
«La Chiesa di Bologna rivive il mistero della successione apostolica e, al termine del mandato pastorale del Cardinale Giacomo Biffi, esprime la sua riconoscente gratitudine all’Arcivescovo che ha sostenuto la sua fede in Cristo, unico salvatore del mondo»
Rendo grazie al mio Dio, il Padre del Signore nostro Gesù Cristo (cfr.
Rm 1,8; Col 1,13) per i molti doni che hanno impreziosito e allietato gli anni
- i molti anni, ormai - del mio pellegrinaggio terreno.
Lo ringrazio per la fantasia e la sorprendente misericordia con cui egli è venuto
a prendermi tra la gente umile e dimessa del quartiere popolare della mia origine
e mi ha sollevato fin dove “non era mai salito neppure il più svagato
dei miei pensieri” (card. G. Colombo).
Lo ringrazio anche per la consolazione oggi offertami di celebrare la liturgia
eucaristica in questa cattedrale, che mi è carissima, circondato e ancora
una volta sorretto dall’amore ecclesiale e dalla gratuita benevolenza
dei molti che hanno avuto comprensione e pazienza con me in questo quasi ventennio,
e oggi sono qui a esprimermi una riconoscenza che li onora e un’attenzione
fraterna che mi tocca profondamente.
E’ stata per me una fortuna singolare l’aver potuto conoscere da
vicino la bella realtà di questa Chiesa petroniana e la grande ricchezza
umana, culturale, spirituale della gente bolognese. Più ancora è stata
per me una fortuna l’aver a lungo condiviso con questa Chiesa e con questa
gente le speranze e le preoccupazioni, le esperienze gioiose e le pene, il
gusto di una memoria storica tra le più illustri e benemerite della
vicenda civile e al tempo stesso l’ansia di preparare e favorire un avvenire
degno del nostro passato.
La bontà divina per venirmi incontro e soccorrermi si è servita
della generosità attiva e delle capacità di molti, a cominciare
dai due impareggiabili vescovi ausiliari. A tutti dico la mia gratitudine e
tutti con animo amico affido al Signore, che sa compensare adeguatamente tutti.
Esplicitamente però voglio indirizzare il mio “grazie” al
papa Giovanni Paolo II, che dopo avermi amabilmente incoraggiato ad accogliere
la sua designazione, mi ha ripetutamente manifestato la sua volontà di
essermi vicino e di aiutarmi fattivamente.
Ma la natura speciale di questo incontro non deve privarci del nutrimento interiore
che ogni domenica ci viene dato dalla parola di Dio e dall’esempio, dall’insegnamento,
dal fascino di colui che è il solo vero Maestro e l’unico necessario
salvatore di tutti.
* * *
“Gesù diede inizio ai suoi miracoli in Cana di Galilea, manifestò la
sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui” (Gv 2,11), ci ha detto
la lettura evangelica.
Come si vede, il Figlio di Dio comincia la sua azione di salvezza nell’ambito
di un banchetto.
E’ un contesto che gli è caro: egli ha pronunciato a tavola alcune
delle sue parole più incisive e più belle. A tavola, durante una
cena, istituisce l’eucaristia e ci dona così il mezzo per tenere
sempre viva e attuale la sua totale dedizione per noi.
Non gli importa molto di essere chiamato - come di fatto è stato chiamato
- “mangione e beone” (cfr. Mt 11,19): non si cura troppo delle apparenze
sociali della virtù.
Egli sa anche digiunare, ma non ama presentarsi come un professionista dell’ascetismo.
Quando digiuna, non si mette in piazza, non fa comunicati stampa e pubbliche
dichiarazioni: quando digiuna si nasconde nella solitudine del deserto. Abitualmente,
nella vita comune, preferisce mostrarsi come uno che sa apprezzare il buon vino
e la buona cucina; tanto è vero che quei gaudenti di pubblicani lo invitavano
spesso. Oseremmo dire che nella cultura bolognese e persino nelle consuetudini
tipiche della nostra pastorale Gesù si troverebbe a suo agio.
