rocco, giovane orfano, distribuì i suoi beni e si fece pellegrino a Roma lasciando la nativa Montepellier. Infieriva la peste, e Rocco si fermò ad Acquapendente: qui guariva gli appestati col segno della croce. La sua capacità di curare lo portò in Romagna, dove rimase fino alla fine dell’epidemia. Arrivò a Roma nel 1317…
Non si sa come il suo corpo sia giunto a Venezia: qui fu posto nel 1490 nella chiesa a lui intitolata presso i Frari.

San Martino
San Martino è legato ai pellegrini per l’elemosina che fece al povero, mentre San Michele compare nel Giudizio finale, e pesa le anime con la bilancia.
Altri temi sono legati alla storia della salvezza, e accompagnano il cammino dell’anima verso il suo destino, l’incontro col Signore che ne svelerà i pensieri.

San Michele
Spiriti liberi e creati, gli angeli furono posti come intermediari tra il Creatore e la sua opera: oggi, venuti “di moda” ne circola una visione edulcorata e mielosa che contrasta con la loro natura forte. Gli arcangeli hanno nomi significativi: Gabriele significa “Uomo in cui Dio Confida/Uomo di Dio”; Raffaele significa “Dio sana”; ma il nome di Michele va al cuore della questione, e significa (Mi kÇ’ ïl in ebraico) “Chi come Dio?”. Compare all’inizio e alla fine dell’opera di Dio, in modo tale da definirne il ruolo e le caratteristiche iconografiche.
Daniele lo indica come colui che viene in aiuto (10,13 e 10, 21) e (12,1) “il gran principe, che vigila sui figli del tuo popolo”. La sua caratteristica portante è quella di contrastare Satana. Anche questo un angelo, il più bello, già di nome Lucifero, che, invidioso di Dio e dell’incarnazione del suo Figlio, gli si contrappose (cioè si fece come Dio). Michele contrasta Satana che vuole impossessarsi del corpo di Mosè (Gd,9). Ma la grande lotta con Satana è delineata nell’Apocalisse “Scoppiò quindi una guerra nel cielo: Michele e i suoi angeli combattevano contro il drago. Il drago combatteva insieme con i suoi angeli, ma non prevalsero e non ci fu più posto per essi nel cielo” (Ap 12, 7-8).Per questa sua vittoria contro colui che si è opposto all’opera di Dio gli uomini lo invocano nelle preghiere contro il diavolo, e gli dedicano chiese e paesi.
E’ in atto dunque una lotta: Michele combatte il diavolo che cerca di conquistarsi la anime, e questa lotta vede il suo ultimo atto, nella vita di ciascuno, al momento del giudizio. Più volte Michele è raffigurato nelle grandi immagini del Giudizio universale come colui che pesa le anime, e le avvia al Paradiso o al diavolo, che ha il ghigno vorace di un grande drago che a fauci spalancate divora i dannati. Puntualmente l’iconografia riprende questi temi, e mostra l’arcangelo con la bilancia o, armato, in atto di trafiggere il diavolo. L’iconografia orientale ce lo mostra anche con i segni di una signoria sul creato: a Messina, nella chiesa di San Gregorio un mosaico del sec.XII, mostra Michele col lungo bastone/scettro nella destra e nella sinistra il globo dell’universo.
