S. Em. Card. Carlo Caffarra
Arcivescovo Metropolita

25 marzo 2005

 

Liturgia della Passione

1. «Si meraviglieranno molte genti … poiché vedranno un fatto mai ad essi raccontato». A noi questo fatto è stato raccontato tante volte; pochi istanti orsono ne abbiamo ascoltato il racconto fatto dall’evangelista Giovanni. Perché la parola di Dio ci dice che ogni volta ne sentiamo la narrazione, di fronte a questo fatto la prima reazione deve essere quella dello stupore e della meraviglia? Come fosse la prima volta che ci venisse raccontato un fatto incredibile.

La passione e la morte di Gesù sulla croce non è la morte qualunque di un condannato – ingiustamente! – alla crocifissione: quante condanne ingiuste anche a morte sono comminate! È una morte che vuol dirci, rivelarci qualcosa, poiché essa è un atto di Dio, dal momento che chi muore sulla croce è Dio fattosi uomo. Attraverso questa morte, divenuta la sua morte, Dio voleva rivelare se stesso, chi Egli è per noi e chi siamo noi per Lui, e come intende farci essere davanti a Lui. Il fatto che ci è narrato è un avvenimento assolutamente unico; non ha l’uguale; è incomparabile.

Ci rendiamo allora conto che la meraviglia di fronte al Crocefisso può avere  – e storicamente ebbe – due esiti finali. Può tramutarsi alla fine in incredulità: «chi avrebbe creduto al nostro annuncio? a chi sarebbe stato manifestato il braccio del Signore?». È semplicemente scandaloso e folle pensare che Dio dica chi è per noi e noi per Lui attraverso il più maledetto dei supplizi. Dopo di che si comincia a svaporare l’avvenimento  riconducendolo dentro alla normalità dei fatti umani: Gesù, l’uomo giusto, è una delle vittime dell’ingiustizia di un potere stolto.

Ma la meraviglia può al contrario generare il desiderio di “comprendere”, di raggiungere una comprensione aprendoci in totale obbedienza a ciò che Dio dice di Sé morendo sulla Croce: la comprensione della fede. Il braccio del Signore è manifestato a chi crede.

Carissimi fedeli, la Chiesa in questi giorni pasquali vi chiede semplicemente di guardare al Crocefisso. Semplicemente, pacatamente, con occhi semplici di chi crede.

2.Vorrei ora aiutarvi con alcuni cenni di meditazione a questo sguardo pieno di stupore.

«Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per  le nostre iniquità». Queste parole del profeta ci rivelano ciò che realmente la crocifissione e morte del Signore vuole dire. Non sono parole facili, ma solo le sue parole possono aiutarci a capire: la morte di Cristo sulla Croce è il  sacrificio della nuova Alleanza per la remissione dei peccati. Riascoltiamo il profeta: «quando offrirà se stesso in espiazione vedrà una discendenza… il giusto mio servo giustificherà molti, egli si addosserà la loro iniquità».

La morte di Cristo è il sacrificio. Sentendo questa parola non pensate soprattutto al dolore fisico. Cristo ha vissuto la sua morte come il gesto di comunione definitiva con il Padre, di obbedienza ed abbandono nelle mani del Padre; e pertanto lo ha vissuto come gesto di comunione con ogni uomo, anche con chi lo stava crocifiggendo. Ricordare quanto scrive Paolo agli Efesini: «Egli … è la nostra pace .. abbattendo il muro di separazione che era frammezzo» [2,14]. Guardate, carissimi fedeli,  la Croce: il legno verticale indica la comunione col Padre; il legno orizzontale la comunione con gli uomini. È veramente la nuova Alleanza, nel senso che dentro alla divisione fra l’uomo e Dio, fra l’uomo e l’uomo, è accaduto questo avvenimento di comunione che ha posto in essere una nuova creazione.

Ma ciò che rende unico questo sacrificio, è che Cristo Dio “offre se stesso in espiazione” per i peccatori, per la remissione del peccato. È cioè un gesto di comunione compiuto a favore di nemici: l’uomo era nemico di Dio; l’uomo era nemico dell’uomo. E questa inimicizia ha un nome: peccato. La morte di Gesù sulla croce è il sacrificio, cioè il gesto di comunione che rimette tutti i peccati di ogni uomo. Che cosa significa? Mettiamoci ancora in ascolto della parola di Dio: «il giusto mio servo giustificherà molti». Rimettere i peccati significa giustificare l’uomo: farlo passare da una condizione di condanna da parte di Dio ad una condizione di riconciliazione.

La parola di Dio, carissimi fedeli, usa tanti simboli per farci comprendere questo passaggio, questa trasformazione.

