La liturgia di questo sabato ci ha portato all’ascolto di due passi
della scrittura diversi per argomento, ma assai vicini allo spirito con il
quale
stiamo vivendo questo momento di preghiera e di meditazione.
Il giubileo, come abbiamo ascoltato nella prima lettura, è un anno per
ricominciare; un tempo per ritornare da dove eravamo partiti, e da dove ci
siamo allontanati per le nostre vie sbagliate; il giubileo è un gesto
di fiducia di Dio verso l’uomo, che può ritornare sui suoi passi
per riprendere la via giusta.
Il racconto dell’uccisione di Giovanni Battista per opera del re Erode, è uno
dei tanti soprusi verso un uomo giusto, che condannava l’errore senza
timore; è il tentativo di mettere a tacere la voce della verità mediante
la violenza.
Ventitré anni fa la nostra città ha vissuto uno dei momenti più difficili
della sua storia, in una stagione tenebrosa per tutta l’Italia. Le ottantacinque
vittime, insieme ai numerosi feriti e alle tante famiglie colpite e sconvolte,
sono state un bilancio troppo grave per non ricordarlo. Questa ricorrenza,
oltre ad essere un’occasione per chiedere ancora verità e giustizia,
vuole essere anche un momento di riflessione e di preghiera.
Conoscere la verità e sapere che la giustizia umana ha condannato i
colpevoli non è solo un diritto delle vittime, ma è anche un
bisogno dello spirito umano che vuole continuare a credere in una convivenza
possibile, dove ad avere ragione non sia la prepotenza e il sopruso, e dove
il rispetto della vita di ogni persona sia ricercato sempre e da tutti.
La nostra preghiera in questa celebrazione, è anzitutto per quanti furono
strappati violentemente alla vita, vittime di un disegno che ripugna sapere
essere stato perpetrato da esseri umani. La preghiera, che presentiamo al Padre
della vita insieme al sacrificio del Signore Gesù, chiede per tutti
loro la vita eterna, dove non c’è più né morte,
né lacrime, né sofferenza alcuna. Il sacrificio che hanno subito,
per i meriti della Croce del Signore, diventi per ognuno di loro la porta di
passaggio alla vita risorta con Cristo. Noi sappiamo che tutti sono destinati
al Paradiso, anche quelli che non ci pensano, perché per tutti è morto
il Signore. Per tutti noi chiediamo il perdono dei peccati e la pace eterna.
E ci sono ancora tanti che da quella tragedia hanno avuto sofferenze fisiche
e morali indicibili. Anche a loro vogliamo essere vicini, portandoli nel nostro
ricordo non solo in questa giornata, ma almeno ogni volta che arriviamo in
quel luogo di passione che è stata la Stazione di Bologna. Anche per
tutti loro preghiamo in questa Messa, perché l’amore vinca l’odio
e la vendetta sia disarmata dal perdono.
E’ stato da poco celebrato l’anno giubilare dell’inizio del
terzo millennio cristiano, e tutti ricordiamo il messaggio di rinnovamento
e di perdono contenuto in quella ricorrenza. “Dichiarerete santo il cinquantesimo
anno e proclamerete la liberazione nel paese per tutti i suoi abitanti”: è una
richiesta precisa fatta da Dio al suo popolo. C’è bisogno di perdono
ricevuto e offerto. Comprendiamo che può essere difficile a volte perdonare,
come può essere difficile farsi perdonare.
Sia ben chiaro che nessuno deve pensare che tocchi solo agli altri questo passo
di conversione: tutti dobbiamo pensare a noi stessi, perché tutti abbiamo
peccato. Infatti quanto più sarà diffusa la capacità di
accogliere e dare perdono, tanto più sarà possibile il dono della
pace.
La devozione popolare ricorda proprio nella giornata del 2 agosto il cosiddetto “Perdono
di Assisi”, un privilegio ottenuto da San Francesco poi esteso a tutta
la Chiesa, nel quale si può ottenere il condono della pena legata alla
colpa del peccato. E’ una grazia “giubilare” legata a questo
giorno, diventato per Bologna un giorno nefasto, ma che deve diventare l’occasione
per una ripresa della speranza e dei valori così inopinatamente concultati.
Certo non sono finiti gli Erodi che uccidono i giusti, per fare tacere la verità e
la giustizia proclamata dalla loro vita. E non possiamo nemmeno pensare che
basti auspicare che certi fatti non accadano più, per essere certi che
così avverrà.
Come già disse il Card. Poma in occasione dei funerali, nell’omelia
opportunamente ricordata in questi giorni: “Dobbiamo riflettere: la riflessione
può orientare i nostri passi futuri; dobbiamo rimuovere ogni tentazione
di rassegnazione e di sfiducia: l’operosità e l’impegno
dei molti può avere la meglio sulle insidie dei pochi; dobbiamo imparare
la lezione cristiana dell’amore, che non è certo né sfiducia,
né debolezza, né chiusura di occhi, né rinuncia al corso
della giustizia umana e delle relative conseguenze. Ma è la forza di
saper ricominciare, e di vincere il male, non con il male, ma con il bene”.
Dobbiamo riflettere per capire come sia stato possibile arrivare a certi eccessi,
in tempo di pace; cos’è che ha ceduto non solo sul piano sociale
e politico, ma nel cuore dell’uomo perché si potesse infierire
con tanta freddezza contro il proprio fratello? Non siamo forse andati troppo
lontani dal Signore nostro Dio, mettendo al suo posto altri dei assetati di
sangue umano?
Chi ci potrà dare la forza di saper ricominciare, se non Colui che è venuto
per risanare l’uomo dal male, e insegnarci la via dell’amore?
Quando guardiamo la storia con gli occhi della fede, è facile riconoscere
che i perdenti non sono coloro che sono stati soppressi, ma sono proprio i
carnefici e i prepotenti, accecati dai loro errori. E coloro che sembravano
vinti, sono i veri vincitori, come Giovanni Battista, martire della giustizia
e della verità. “E’ meglio soffrire operando il bene che
facendo il male” (1Pt 3,17). Così noi ricordiamo anche le vittime
della stazione, come persone che non erano in guerra con nessuno, ma chiedevano
solo di vivere dignitosamente in pace.
Sono costoro che costruiscono la civiltà dell’amore, che fanno
progredire la società, che esaltano i valori di una convivenza pacifica.
Per questo noi oggi dobbiamo anche sentire riconoscenza verso tutti coloro
che hanno sofferto e soffrono per la giustizia, e cercano di vincere il male
con il bene.
Queste riflessioni e questi propositi li presentiamo al Padre della misericordia
con la nostra preghiera, perché ci aiuti a trasformarli in impegno,
ognuno per la propria parte, nel ruolo che i è affidato nella società,
perché nessuno deve vivere e nemmeno deve morire inutilmente.