Michele prende iniziativa: i santuari più importanti a lui dedicati hanno avuto la consacrazione direttamente dagli angeli (ma non solo quelli: citiamo per esempio il promontorio di Haestiae, sul Bosforo dove sorse un Michaelion , cioè una chiesa a lui dedicata, in seguito a una visione); costante è pure il tema della grotta, e, come conseguenza, delle lunghe scalinate. Sorgono in luoghi estremi, alle porte, per così dire, della civiltà europea: perché è alle porte, in luoghi esposti perché, che facilmente si attesta il nemico. Sono luoghi ambigui, bivalenti, protesi oltre il fine delle terre conosciute, oltre il noto. Come ogni passaggio, celano un’incognita e un pericolo. Così è a Le Mont-Saint-Michel (che, completo, suona così: au- péril- de -la mer, al pericolo del mare) in Francia, così in Italia sul Monte Sant’Angelo sul Gargano e alla Sacra di San Michele alla Chiusa, all’imbocco della Val di Susa in Piemonte. I tre luoghi sono legati. Il più antico è il santuario sul Gargano: nella sua forma stessa gli elementi naturali si intrecciano con l’opera dell’uomo. Si colgono qui i segni della storia e i ricordi del passato precristiano, che ha preparato ritualità che i cristiani hanno accolto (non è da stupirsi: il rapporto col sacro e il suo linguaggio nasce con l’uomo stesso, e fa parte di una praeparatio evangelica orientata a Cristo). Era in queste terre un culto che contemplava un sacrificio in grotta e poi il dormire nella stessa, per avere sogni profetici; i cristiani continuarono la pratica di dormire nelle grotte (è così anche a Bari, nella basilica di San Nicola) per avere premonizioni. Ci furono quattro apparizioni. La prima, del 490, è detta “episodio del toro”. Gargano, ricco pastore di Siponto (oggi sito storico archeologico, e la città è stata sostituita da Manfredonia), ritrovò il suo toro più bello inginocchiato davanti a una grotta: irato, volle colpirlo con una freccia, che però tornò indietro e ferì lui stesso. Il vescovo, San Lorenzo Maiorano, informato, indisse tre giorni di preghiera: al termine gli apparve San Michele che proclamò: “Io sono l’Arcangelo Michele e sto sempre alla presenza di Dio. La caverna è a me sacra, e una mia scelta; io stesso ne sono il vigile custode… Là dove si spalanca la roccia possono essere perdonati i peccati degli uomini…Quel che sarà qui chiesto nella preghiera sarà esaudito”. E ordinò: “Va’, perciò, sulla montagna e dedica la grotta al culto cristiano”. Tuttavia, poiché il luogo aveva visto culti idolatrici, il vescovo esitò. Ecco allora la seconda apparizione, detta della Vittoria. Siponto era assediata: San Lorenzo, chiesta una tregua, in tre giorni di penitenza si affidò a San Michele, che gli apparve e promise vittoria. I sipontini usciti in battaglia sbaragliarono i nemici. L’anno successivo, 493, quando ci si apprestava a consacrare la grotta Michele apparve a dire che il luogo era già stato da lui consacrato. San Lorenzo, con sette vescovi pugliesi (come ben si legge nel bassorilievo sopra un portale d’ingresso) si avviò in processione alla grotta. Qui sull’altare che trovò misteriosamente preparato con un pallio rosso, una croce di cristallo e l’orma del piede dell’Arcangelo, il vescovo celebrò la prima messa di quel luogo il 29 settembre, giorno che ancor oggi la liturgia dedica a San Michele. Intorno al santuario, costruito sulla roccia della grotta, si formò la città dell’Arcangelo, Monte Sant’Angelo.
Durante la peste del 1656 l’arcivescovo Alfonso Puccinelli si rivolse a San Michele con preghiere e digiuni e pose nelle mani della statua dell’Arcangelo una supplica a nome di tutto il popolo. Il 22 settembre San Michele apparve e ordinò al vescovo di benedire i sassi della grotta e scolpirvi il segno della croce con le lettere M A, Michele Arcangelo. Promise salvezza dal male a chi avesse tenuto quelle pietre: nell’obbedienza all’invito, la città e i dintorni furono presto risanati. Ancor oggi vediamo la statua di San Michele eretta allora davanti alla stanza della visione. Nacque così l’uso chiedere piccole pietre come ricordo: si prendono in una piccola grotta detta cava della pietre, che si apre sulla grotta principale. In processione ancor oggi i devoti portano con sé sassolini che lanciano verso i campi per chiedere la protezione del raccolto.
Nel 663 si combatté, sotto il promontorio, nel golfo di Siponto, la battaglia navale tra Longobardi e Saraceni da cui questi uscirono sconfitti. I Longobardi, vincitori, elessero Michele loro patrono: si spiega così come sia stata fondata a Pavia, capitale dello sfortunato regno Longobardo, una Cattedrale dedicata all’Arcangelo, oggi in forma romaniche dell’inizio del sec.XII.