La chiama «nuova creazione»: la persona umana è ricreata dal sacrificio di Cristo sulla Croce; la chiama «patto nuziale» offerto ad un coniuge infedele, la persona umana reintrodotta nell’intimità con Dio; la chiama «redenzione», liberazione cioè dell’uomo dal potere della morte, del male, di Satana che lo teneva schiavo; la chiama «riparazione»: l’umanità di ogni uomo è come uno stupendo edificio rovinato, e la Croce lo ripara, cioè lo riporta al suo originario splendore.

Carissimi fedeli, fra poco compiremo l’adorazione della santa Croce. La parola di Dio ci ha detto come dobbiamo guardare e pregare: “Signore Gesù, che hai offerto te stesso in sacrificio per i nostri peccati, noi adoriamo e glorifichiamo la tua gloriosa Croce perché da essa ha avuto origine la nuova creazione, su di essa è stato celebrato nuovamente il patto nuziale fra Dio e l’uomo, per mezzo di essa noi siamo diventati liberi, in essa la nostra umanità è ritornata all’originario splendore”.

Da un albero è venuta la pienezza del male; da un albero “è venuta la gioia in tutto il mondo”.

Via Crucis

1. Carissimi, questa sera assieme ai dolori di Cristo, alla sua Via Crucis, abbiamo sentito dentro di noi anche il dolore nostro, il dolore dell’uomo: è stata anche la Via Crucis dell’uomo. E le stazioni di questa  via Crucis sembrano ripresentare in maniera impressionante quella di Cristo. La condanna a morte di tanti innocenti uccisi dall’aborto, dalle guerre, dall’iniqua distribuzione delle ricchezze, dalla discriminazione. Il peso delle tante croci quotidiane messe sulle spalle di tanti uomini e donne. La  caduta, le cadute  di chi non ce la fa più: la caduta della disperazione, della fuga dalla realtà. Ripercorriamole  tutte, le stazioni della Via Crucis dell’uomo.

2. Sono due percorsi paralleli destinati a non incontrarsi mai? Nelle prime pagine della S. Scrittura è narrato che Dio condusse davanti all’uomo la creazione intera per vedere quale nome avrebbe imposto alle cose.

La narrazione biblica nasconde un  profondo significato. Dare il nome significa riconoscere la possibilità di un senso. L’uomo ha cercato di “dare il nome” anche alla sua sofferenza, anche al dolore degli innocenti: non vi è riuscito.

Noi questa sera, carissimi fratelli e sorelle, siamo resi capaci di dare il nome anche alla sofferenza: il nome è la Croce di Cristo. Essa è la possibilità di riconoscere un senso anche nel dolore umano in tutti i suoi aspetti: perfino quando – in più delle volte – non è cercato; quando è subito senza alcuna responsabilità.

Noi questa sera, meditando sulla passione del Signore abbiamo appreso un modo nuovo di considerare il dolore. Non abbiamo pensato: nella realtà esiste inspiegabilmente la presenza del male che ha colpito anche Gesù il Cristo. Ma di fronte alla Croce abbiamo pensato: “ecco il vero nome, il vero senso di ogni dolore, la Croce di Gesù”. Essa non è un caso emblematico di un destino universale che colpisce tutti e ciascuno; essa è l’unica chiave interpretativa vera del dolore umano.

3.Che cosa significa chiamare il dolore col nome della Croce di Cristo? pensare che la propria via crucis è percorsa – può essere percorsa – da Cristo stesso?

Significa percorrere la propria via crucis con due attitudini spirituali legate fra loro: arrendendoci al dolore; resistendo al dolore.

La “resa al dolore” non è la rassegnazione che consiste nel “subire” il dolore, ma un abbandono totale al Padre che è vicino anche quando sembra così distante. È un sentirsi disarmato totalmente e proprio per questo appoggiato completamente al Signore.

Questa “resa al dolore” genera la “resistenza al dolore”: la resistenza, il perdurare, il pazientare nell’abbandono a Dio. «È aver la forza di dire: io sono più grande del dolore che vivo, perché trovo il segreto della mia esistenza nell’arrendermi non tanto alla sofferenza, alla malattia, alla ingiustizia, ma a Colui che dà senso ad ogni esistenza, che di ogni esistenza è la speranza assoluta» [G. Moioli].

Quando ci arrendiamo al dolore in questa forma, allora la nostra resa genera in noi una resistenza che ci consente di dare un nome al dolore, il nome della Croce di Cristo. Ci consente perfino di prenderlo nelle nostre mani, e di offrirlo come dono per il bene di tutti.

Cristo crocefisso: insegnaci e donaci la forza di chiamare con il nome della tua santa Croce il nostro dolore.

 

Torna ai testi di S. Em. Card. Carlo Caffarra, anno 2005