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Duilio Farini
L'anno liturgico inizia con l'Avvento, annunciandoci una venuta: storica, ma anche presente e futura. Sì, il Signore «viene». I cristiani parlano, come possono, delle due venute del Messia: il Messia «è venuto», il Messia «verrà». Il che vuol dire che il Messia «viene» continuamente. Se è così, il movimento della storia si iscrive nell'economia della salvezza: il passato si ricapitola nel presente, e il presente è già pieno di avvenire. Allora, la lettura degli avvenimenti, nella Comunità-Chiesa, diventa atto di testimonianza.
Ma, oggi più che mai, molti cristiani si pongono una domanda: «È vero che siamo già entrati nella civiltà del disamore, che papa Paolo VI vedeva all'orizzonte?». Il dubbio ci assale la vigilia di Natale, giorno che i cristiani chiamano «giorno dell'amore del Verbo incarnato», e ci chiediamo se, in questa celebrazione, non ci sia qualcosa dell'ansia del naufrago che agita il suo fazzoletto per essere visto da quella barca lontana che potrebbe vederlo o non vederlo.
Chi si accosta alla letteratura contemporanea, forse sperimenta una sensazione di smarrimento molto simile a quella qui sopra descritta. Kafka ci spiega che «noi uomini siamo stranieri senza passaporto in un mondo glaciale». Malraux assicura che «negli angoli più profondi del cuore si nascondono la tortura e la morte». Lawrence, il cantore dell'erotismo, dice che l'amore lascia sempre «un amaro sapore di cenere tra le labbra». Per Sartre, non può esistere la vera fratellanza perché «l'inferno sono gli altri». La Sagan assicura che «l'amore è una corsa attraverso la nebbia. Quelli che amano non sono amati. Quelli che sono amati, amano a loro volta, ma qualcun altro. E non sono neanche corrisposti». Lo stesso Brecht, ricercatore entusiasta della giustizia, dice che l'uomo non la troverà mai: «Un giorno, il figlio del povero salirà su di un trono. E quel giorno è il giorno che non arriverà mai». Infine, Hugo Betti riassume il tutto con un feroce epitaffio: «Non è vero che gli uomini si amano. Non è neanche vero che si odiano. Si ignorano in modo terrificante». Che dire? Se il romanzo è lo specchio della realtà, ciò che riflette sembra essere il «deserto dell'amore».
Certo, se uno alza gli occhi sul mondo, prova subito una sensazione bruciante: i popoli ricchi sono sempre più ricchi, a scapito di quelli poveri; i paesi occidentali spendono ogni giorno in armamenti più di quanto l'Africa consumi ogni anno in cibo; cresce la violenza e gli assassini «rivendicano» i propri morti come se si trattasse di battere un record o di ottenere una decorazione. L'egoismo si è ormai affermato: e i paesi in testa sono quelli che si danno arie di cultura e di civiltà. Quanto più alto è il reddito, meno si accolgono i forestieri e le persone estranee. Quanto più è elevato il livello di cultura, tanto più la solitudine si fa sentire. Abbiamo alzato tutti il ponte levatoio del nostro cuore ed esigiamo il passaporto di chiunque voglia entrare nel territorio della nostra amicizia.
Di fronte a tutto questo, noi cristiani che cosa facciamo? Sì, perché sono proprio i cristiani che debbono sentirsi maggiormente interpellati. Affondando le proprie radici nella vita della primitiva comunità cristiana, la Chiesa ha sempre annunciato e testimoniato che una comunità che pratica l'amore sarà sempre l'alternativa ad una società che si organizza in strutture ingiuste. E così, comprendiamo che le alternative non esistono solo in politica. Dobbiamo mantenere viva la speranza dopo oltre duemila anni di storia cristiana, una storia iniziata con un atto d'amore infinito nel giorno dell'Incarnazione del Figlio di Dio.
Proprio in questo tempo di Avvento, la speranza ritrova la sua verità sostanziale nell'economia divina tesa verso il suo compimento. È ben diversa da una fiducia morale dinanzi alle avversità: è la certezza dell'eterno, percepito e vissuto nel presente. È l'era messianica, annunciata dai profeti, oggi giunta, attraverso la distensione del tempo, a livello dei nostri amori fraterni, là dove «la pace e la giustizia si abbracciano» (salmo 85) in una comunità senza frontiere. Infatti, il «clima» dell'Avvento ci porta ad un distacco sovrano dall'elemento temporale ma, al tempo stesso, ci chiama ad una sensibilità attenta alle minime realtà terrestri. Ci inserisce, è vero, nello spazio di un mistero profondo ma, con la stessa forza, ci riempie di una franchezza tagliente.
* Parroco
a Cristo Risorto