Accetta la durezza e le privazioni di una vita randagia, ma sa anche condividere
la più semplice delle letizie umane: quella di stare serenamente a mensa
in compagnia di persone amiche. E proprio perché non sia sciupata questa
letizia, a Cana compie il suo primo prodigio.
E’ da notare poi che a Cana egli non prende parte a un pranzo comune, ma
a una festa di nozze.
Questa, del matrimonio, è l’altra realtà umana che nell’episodio
viene ratificata, esaltata e offerta in una luce più alta.
Nella società attuale l’amore tra l’uomo e la donna appare
per troppi aspetti alterato e avvilito, insidiato com’è da una ricerca
di libertà e di gratificazione individuale tanto assoluta e astratta che
finisce coll’essere quasi disumana, senza significazione e senza valore.
Così, tutto appare finalizzato all’affermazione dei diritti, delle
esigenze, delle prepotenze del singolo e al conseguimento di un piacere epidermico,
piuttosto che alla gioiosa, piena, definitiva comunione delle persone; una comunione
che sbocca poi di sua natura nella meraviglia della fecondità.
Nel clima odierno e nella visione suggerita o addirittura impostaci dalla mentalità imperante,
il nativo disegno del Creatore è del tutto stravolto. Gesù invece
vede espresso e reso presente nel giusto affetto e nell’integrazione esistenziale
tra l’uomo e la donna addirittura la realtà più grande e
incantevole dell’universo; e cioè lo stesso misterioso amore di
Dio per l’umanità redenta e ringiovanita dalla rinascita battesimale.
Analogo simbolismo era già stato usato nell’Antica Alleanza in riferimento
a Israele, e noi ne abbiamo ascoltato un esempio nella prima lettura, presa dalle
profezie di Isaia: “Come un giovane sposa una vergine, così ti sposerà il
tuo Creatore; come gioisce lo sposo per la sposa, così il tuo Dio gioirà per
te” (cfr. Is 62,5).
San Paolo poi, alla luce della novità del Vangelo, chiarirà e preciserà il
senso e la portata che questa affermazione assume nella Nuova Alleanza quando,
a commento della celebre frase del libro della Genesi: “L’uomo lascerà suo
padre e sua madre e si unirà alla sua donna e i due saranno una carne
sola” (Gen 2,24), scriverà: “Questo mistero è grande;
ma io lo dico per la sua connessione con Cristo e con la Chiesa” (Ef 5,32).
Negli sposi, che a Cana in sua presenza fondono le loro esistenze per sempre,
il Signore Gesù vede dunque raffigurata e avverata l’unione di Dio
con il suo popolo: quell’unione fedele, irrevocabile e fertile, che dà origine
al mistero trascendente della Chiesa.
E a quei due giovani non fa mancare il vino che dà brio e vivacità al
banchetto, appunto come alla sua Chiesa non fa mancare mai (neppure nelle ore
più buie e disorientate) lo Spirito Santo, che è il segreto della
vitalità inesauribile, della perenne giovinezza, dell’incessante
rinnovamento.
* * *
A Cana il miracolo avviene alla presenza della Vergine Maria e in virtù del
suo pressante interessamento. E non è un caso.
Mi viene qui alla mente che in questi anni, proprio dai bolognesi e dal loro
attaccamento alla Madonna di San Luca ho imparato con una chiarezza nuova quanto
sia rilevante e anzi decisivo l’amore verso la Madre di Gesù e Madre
nostra per il prosperare della vita cristiana e per l’autentico rifiorire
della fede di una comunità.
A Maria sta a cuore l’ineffabile sponsalità divino-umana da cui
nasce la Chiesa: questo è dunque l’ultimo messaggio che ci arriva
da Cana di Galilea. Ed è un messaggio di speranza. Il che vuol dire: possiamo
essere certi che anche nei giorni che appaiono ecclesialmente più aridi
e desolati, sarà lei a preoccuparsi che nella comunità cristiana
non abbia a mancare mai il vino; il vino inebriante della lieta fedeltà al
nostro Dio, della passione per la verità salvifica che ci è stata
donata, dell’amore autentico e fattivo per ogni uomo che è sempre
l’immagine viva di Cristo.