
Insolito e stupefacente è l’episodio
dell’arrivo dei Magi, raccontatoci dal vangelo di Matteo.
La Chiesa l’ha scelto però per avviare una delle meditazioni più rilevanti
e necessarie nel cristianesimo: la meditazione sulla “manifestazione
di Dio” (la “epifania”, appunto); di quel Dio che non è restato
racchiuso (si fa per dire) nella sua beata infinità, ma ha voluto effondersi
verso le sue creature, gratificandole della sua luce (cioè della sua
verità e del suo amore).
Un episodio insolito e anche misterioso. Chi sono questi personaggi? Non lo
sappiamo con precisione: la narrazione li chiama “magi”, una parola
dai significati sfumati, che indicava in genere quanti erano dediti alle scienze
più varie, non escluse le scienze occulte. Da dove vengono? “Da
oriente”, ci è detto; ma è un’indicazione generica
e troppo vasta. Quanti sono? Non lo sappiamo; dal triplice dono (l’oro,
l’incenso e la mirra) la tradizione ha supposto (ma solo supposto) che
siano tre.
Però quanto ci dice il Vangelo è sufficiente perché ci
rendiamo conto della singolarità della loro avventura e del valore della
decisione che li ha mossi.
Avvezzi a scrutare con assiduità la volta celeste, una notte si avvedono
che tra il consueto scintillìo delle stelle una luce nuova aveva cominciato
a rifulgere. Colti e informati quali erano della letteratura dei popoli vicini,
hanno subito posto in relazione ciò che vedevano con ciò che
avevano letto in un’antica profezia custodita dal popolo ebraico; una
profezia che diceva:
“Io lo vedo, ma non ora,
io lo contemplo, ma non da vicino:
‘Una stella spunta da Giacobbe
e uno scettro sorge da Israele’” (Nm 24,17).
Come mai quella stella fatidica è stata vista da loro e soltanto da loro?
Perché essi non solo guardavano: sapevano elevare insieme con gli occhi
anche i loro pensieri.
Gli altri - ricurvi sull’opacità delle cose materiali - erano tutti
presi dall’assillo dei molteplici interessi di quaggiù, seppellendo
così ogni aspirazione e ogni fremito del loro spirito sotto la coltre
delle sollecitudini e degli appagamenti della vita terrena.
* * *
Affascinati dalla loro scoperta, sotto l’impulso dello Spirito di Dio che
li ha illuminati e li muove, i Magi si decidono a mettersi in cammino. Capiscono
che i messaggi dall’alto non possono rimanere unicamente in funzione di
una contemplazione teorica, una contemplazione curiosa e appagata della sua curiosità:
chiedono la generosità di una sequela e l’eroismo di un cambiamento
di vita.
Ma - lo possiamo ben immaginare - quella sequela, quel cambiamento di vita,
non era facile impresa. Avranno avuto una famiglia, un parentado, delle amicizie,
e lasciano tutti per una partenza che era ardua da spiegare. Avranno avuto
degli
affari in corso, e li abbandonano. Le loro abitudini sono sconvolte, ma essi
hanno un appuntamento arcano e irresistibile, al quale si affidano nella certezza
di avere poi in cambio delle sicurezze più solide e la garanzia di una
gioia più vera.
Nemmeno il viaggio è stato senza prove interiori e senza tentazioni. Attraversano
paesi dove la gente è indaffarata in mille faccende; e vengono probabilmente
guardati come vagabondi oziosi che si dànno alla vacanza e allo svago.
Si saranno imbattuti anche in villaggi in festa, animati da un’accolta
di buontemponi che danza, che canta, che mangia, che folleggia, che li guarda
passare stanchi e imbiancati di polvere; e forse li deride.
Essi ne avranno sofferto. Qualcuno ha detto: è terribile avere un grande
ideale nel cuore, ed essere il solo a saperlo. Anche per loro non sarà stata
un esperienza piacevole, ma niente e nessuno li può distogliere dal loro
proposito: essi procedono con fiducia indomabile.
Pellegrini siamo tutti, tutti noi siamo in cerca di colui che è il senso
e lo scopo del nostro esistere; anche per noi, dunque, che abbiamo la fortuna
di aver sentito parlare dell’unico Salvatore Gesù e del suo messaggio
di amore, è brillata una stella, il segno del Signore che ci chiama.
Per noi questa vicenda dei Magi è una specie di parabola, che ci rivela
come deve essere la nostra vita: una ricerca di Dio che incontra molti ostacoli
dentro e fuori di noi, ma che non deve arenarsi mai.
Valgono per ciascuno di noi le immortali parole con cui sant’Agostino comincia
le sue Confessioni: “Tu, o Signore, ci hai fatto per te, e il nostro cuore è inquieto
fino a che non si acquieti in te” (I,1,1).
* * *
I Magi arrivano a Gerusalemme, ma i problemi non sono finiti: la stella,
che li aveva lungo tutto il cammino guidati e incoraggiati, adesso scompare.
Ed essi,
dopo tanta fatica, si trovano smarriti in una città straniera, distratta
e indifferente. Come si vede, il Signore non si stanca mai di mettere alla prova
quelli che pur chiama appassionatamente a sé.
“
Dove mai sarà nato - si domandano - il re dei Giudei, che siamo venuti
a cercare?”.
Ancora una volta i Magi ci sono di esempio e di insegnamento. Per sciogliere
l’ultimo e più inesplicabile nodo, non si affidano alla loro scienza,
alla loro cultura, ai loro personali ragionamenti. Si mettono in ascolto della
parola di Dio, che allora era custodita in Israele, così come adesso è custodita
nella santa Chiesa Cattolica.
E dai sacerdoti ricevono la soluzione giusta e sicura: “Gli risposero: ‘Nascerà a
Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del
profeta:
E tu Betlemme, terra di Giuda,
non sei davvero il più piccolo capoluogo di Giuda:
da te uscirà infatti un capo
che pascerà il mio popolo Israele’”.
Così, non essendosi mai persi d’animo e avendo impostato correttamente
la loro indagine, arrivano finalmente al sospirato traguardo: “Entrati
nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, e prostratosi lo adorarono” (Mt
2,11).
Questa annotazione del vangelo di Matteo ci consente di raccogliere un ultimo
insegnamento.
“
Con Maria sua madre”: è impossibile trovare Gesù senza la
Vergine fedele, che è la madre anche della nostra fede e il sostegno della
nostra speranza. Potremmo dire che, sotto questo profilo, la Madonna è per
noi la prima “epifania” del Signore Gesù.