Con i Longobardi giungiamo alla Chiusa. Qui vi era già, dai secoli V e VI, il culto di San Michele, portato da monaci persiani, a loro volta esuli dalla patria e inviati a evangelizzare l’Italia settentrionale: Bizantini e Longobardi avevano continuato il culto. Giovanni Vincenzo, vescovo di Ravenna, alla fine del sec.X volle farsi eremita e si stabilì sul Monte Caprasio, vicino al Monte Pirchiriano (cioè Mons Porcarianus, Monte dei Porci). Per costruirsi una cappella radunò tronchi e pietre che sparirono misteriosamente. Ne ammassò ancora, e vegliò nella notte: vide gli angeli venire e trasportare tutto sul Pirchiriano. Interpretò in ciò una volontà divina, e terminò la costruzione dove gli angeli l’avevano iniziata. Nella notte precedente la consacrazione si vide sopra il monte un globo di fuoco, e quando il vescovo Amizzone giunse sulla sommità trovò un altare eretto dagli stessi angeli. Questo dice la tradizione: la storia documenta che il conte Ugo di Montboissier, giunto alla Sacra nel 999, fece fabbricare un monastero con ospizio per i pellegrini, e vi chiamò cinque benedettini. Tre cappelle affiancate, nel cuore del complesso, testimoniano le tappe della storia: la prima è un oratorio del IV o V secolo, poi una cappella dei monaci, poi, addossata alla roccia, la costruzione attribuita a San Giovanni Vincenzo (966 ca), che ebbe la consacrazione angelica. Nel Coro Vecchio un affresco, trasferito qui durante i restauri che hanno restituito bellezza al complesso, mostra tutta la vicenda, unendo in un unico racconto visivo quanto dicono la tradizione e la storia. Con l’ospedale per i pellegrini (siamo qui nel bel mezzo della via Francigena) si definisce la vocazione di questo luogo, di essere meta di pellegrinaggio e insieme luogo di sosta e sollievo per chi andava a Roma o a Santiago de Compostela. Oppure per chi voleva completare le sue devozioni all’Arcangelo onorandolo nell’altro luogo che aveva chiesto per sé, nel nord della Francia. Qui, nella bassa Normandia, nella baia si protendeva la penisola del promontorio di Mont-Tombe: allora le maree non lo isolavano, e la sottile striscia di terra era sempre percorribile (oggi una diga, che rende la strada sempre percorribile). Nel sec.VIII il vescovo Sant’Oberto (Aubert) vi edificò un oratorio: Michele infatti gli era apparso due volte: dopo la prima, e la relativa richiesta di un luogo a lui dedicato, Oberto non aveva fatto nulla. Allora Michele apparve nuovamente, e premette sul capo di Oberto col dito, perché non dimenticasse di obbedire: infatti ad Avranches (sull’estuario della Sée, in fondo alla baia di Mont-Saint-Michel) nel tesoro della chiesa di Saint-Gervais è custodito un reliquiario con il capo di Oberto, capo che presenta un foro nel punto in cui Michele premette il dito.
L’iniziativa di Michele ha avuto risposta nelle opere degli uomini, e i tre santuari costituiscono un ideale cammino che attraversa l’Europa, che ha altre tappe in numerose chiese e paesi, in cento altari dove Michele nelle immagini testimonia che la libertà della creatura può sconfiggere il nemico. E c’è da aggiungere che il percorso michelita potrebbe continuare: di là dalla manica infatti, nella punta estrema della Cornovaglia, sorge St. Michael Mount, vicino al capo Land’s End, un altro Finis Terrae: un altro “estremo” per l’Arcangelo, un ponte da e per la Gran Bretagna. A proteggere chi intraprende il viaggio: perché ogni soglia è la Soglia: della vita, del mare, del cielo.

Bonifacio IX annovera il santuario tra le mete dei pellegrini, insieme alla Terra Santa, verso la quale da qui salpavano, e Santiago de Compostela. Tra Santiago, al Finis Terrae spagnolo, e questo santuario, si stende la fitta rete dei pellegrinaggi europei, che verso nord trovano un altro santuario dedicato a San Michele, il Mont-Saint-Michel in Normandia e ha una sua tappa fondamentale nella Sacra di San Michele in Piemonte.

