Storia
L'origine
della chiesa di San Sigismondo risale al primo periodo comunale e la sua fondazione
deve probabilmente porsi in rapporto con la necessità di offrire il servizio
religioso al piccolo borgo extraurbano che era sorto a ridosso della cerchia
dei torresotti, compiuta tra il 1176 e il 1192. Le mura dei torresotti, che
erano state erette per fortificare la città, racchiudendo i borghi più
popolosi sorti tra l'XI e il XII secolo, correvano infatti dall'attuale piazza
Aldrovandi alle mura del Convento di S. Giacomo e lasciavano all'esterno una
spianata di orti e vigne su cui sorsero ben presto nuove case che diedero vita
alla "Cappella" con cura d'anime di San Sigismondo. Non si conosce per
ora il perché della dedicazione della chiesa a questo santo straniero,
né quale famiglia o quale gruppo si affidasse al suo patrocinio. Sappiamo
soltanto che nella seconda metà dei secolo XIII San Sigismondo compare
tra le circa 100 cappelle presenti nella città di Bologna entro la terza
cerchia muraria e cioè entro il tracciato, costituito intorno al 1250,
di quella "circla" che sarebbe divenuta la cinta urbana di cui ancora oggi
vediamo le porte. Il primo documento finora rinvenuto riguardante la cappella
è del 1271 e si riferisce alla nomina di Giovanni Fabbri, eletto rettore
di San Sigismondo dalle monache di San Vitale che detenevano il giuspatronato
della Chiesa. In questo documento il titolo della chiesa viene accompagnato
dall'appellativo "del vignazzo", che sta ad indicare che essa sorgeva in luogo
occupato da vigne e da terreni posti a coltura. Poco sappiamo della crescita
del borgo situato intorno a San Sigismondo e della vita religiosa della parrocchia
(abbiamo solo notizia del rettore eletto nel 1300, Federico di Arardo Musoni),
ma certo la popolazione andava aumentando, raccogliendosi presumibilmente intorno
ai tre pozzi che nel secolo XIII servivano da referente per indicare la suddivisione
interna della parrocchia: il pozzo di Gattamarza (oggi via Sant'Appollonia),
il pozzo davanti alla chiesa e quello presso Gherardo da Paliottis.
La cappella di San Sigismondo era già affiancata dalla parrocchia di
Santa Maria Maddalena, che contava un numero maggiore di abitanti. Nel 1307
vi erano in San Sigismondo185 uomini "atti alle armi", e cioè
abitanti di sesso maschile tra i 18 e 70 anni, mentre alla Maddalena ve ne erano
394. Sulla base di questi dati numerici e seguendo le indicazioni fornite dagli
studi di demografia storica possiamo calcolare il numero degli abitanti di San
Sigismondo e della Maddalena rispettivamente in circa 650 e 1380 unità.
Nel 1320 gli uomini di S. Sigismondo erano 172 (= abitanti 600) e quelli della
parrocchia vicina 392 (= abitanti 1372). Nei trenta anni successivi si riscontra
una progressiva, anche se lenta, diminuzione della popolazione, che avrà
una brusca caduta con la peste nera che colpisce la città e l'intera
Europa alla metà del secolo XIV. Nel 1357 infatti gli abitanti di San
Sigismondo non superano le 250 unità e i parrocchiani di Santa Maria
Maddalena scendono a circa 700.
Sebbene la cappella di San Sigismondo non fosse tra le più popolose
del quartiere di porta Piera in cui si trovava (vi si ergevano le più
abitate parrocchie di San Martino, Mascarella e Maddalena) nella prima metà
del Trecento essa fu scelta come punto di riferimento per lanimazione
religiosa dell'intera circoscrizione territoriale. Con un provvedimento del
1331 infatti, il cardinal legato Bertrando del Poggetto, primo Signore della
città, provvedeva alla erezione di quattro chiese collegiate, poste nei
quattro quartieri della città: San Colombano a porta Stiera, San Giacomo
dei Carbonesi in Porta Procula, San Michele dei Leprosetti in porta Ravennate,
e San Sigismondo in Pòrta Piera.
Le quattro collegiate erano costituite di nove canonici secolari il cui priore,
che doveva essere sacerdote, aveva il titolo di decano. Le chiese erano costituite
in parrocchiali ed erano tenute ad esercitare la cura delle anime e a celebrare
due messe giornaliere: una all'ora di Prima e l'altra secondo le consuetudini
della chiesa; una delle due celebrazioni doveva essere solenne. Il decano veniva
eletto dal capitolo dei canonici e approvato dal vescovo; i canonici venivano
designati alternativamente dal vescovo, dal decano insieme alla maggioranza
del capitolo, ancora dal vescovo e infine dal solo capitolo. Essi godevano di
una prebenda, e cioè di uno stipendio ricavato dalla divisione dei redditi
della collegiata, mentre il decano aveva diritto a due prebende. I redditi della
chiesa venivano così divisi in dieci parti uguali da distribuirsi tra
i nove canonici: ad otto canonici spettava una parte, al nono, il decano, ne
spettavano due.
