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(C.S.) Si preannuncia come la mostra più importante della stagione quella dedicata alla pittrice Elisabetta Sirani, nel Museo Archeologico. Una mostra significativa, voluta dal gruppo La Perla per festeggiare i cinquant'anni d'attività, con un progetto scientifico seguito da un nutrito gruppo di ricercatrici guidate da due illustri storiche dell'arte: Jadranka Bentini e Vera Fortunati. «Elisabetta (nella foto Madonna con Bambino e San Giovannino) fu un mito da viva, torna ad essere un mito nell'Ottocento romantico e sentimentale, quando i visitatori si fermano a Bologna e non mancano di onorare la sua tomba e quella di Guido Reni a San Domenico, recandosi nella chiesa della Certosa per ammirare la bella tela del Battesimo che ha lasciato. Oggi è la sua terza vita: quella di un momento critico» dice Jadranka Bentini. «Elisabetta Sirani sin da bambina succhia l'arte e la cultura in famiglia. È anche musicista, quindi è un'artista e un'intellettuale completa. Però non va oltre le mura della città. Ma la fama della sua bravura circola, e saranno i regnanti d'Europa a visitarla nel suo studio». La mostra prosegue la curatrice, seguirà due linee: quella su Elisabetta e la sua evoluzione, e quella del colloquio fra maestri e colleghi. Le opere sono divise in sezioni tematiche, perché questo era il suo modo di lavorare, come testimoniano gli scritti, che generosamente commentano la pittura che affronta il ritratto, con particolare sensibilità, le eroine del mito, i soggetti sacri, le allegorie e le vanitas.
«Non la imbalsamiamo» esordisce Vera Fortunati, da anni esegeta dell'arte femminile. «È ora di affrontare la pittrice e la sua opera con le armi della ricerca scientifica, fuori del mito, ma anche senza gli eccessi di un certo femminismo». Elisabetta Sirani è l'emblema di una condizione femminile che nel Cinquecento acquisisce una propria identità. Ma è anche un unicum: in un delicato momento di trapasso fra la fragilità dell'ultimo Reni e il nascente astro del Guercino, Elisabetta sceglierà una pittura forte, «robusta», maschile la definiranno i critici della sua epoca, ad incominciare da Carlo Cesare Malvasia, incantato dalla giovane artista. «Elisabetta sceglie di liberarsi dall'olimpo reniano» dice Vera Fortunati «seguendo strade tutte sue». In quale altra mostra avremmo potuto immaginare una sezione dedicata alla «teologia materna»? «Basta guardare le sue Madonne, mistiche eppure femminili. Non è un caso che la pittura di Elisabetta si abbeveri, rivitalizzandola, ad una grande mistica bolognese: Caterina de Vigri».
Le ottanta opere in mostra, sempre in dialogo con la pittura di Guercino, Reni, Cantarini, aprono uno straordinario spaccato di arte, storia e cultura che resta disponibile al pubblico fino al 27 febbraio (apertura: martedì domenica 10-18,30).