San Martino
San Martino (316-397) la cui figura stabilisce un ponte ideale attraverso l’Europa tra la Francia e l’Ungheria, dove il santo nacque. Martino è uno dei santi più popolari e amati, e in particolare nelle campagne, per la sua umiltà e la sua generosità. Numerosissime sono le chiese a lui dedicate e la sua immagine in atto di dividere il mantello col povero è da sempre famigliare. La troviamo, non a caso, molto spesso lungo le vie di pellegrinaggio, perché il povero venne presto identificato col pellegrino, figura di Cristo, sulla scorta della parole pronunciate da Gesù quando parla del giudizio finale: ”Ogni volta che avete fatto questa cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”(Mt 25,40).
Il suo corpo è stato per molto tempo presso la sua cattedrale, dove fu bruciato dagli Ugonotti; i resti furono poi raccolti, e ora sono nella cripta. Questa è quanto rimane, insieme alla Torre di Carlomagno e alla Torre dell’orologio, dalla distruzione operata nel 1802, quando la cattedrale fu atterrata per far posto alla rue del Halles.
La pianta della Vecchia cattedrale era assai simile a quella di Santiago de Compostela.; la nuova, più piccola, è stata edificata tra il 1887 e il 1902 da Laloux, in forme neo-romanico/bizantine.
San Martino nacque in Pannonia, l’attuale Ungheria, da un ufficiale dell’esercito assai ligio, che lo dedicò a Marte dio della guerra; quando era ancora bambino il padre fu destinato a Pavia, e qui il ragazzo conobbe il cristianesimo e divenne catecumeno, con grave disapprovazione del padre, che per distoglierlo lo avviò precocemente alla carriera militare a 15 anni. L’episodio del mantello si colloca verso i 21-22 anni di Martino. Durante una ronda di notte gli si presentò un povero seminudo: Martino non aveva denaro, e condivise il suo mantello; il povero gli riapparve in sogno la notte seguente, e rivelò di essere Gesù. Martino, battezzato l’anno dopo, poté congedarsi solo nel 354. Si ritirò a Poitiers presso Sant’Ilario, che lasciò solo per tornare in Pannonia, dove convertì la madre; tornato a Poitiers, fu autorizzato dal vescovo a evangelizzare le campagne vivendo da eremita. Si stabilì a Ligugé, che è così il primo monastero di Francia e d’Europa. Nel 371 i cristiani di Tours lo acclamarono vescovo. Desideroso di sfuggire alla nomina, si rifugiò in campagna, nascondendosi in mezzo a un branco di oche, che però svelarono col loro schiamazzo subito la sua presenza, così che Martino non poté evitare l’elezione. Per questo nella sua iconografia compare una robusta oca.
Da vescovo, percorse instancabilmente le campagne dei cui abitanti conosceva le necessità, operando la cristianizzazione di una regione ancora, più che romana, celtica in usi e religione; inaugurò l’uso delle visite pastorali; fondò a Marmoutier il primo centro di formazione per il clero. Durante una visita pastorale, sentì avvicinarsi la morte e vi si predispose stendendosi su una tavola cosparsa di cenere, e restando il preghiera. Morì l’8 novembre, ma è festeggiato l’11, giorno del trasporto a Tours dove il suo amico sant’Ambrogio, con un fenomeno di bilocazione, fu presente alle sue solenni esequie

San Giacomo
San Giacomo prima di tutto: poiché il pellegrinaggio al suo santuario era il più frequente, la dedicazione a lui di luoghi di preghiera (dalle maestà alle cattedrali), di accoglienza (dalle osterie ai grandi ospedali), la presenza delle sue immagini o dell’emblema del pellegrinaggio alla sua tomba, la conchiglia è indizio di passaggio di pellegrini. San Cristoforo poi è il primo che si prende cura dei viandanti, e la sua figura, quasi sempre gigantesca, è segno di pellegrinaggio e tema caro ai pellegrini.
Santiago vuol dire San Jago, cioè San Giacomo .Compostela può avere due derivazioni. O da Campus Stellae, campo della stella, con allusione alla luce che indicò il luogo del sepolcro del santo, di cui si era persa memoria; oppure da compositum tellus, terra composta, cioè cimitero.
