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Chiara Unguendoli
Venerdì scorso Flavio Pajer, già direttore di «Religione e scuola», ha tenuto la relazione iniziale all'incontro-dibattito organizzato alla Fiera del libro per ragazzi da Uelci, Ufficio diocesano per l'insegnamento della religione cattolica nella scuola, Ufficio catechistico diocesano e Servizio nazionale Cei per il Progetto culturale, in concomitanza con lo stand «Religione 0-6». Il tema era «Un'Europa molti percorsi: la religione a scuola». Su di esso abbiamo rivolto a Pajer alcune domande

Quali
le esperienze europee di presenza delle Religione nella scuola pubblica?
L'istruzione
religiosa esiste in tutti i sistemi scolastici pubblici d'Europa, compresi
i Paesi tuttora non appartenenti all'Ue. Con due sole eccezioni: Francia
e Slovenia. Nel caso francese tuttavia l'assenza non è totale, perché
le regioni dell'Alsazia e Lorena, vicine alla Germania, conservano per legge
locale un insegnamento della religione, sia cattolico che protestante; e poi
bisogna ricordare che la Francia ha un buon 23% della popolazione scolastica
nazionale che frequenta le scuole cattoliche. Per Costituzione, la maggioranza
degli stati europei non ha una religione ufficiale, ma ciò non significa
indifferenza o agnosticismo nei confronti del patrimonio religioso. Infatti
la cultura cristiana rientra in vario modo nei curricoli scolastici, secondo
la forma storica che il cristianesimo ha assunto in ciascun Paese: Italia e
Spagna, per esempio, hanno un insegnamento di religione cattolica, i Paesi scandinavi
luterano, la Grecia ortodosso, Germania e Olanda o cattolico o protestante secondo
l'appartenenza confessionale dell'alunno. Tali insegnamenti però,
pur essendo relativi a una confessione cristiana, non sono in alcun caso identificabili
con la catechesi vera e propria. Sono piuttosto una lettura culturale della
propria storia religiosa, una iniziazione ai grandi testi religiosi, quelli
biblici in particolare, un confronto con i valori etici trasmessi dalla tradizione.
In certi paesi del centro Europa, dalla Svizzera all'Olanda, cominciano
a prender piede esperienze di insegnamento bi-confessionale, per abilitare gli
alunni a conoscersi meglio tra cattolici e protestanti. In Inghilterra, da anni,
l'istruzione religiosa è transconfessionale sia pur con base prevalentemente
cristiana. In Belgio invece l'alunno può scegliere addirittura tra
6 corsi confessionali (cattolico, protestante, ortodosso, islamico, ebraico,
indù) e un corso di etica naturale. In molti paesi, chi non sceglie il
corso di religione è obbligato a seguire un corso alternativo di etica
naturale, di educazione ai valori, o di storia delle religioni.
Quali le differenze,
e quali le somiglianze, fra tali esperienze e la situazione italiana?
La
situazione italiana non trova molte somiglianze negli altri Paesi: solo in Spagna
e in Polonia l'Ir è facoltativo come da noi; altrove c'è sempre
l'opzione obbligatoria tra Ir e una materia affine (un altro corso confessionale,
o morale non confessionale, o storia delle religioni...). In genere la valutazione
in religione concorre a far media col voto delle altre discipline. Persino nelle
ore settimanali l'Italia fa eccezione: la sola ora di religione nelle nostre
scuole secondarie è un caso unico in Europa; a ruota segue la Spagna con
1 ora e mezza, poi Austria e Belgio e i paesi dell'Est con 2 ore, ma Germania,
Olanda e Regno Unito hanno dalle 2 alle 3 ore. Anche il profilo professionale
e giuridico dell'insegnante di religione è in genere più garantito
nei Paesi europei, eccettuati i paesi dell'Est, che però stanno rapidamente
regolarizzando anche questo aspetto.
Cosa può
imparare l'Italia in questo campo dagli altri Paesi europei?
In
primo luogo, l'Italia deve imparare a darsi una scuola più libera,
meno statalista e meno centralista. In effetti, in altri Paesi la domanda educativa
delle famiglie credenti viene sostanzialmente soddisfatta dalla scuola libera.
In Olanda, per esempio, 70% delle scuole sono confessionali, per metà cattoliche
e metà protestanti; in Belgio il 60% sono cattoliche, in Spagna il 33%,
in Francia il 23%, nella stessa Inghilterra il 10%, mentre in Italia siamo ridotti
al 5%... In secondo luogo, l'Italia deve poter preparare accademicamente
i suoi insegnanti di religione nelle normali Università pubbliche, dove
vanno reinseriti gli studi religiosi e teologici, così come avviene in
Germania, in Inghilterra, nei Paesi scandinavi e nella stessa laica Francia.