http://www.avvenire.it/

 


Sabato 8 e 9 domenica sono in programma le celebrazioni per il settimo centenario della nascita dell'insigne letterato

Petrarca, l'umanista e il cristiano

Tra i relatori del convegno il cardinal George Cottier, teologo della casa pontificia


 

Chiara Sirk

Sabato, alle ore 17 si aprono all'Osservanza le celebrazioni del settimo centenario della nascita di Francesco Petrarca. Dopo l'intervento di Gustavo Selva, presidente della Commissione affari esteri e comunitari della Camera dei deputati, il cardinal George Cottier, teologo della casa pontificia, presenta una relazione su «Concetto cristiano dell'Umanesimo». Seguirà Michele Feo, presidente del Comitato italiano per le celebrazioni centenarie del Petrarca, che parla di «Inutilità della poesia», chiude Franco Cardini, con un intervento su «F.Petrarca e l'Islam». Alle 19,30 il gruppo Ananké eseguirà musiche Sefardite. Domenica, alle ore 17, si riapre il convegno con una relazione di Francisco Rico, Università di Barcellona, su «Umanesimo e religione nel Petrarca». Marco Santagata, Università di Pisa, porterà le sue riflessioni su «Aegritudo, accidia, depressione: modernità di un poeta medievale». P. Carlo Paolazzi, Collegio internazionale San Bonaventura di Roma, parla di «Poetica e poesia dell'interiorità dal D.S.N. al Petrarca». Concludono due docenti dell'ateneo bolognese: Emilio Pasquini interviene su «F.Petrarca fra il tempo e l'eternità», Paola Vecchi Galli, su «Petrarca e l'Europa». Alle ore 21, nella chiesa dell'Osservanza, «Omaggio a Stefano Gobatti». Le relazioni di sabato e domenica si tengono nel Salone delle Collezioni cinesi ed extraeuropee del convento, il concerto di domenica nella chiesa dell'Osservanza.

«Le Celebrazioni fanno parte di una serie d'iniziative che si terranno a Bologna» dice il Emilio Pasquini, «anche per ribadire il ruolo formativo che la città ebbe per Francesco Petrarca, studente nella Facoltà di Giurisprudenza negli anni che vanno dal 1320 al 1325. La mia relazione affronta il tema cruciale per Petrarca, ossessionato dal tempo che passa. I primi orologi suggerirono a Dante l'immagine dell'equilibrio armonico dell'universo, quasi che Dio fosse un grande orologio e l'universo le ruote mosse dalla volontà divina, quindi l'orologio era icona di perfezione assoluta del divino. Per Petrarca, invece, l'orologio è l'icona del tempo che fugge e quindi fonte d'angoscia. Il problema per lui era uscire da questo flusso inarrestabile, ma Petrarca non ha la certezza dell'eternità, com'era stato per Dante. Tra i due poeti c'è un abisso: il Paradiso di Petrarca, il trionfo dell'eternità, è in realtà il trionfo di Laura. L'amore diventa qualcosa di persistente di fronte all'eterno. Sarebbe come se Dante si fosse portato Beatrice al cospetto di Dio, invece la lascia e va solo. Petrarca porta la temporalità dentro l'eterno, che, per sua natura, la esclude. Non credo ci sia stato poeta o artista che abbia avvertito con altrettanta acutezza il fatto che moriamo un poco alla volta».

Francisco Rico parlerà su «Umanesimo e religione nel Petrarca», e dice: « Petrarca per la prima metà della sua vita si dedica allo studio dell'antichità e a nutrirsi di erudizione classica per fare un'opera letteraria in latino impeccabile. A quarant'anni si accorge che sarebbe stata apprezzata solo da una ristretta cerchia di specialisti. Allora dedica la seconda metà della vita a dimostrare che le lettere antiche sono la base di qualsiasi sapere. È un apologeta delle lettere classiche, in cui scopre implicazioni morali e religiose. Per Petrarca ci può essere un'etica adatta a quella cristiana soltanto con una base classica. Questo sviluppo c'è anche nella sua poesia volgare. Il Canzoniere ci racconta un itinerario: dalla letteratura senza implicazioni morali a quella che vuole avere una trascendenza ed un significato profondi».

«Nella mia comunicazione farò una lettura delle fonti dell'episodio dell'incontro fra Dante e il rimatore Bonagiunta da Lucca nel Canto XXIV del Purgatorio» dice Carlo Paolazzi. «Mi spiego: sotto la definizione che Dante dà del Dolce stil nuovo, «I' mi son un che, quando Amor mi spira, noto, e a quel modo ch'e' ditta dentro vo significando», c'è l'influsso dell'ispirazione biblica. Come gli autori sacri parlano perché ispirati dallo Spirito Santo, così Dante e i suoi compagni parlano perché ispirati interiormente da Amore. Guido Guinizzelli, che Dante chiama il padre suo e degli altri suoi compagni, è forse il rimatore del Duecento che ha utilizzato in modo più esteso e approfondito i testi biblici applicandoli al parlare d'amore. Oltre alle Scritture, questo gruppo di poeti ha tenuto presente la teoria oraziana secondo la quale compito del poeta è esprimere in parole dolci, cioè commosse, i moti dell'animo, in modo da indurre a trasferire questi sentimenti nell'animo del lettore. Petrarca, nel primo sonetto dei «Rerum volgarium fragmenta», riprende la teoria dicendo che i suoi versi sono una traduzione di ciò che amore dice dentro di lui ».

 


Torna all'indice degli Articoli di Sabato 01 maggio 2004