La barca col corpo di Giacomo giunse a Iria Flavia in Galizia, nel nord della Spagna, alla confluenza del Sar con il Río Ulla. Sbarcato il corpo, i discepoli Atanasio e Teodoro, lo posero su di una pietra che si fuse intorno ad esso come cera formando un sarcofago che, dopo la conversione della regina del luogo, fu posto in una cappella nel di lei palazzo trasformato in chiesa. Più tardi i due discepoli furono sepolti accanto a San Giacomo. Quel sepolcro divenne centro di irradiazione del cristianesimo.
Seguirono poi anni di persecuzioni, invasioni, guerre, oblio, e dell’ubicazione della tomba non rimase che una memoria nei racconti locali.
Nell’812-14, quando già da piccoli regni visigotici cristiani del nord della Spagna era iniziata la reconquista della terra contro gli Arabi, a un eremita apparve una stella, che indicò un luogo in cui in epoca romana era stato un cimitero poi abbandonato: l’eremita, Pelayo, avvertì Teodomiro, vescovo di Iria Flavia, che di persona scoprì un sepolcro coperto da una lastra di marmo, in cui non esitò a riconoscere la tomba dell’Apostolo e i resti dei suoi discepoli: lui stesso si fece poi seppellire in quel luogo. Subito furono informati il re delle Asturie Alfoso II, il papa Leone III e Carlo Magno. Il ritrovamento del primo evangelizzatore fu considerato un segno di benedizione della reconquista, San Giacomo si legò così di nuovo alla Spagna, e in breve si accorse da ogni parte alla sua tomba.
Il nome del luogo si definì in fretta: prima Locus Arcis Marmaricis, cioè luogo del ritrovamento dell’arca marmorea; poi Locus Beati Jacobi, poi Locus Sancti Jacobi. Si costruì una prima chiesa e un monastero, di cui non resta nulla. Poi venne una seconda cattedrale voluta da Alfonso III (866-910) e dal vescovo Sisnando (880-920): il locus divenne villa, paese, e residenza di quanti prestavano ogni tipo di assistenza ai pellegrini sempre più numerosi. Divenne un luogo di libertà: Ordoño II nel 915 promise libertà a tutti coloro che vi avessero risieduto almeno quaranta giorni. Il paese s’ingrandiva crescendo intorno alla chiesa; nel 1065 compare il nome Compostela, nel 1075 nasce la terza chiesa, la grandiosa basilica romanica che oggi vediamo, nel 1095 una bolla di papa Urbano II trasferisce qui la sede vescovile: ormai si parla di una civitas, di una città.
Tanti furono i pellegrinaggi, che San Giacomo divenne per eccellenza il patrono dei pellegrini, e l’emblema del cammino alla sua tomba, la conchiglia (la si raccoglieva come ricordo sulle coste dell’Atlantico), è divenuta nel tempo il simbolo universale del pellegrinaggio.

San Giacomo era figlio di Zebedeo e Salome, ed è detto il Maggiore per distinguerlo da Giacomo figlio di Alfeo.
Col fratello Giovanni l’ evangelista, fu tra i primi a seguire Gesù, “prontamente” abbandonando una piccola impresa di pesca (Matteo 4,21-22; Marco 1,19; Luca 6,14): avevano un carattere facile a risentirsi (Luca 9,54), e per questo Gesù li chiamava boanerghès, figli del tuono (Marco 3,17): e ci piacerebbe sentire con quale tono dava loro tale nome.
Ambiziosi, forse, loro: sicuramente la loro mamma, che li condusse davanti a Gesù e chiese che li ponesse alla sua destra e alla sua sinistra nel suo regno(Matteo20,20 e sgg. e Marco 19,35): però fu l’occasione perché confessassero di essere pronti a bere il suo calice, cioè testimoniarlo col sangue. E così fecero: Giacomo per primo fra gli apostoli, nel 42 per ordine di Erode Agrippa, e Giovanni per ultimo. Lo troviamo sempre ai primi posti negli elenchi degli apostoli, è presente con Pietro e Giovanni alla resurrezione della figlia di Giaro, alla guarigione della suocera di Pietro, alla trasfigurazione sul Tabor, alla preghiera nell’Orto degli ulivi.
