Sabato 4 marzo alle 10.30
presso la sala di rappresentanza di Rolo Banca 1473 - Via Irnerio 43/b -
in occasione del centenario della morte del filosofo russo Vladimir Solo’vev
S.E. il Cardinale Giacomo Biffi
porterà il suo saluto al Convegno
"La passione per l'unità": Vladimir Solo'vev (1853-1900)
organizzato dal Centro culturale Enrico Manfredini
e dalla Fondazione Russia Cristiana
Dopo il saluto del Cardinale sono previsti interventi di Aleksej Judin (Archivista e storico della Chiesa) su Solov'ev e la cultura russa del suo tempo; Adriano dell’Asta (Università Cattolica di Milano) su La filosofia di Solov'ev oggi; Tomas Splidlik (Pontificio Istituto Orientale, Roma) su La spiritualità della bellezza in Solov'ev.
Nonostante i recenti richiami di Giovanni Paolo II, che nella Fides et ratio lo annovera tra i filosofi cristiani che hanno dimostrato con la ricchezza del proprio pensiero la fecondità della collaborazione tra fede e ragione, il nome di Vladimir Solov’ëv resta per i più quello di un illustre sconosciuto.
A un secolo di distanza dalla morte del maestro russo, la tensione speculativa della sua riflessione, volta a salvaguardare l’unità dell’esperienza umana, disgregata dalla cultura moderna in "un atomismo nella vita, nella scienza e nell’arte" e a fondarla in un Assoluto, concepito come Uni-totalità (vseedinstvo), può facilmente essere liquidata come "metafisica misticheggiante".
E, ugualmente, sotto il nobile ma "inoperante" appellativo di mistica, possono essere semplicisticamente catalogate le affermazioni secondo cui Dio si manifesta nel bene, nel vero e nella bellezza, aspetti di un’unica realtà inconcepibili l’uno senza l’altro.
In questo senso, Solov’ëv afferma, alla stessa maniera dell’idiota di Dostoevskij, che "la bellezza salverà il mondo".
In realtà, il richiamo del maestro russo non consiste semplicemente nella denuncia della dimenticanza di Dio da parte del mondo contemporaneo, il suo aver sottratto spazio alla fede per concederlo alla ragione filosofica e quella scientifica.
L’originalità di Solov’ëv, richiamata anche dal Papa, non risiede nell’attacco "inattuale" alla scienza e alla filosofia in nome delle esigenze dello spirito, ma nel mostrare che scienza e filosofia, ponendosi in una prospettiva unilaterale, ristrette nel proprio ambito incomunicabile, hanno abdicato al proprio scopo e tradito la propria verità, riducendo la conoscenza ad un vuoto formalismo dal quale scompaiono sia l’uomo, sia la realtà materiale.
La ragione non viene contestata dalla fede perché avrebbe negato i diritti della fede, ma perché, concependosi come misura del reale, ha finito col mancare a se stessa e al proprio compito: quello di essere apertura al reale secondo l’integralità dei suoi fattori.
La ragione occidentale moderna non viene quindi demonizzata ma richiamata alla sua verità, ad un’integralità più concreta e vivibile, meno utopica e più creativa.