Per costituire la dotazione delle nuove collegiate il cardinal Bertrando del
Poggetto soppresse ben sette monasteri femminili le cui monache erano poco numerose
e scarsamente ferventi e trasferì i loro beni ai canonici. Loperazione
non fu indolore. Le pressioni esercitate dalle monache per rientrare in possesso
dei loro beni ebbero effetto quando il cardinal Legato, impopolare per il pugno
di ferro con cui aveva governato la città, venne scacciato da Bologna
per una insurrezione cittadina Sei dei sette monasteri femminili si ricostituirono,
ma dovettero sciogliersi nuovamente quando dopo pochi decenni le ordinazioni
di Bertrando del Poggetto furono rimesse in vigore dal cardinale Albornoz; da
quel momento le quattro collegiate ripresero il loro funzionamento e rafforzarono
le loro strutture.
Ben
poco sappiamo della struttura della prima chiesa di San Sigismondo. Il Masini
riferisce che nel 1302 le venne tolta la "tramezza", e cioè la transenna
che doveva dividere il presbiterio dall'aula riservata ai fedeli. Forse la chiesa
fu in seguito rimaneggiata o ristrutturata. E' vero però che alla metà
del quattrocento l'edificio si presentava cadente e abbisognava di una radicale
ricostruzione. Fu per questo che Gasparo di Musotto Malvezzi, il più
facoltoso e nobile abitante della parrocchia, si offerse di pagare le spese
per l'erezione di un nuovo edificio; in virtù di tale beneficio i figli
di Gasparo Malvezzi impetrarono e ottennero dal Pontefice Nicolò V il
giuspatronato sulla chiesa, ossia la facoltà di nominare i rettori della
parrocchia. Nel 1574, al momento in cui venne ispezionata dal visitatore apostolico
Ascanio Marchesini, la chiesa di San Sigismondo si presentava in buone condizioni
materiali e spirituali. Era costituita dall'altare maggiore e di altri quattro
altari, due dei quali privi di dotazione. Il rettore, don Giacomo Termanino,
godeva di un reddito annuo di 50 scudi (ma persone bene informate dichiaravano
che il reddito era almeno il doppio) ed era bene accetto alla popolazione. La
parrocchia contava 719 abitanti, di cui 538 in età di comunione. Esisteva
una compagnia del SS. Sacramento ed ogni giorno festivo si teneva la dottrina
per i fanciulli; raramente però il rettore faceva l'omelia. Il visitatore
apostolico ordinò al parroco di tenere in ordine i libri parrocchiali
e di riadattare e dipingere la porta del cimitero presso la chiesa in modo che
non vi entrassero gli animali.
Come si è detto, la vita religiosa dei laici era organizzata in confraternite,
fra cui la Compagnia di San Sigismondo, fondata nel 1556, che eresse l'oratorio
attiguo alla chiesa per le proprie riunioni e funzioni religiose. Per i provvedimenti
adottati nel periodo napoleonico, nel 1798 la compagnia di San Sigismondo venne
soppressa e nel secolo successivo le associazioni laicali si riorganizzarono
intorno a diversi interessi spirituali e a nuove devozioni: sorsero così
la Pia Unione degli adoratori notturni e la confraternita della beata Imelda
che aveva lo scopo di venerare le reliquie della "beata" bambina,
consegnate alla chiesa di San Sigismondo nel1880.
Nella giurisdizione parrocchiale di San Sigismondo si ergeva una altra piccola
chiesa, dedicata a Sant'Apollonia. Nei secolo XVII e XVIII tale edificio sacro
fu sede della Compagnia di Santa Maria del Gaudio, eretta per onorare un'immagine
mariana miracolosa che nel 1634 venne trasportata dal portico in cui si trovava
all'interno della chiesa. Alla metà del secolo XIX, dopo essere stata
chiusa e poi riaperta al culto, la chiesa di Sant'Apollonia passò all'amministrazione
parrocchiale di San Sigismondo. Tra Cinquecento e Settecento inoltre le strade
della parrocchia ospitarono anche un convento di terziarie Agostiniane, le suore
di Santa Monica, che avevano casa e chiesa in via Vinazzetti e che nel 1808
dovettero vendere ad un privato gli edifici di loro proprietà essendo
stata decretata due anni prima la soppressione del loro istituto.
Nel secolo XVIII e precisamente tra il 1725 e il 1728, la chiesa di San Sigismondo
venne nuovamente ricostruita a spese dei marchesi Malvezzi, che affidarono allarchitetto
Carlo Francesco Dotti lincarico di erigere lattuale edificio. Il
Dotti molto famoso a Bologna per aver progettato il portico e la basilica di
S. Luca, ideò una chiesa elegante e raffinata nellinterno e semplice
e povera allesterno, dallaspetto tipico di una pieve di campagna
che si inseriva armoniosamente tra le piccole case del borgo di San Giacomo
sovrastate soltanto dallimponente palazzo dei Malvezzi. Linterno
della chiesa fu poi rimaneggiato nellottocento, in cui vi si apposero
le decorazioni del presbiterio e della navata. Anche il campanile è ottocentesco.
Rimasta al centro di un piccolo borgo che nel 1850 contava 2296 persone, perduta
ormai la sua funzione di chiesa collegiata, mantenendo tuttavia il titolo di
decanale, la parrocchia di San Sigismondo era destinata successivamente a trovarsi
immersa in un quartiere dallintensa vitalità sociale e intellettuale.
Il trasferimento dello Studio bolognese dai locali dellArchiginnasio alla
sede del palazzo Malvezzi, avvenuta ai primi dell800 proponevano nuovamente
lantica Cappella di San Sigismondo come luogo privilegiato per lanimazione
cristiana di un quartiere che andava sempre più connotandosi come "cittadella
universitaria".
Note storiche di Gabriella Zarri