Una tradizione vuole che i discepoli si dividessero il mondo per la predicazione: a Giacomo toccò la Spagna. Ma ebbe così scarso successo che si avviò anzitempo verso casa: a Saragoza però gli apparve la Vergine, e gli disse che non stava a lui valutare l’esito, e che doveva restare in Spagna. Giacomo obbedì, e sul luogo dell’apparizione alla Vergine una cappella, nucleo della cattedrale della Madonna del Pilar: la sua predicazione è ricordata anche da Isidoro di Siviglia (560-636). Venuto il tempo stabilito, tornò a Gerusalemme insieme agli altri apostoli, e qui, elettto vescovo della comunità cristiana, fu poi decapitato nel 42 per ordine di Erode Agrippa, e sepolto nella Cirenaica: ma i suoi unici due discepoli, Teodoro e Atanasio, ne trafugarono nottetempo il corpo, imbarcandosi poi da Jaffa e affidandosi alla Provvidenza.
Ma la storia di un santo non finisce con la morte terrena, bensì inizia da quella una nuova vita, in un dialogo serrato con i vivi, quasi a testimoniare che il sangue è il seme dei cristiani, e che il chicco, se muore, dà molto frutto.

San Bernardo di Mentone
Bernardo di Mentone, già promesso sposo di Margherita, fuggì alla vigilia della nozze, e si rifugiò sulle Alpi, giungendo ad Aosta, dove lo accolse il vescovo e fu avviato al sacerdozio. Margherita seguì il suo esempio.
Chiamato a essere arcidiacono di Aosta, Bernardo fu molto riluttante ad accettare, e si tramanda che l’Arcangelo Michele intervenne per convincerlo.
Correva voce che, sul valico del Montjou (dove sorgeva un tempio romano dedicato a Giove, e dove era stato un convento distrutto dai saraceni nel X secolo) i pellegrini fossero aggrediti da Giove e da spiriti maligni (forse briganti) che li rapinavano: alcuni di loro giunsero da Roma a chiedere aiuto a Bernardo, perché distruggesse l’idolo malefico. Era un compito arduo, ma fu San Nicola stesso a dire a Bernardo come procedere: il santo si fece accompagnare dal vescovo e dai fedeli in processione fino ai piedi della montagna, poi proseguì solo con i pellegrini, ultimo della fila. Giove e i demoni scatenarono contro di loro le forze della natura: ma Bernardo avanzò senza incertezze, e infine legò con la sua stola il dio pagano, incatenandolo e precipitandolo dal monte Malet. Al valico Bernardo distrusse una statua di Giove: gli apparve allora la Vergine e gli affidò il compito di costruire un monastero e un ospizio sui due valichi che oggi prendono dal santo il nome, il Piccolo e il Gran San Bernardo.
La leggenda (che forse nasce dal panegirico pronunciato alla sua canonizzazione nel 1123) adombra lo zelo di Bernardo che ebbe cura dei pellegrini e fu instancabile nell’evangelizzare dalle Alpi a Novara (dove morì, fu sepolto ed è venerato) e Pavia, confermando ogni giorno la predicazione con miracoli.. La storia attesta che il santo era parente di Ermengarda, moglie del re Rodolfo di Borgogna, che ricevette dal marito, e diede in gestione a Bernardo, un monastero in Svizzera e altri possedimenti. Con tali mezzi Bernardo costruì nel 969 sul valico del Gran San Bernardo l’ospizio e una chiesa dedicata a San Nicola.
I miracoli si susseguirono numerosi, e le reliquie del Santo divennero meta di pellegrinaggi, soprattutto il 15 giugno e per l’Assunta: i fedeli bevevano vino benedetto da una coppa con un cucchiaio d’argento. Gli abitanti di Saint-Oyen facevano il pellegrinaggio almeno una volta all’anno, e nel 1719 le parrocchie limitrofe si radunarono per una grande processione, che culminò nel suggestivo rito dell’immersione dell’asta della croce nell’acqua, per invocare la benedizione sulle acque e sui pascoli. Andato in desuetudine, il pellegrinaggio è stato ripristinato a carattere diocesano nel settembre 1994 come Premier pèlerinage valdôtain au Grand-Saint-Bernard.
Oggi al valico si innalza la statua del santo, che ancora nell’atteggiamento comanda alle forze della natura, e l’ospizio ricostruito nel 1837. San Bernardo è stato proclamato da Pio XI patrono degli alpinisti.




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