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Il patriarca Nerses Bedros XIX ha tenuto una conferenza e celebrato l'Eucaristia nel rito della sua Chiesa

Gli armeni, cattolici «fedelissimi»

Hanno subito numerose persecuzioni, ma non hanno mai abbandonato la fede


 

Su iniziativa del «Centro della Voce» venerdì scorso all'Istituto Veritatis Splendor il Patriarca di Cilicia degli Armeni Nerses Bedros XIX ha tenuto una lezione magistrale su «La chiesa cattolica armena, esempio di fedeltà». L'incontro è stato introdotto all'arcivescovo monsignor Carlo Caffarra, che ha ringraziato il Patriarca per la sua presenza e ha invitato tutti i presenti a partecipare alla celebrazione eucaristica nel rito della Chiesa cattolica armena che lo stesso Nerses Bedros XIX ha presieduto ieri nella Basilica dei Ss. Bartolomeo e Gaetano. «Si tratta di uno dei riti cattolici più suggestivi - ha affermato l'Arcivescovo - e ci offre una educazione al Mistero della quale Dio solo sa quanto noi occidentali abbiamo bisogno».

A Sua Beatitudine Nerses Berdos XIX abbiamo rivolto alcune domande.

Qual è il rapporto degli armeni col nostro Paese?

L'Italia è stato sempre un luogo privilegiato dagli armeni: già dal X secolo si trovavano comunità armene e molti sono tuttora i segni della loro presenza. A Napoli ad esempio vi sono il quartiere e la chiesa di S. Gregorio armeno, con le reliquie del Santo; a Maratea la Basilica con le reliquie di S. Biagio, Vescovo di Sebaste e martire, più conosciuto in Italia che in Armenia; a Venezia l'isola S. Lazzaro, che appartiene ai monaci armeni; e poi vi sono Santi, armeni di origine, che hanno vissuto qui, come S. Miniato a Firenze o S. Davino. Oggi abbiamo una comunità a Milano, con un parroco e un migliaio di fedeli e una a Roma con 300 fedeli. Ma le cose più importanti sono le nostre istituzioni religiose: l'isola S. Lazzaro, dal XVIII secolo casa madre della Congregazione mechitarista; il Pontificio collegio armeno a Roma, edificato da papa Leone XIII, dove prepariamo i nostri seminaristi; le suore dell'Immacolata concezione che a Roma hanno la casa madre e, sempre a Roma, la chiesa di S. Biagio della Pagnotta, offerta nel 1832 «agli armeni che hanno sofferto per la fede cattolica» da Leone XIII.

Secondo tradizione il popolo armeno è stato il primo ad avere adottato il cristianesimo come religione di Stato. Oggi siete una nazione senza Stato con una forte identità di popolo. Cosa pensa della laicità dello Stato e dell'identità religiosa di una nazione?

Gli armeni hanno «per padre la nazione e per madre la Chiesa». Quando la fede cristiana è entrata in Armenia ha adottato la cultura armena, e da ciò è derivata la nostra liturgia: è ciò che oggi chiamiamo inculturazione. Religione cattolica e identità nazionale sono quindi inscindibili. Questo è stato un aiuto molto forte per la nostra «conservazione», soprattutto durante le dominazioni selgiuchida, musulmana, ottomana e comunista. L'Armenia, sotto il regime comunista, è stato l'unico Paese in cui per 70 anni non c'è stato un sacerdote cattolico. Eppure la fede è stata trasmessa, esclusivamente per via «familiare»: bambini venivano battezzati in segreto, e nelle case delle famiglie cattoliche si è sempre trovato il Rosario attaccato alla parete: un segno di identità.

Perché la Chiesa armena rappresenta un «esempio di fedeltà»?

Perché è stata a lungo perseguitata ed ha sofferto molto per la fede. Gli armeni calcedonesi, dei quali gli armeni cattolici sono i discendenti, sono stati perseguitati dal popolo arabo, dai selgiuchidi, dall'impero ottomano e qualche volta dai confratelli ortodossi orientali. Coi martiri abbiamo «riempito un angolo di cielo».

Quali sono i rapporti con la Turchia, in riferimento al genocidio del 1915?

Sono state uccise allora più di un milione di persone innocenti e noi siamo i discendenti di quei martiri. Ci hanno espulso dal nostro Paese e hanno occupato le nostre terre. Ci sta quindi a cuore che il governo turco, discendente dei governatori ottomani che hanno perpetrato il genocidio, lo ammettano. Invece continuano a negarlo, forse per paura di una restituzione territoriale. Speriamo che un giorno la Turchia, che vuole entrare in Europa, rispetti le minoranze, ammetta il genocidio e dia libertà religiosa alle differenti comunità.

 


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