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Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al
Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel modo, li amò sino alla fine” (Gv
13,1).
Nel vangelo di Giovanni queste parole, toccanti e colme di verità, aprono
il racconto dell’ultima cena del Signore e al tempo stesso avviano il
ricordo di tutto ciò che è stato operato dal Figlio di Dio per
la nostra salvezza.
La sapiente pedagogìa della Chiesa ce le ha riproposte perché ci
aiutino a cominciare nel migliore dei modi la rievocazione commossa e riconoscente
non solo del grande dono dell’eucaristia, ma anche dell’intero
evento di riscatto e di rinnovamento, che sarà l’oggetto della
nostra appassionata contemplazione personale nonché delle azioni liturgiche
della Settimana Santa, centro e cuore dell’anno cristiano.
E’ una frase rapida e semplicissima, che riesce a dirci con chiarezza
quale sia il concetto primario e autentico della Pasqua, e quale sia la sua
ispirazione e la ragione del suo valore.
Il significato originario ed elementare della Pasqua è quello di essere
un “passaggio”; l’energia che la determina e la impreziosisce è l’amore.
* * *
La pagina dell’Esodo, riferitaci dalla prima lettura, ci ha fatto conoscere
il senso della prima Pasqua: “Io passerò per il paese dell’Egitto” (Es
12,12), abbiamo ascoltato. Dio “è passato”; e in questo
passaggio (“la Pasqua del Signore!” <cfr. Es 12,11>), ha
cominciato a liberare “con mano potente e braccio teso” (cfr. Sal
135,12) il suo popolo dalla schiavitù e dall’oppressione.
Già in questo inizio primordiale, la Pasqua ha offerto e offre un messaggio
di consolazione e di speranza: abbiamo un Creatore che non ci abbandona ai
nostri guai, è disposto camminare con noi, è intenzionato a entrare
nella nostra vicenda per piegarla ai suoi fini di misericordia.
Ma il pregio più alto e più essenziale della Pasqua ebraica (che
era soprattutto la commemorazione di una salvezza nazionale e intramondana) è quello
di essere profezia e raffigurazione del “passaggio” decisivo e
totalizzante dell’umanità da uno stato di decadenza e da un destino
di perdizione alla vera libertà dei figli di Dio e a una condizione
di gloria e di felicità senza fine.
Questo “passaggio” - questa “Pasqua” che avvera tutti
i simboli antichi ed esaudisce tutte le aspirazioni - è prima di tutto
del “Nuovo Adamo”, capo e archètipo di ogni creatura, colui
che ha condiviso in tutto la nostra miseria (tranne che nel peccato) ed è divenuto
il principio dell’universo rinnovato. Lui per primo “è passato
da questo mondo al Padre”, perché questo “passaggio” diventasse
anche nostro e la Pasqua fosse un’avventura trasformante anche per noi.
Il “passaggio” salvifico di Gesù è stato un capolavoro
di dedizione alla nostra causa: una dedizione totale, che arriva fino alla
morte e addirittura l’oltrepassa nella gloria alla destra del Padre,
dove egli è “sempre vivo per intercedere a nostro favore” (cfr.
Eb 7,25).
Ciò che è avvenuto sul Golgota – ciò che domani
sarà posto davanti ai nostri occhi - non è solo un omicidio, è un
sacrificio di espiazione che ci consente il ritorno alla casa del Padre. Quelle
membra, che la malvagità ha spento e reso inerti, sono un “corpo
dato per noi” (cfr. Lc 22,19); quel sangue è stato sì sparso
dai soldati uccisori, ma prima ancora è “il sangue dell’alleanza,
versato per la moltitudine in remissione dei peccati” (cfr. Mt 26, 28).
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Fate questo in memoria di me” (1 Cor 11,24): proprio perché non
ci dimenticassimo mai di lui e della sua dedizione totale per noi, Gesù istituisce
il rito eucaristico che rende presente in ogni ora della storia e in ogni angolo
dell’universo la sua “Pasqua”, cioè il suo passaggio
salvifico.
In virtù di questo rito che ci edifica e ci alimenta, è dato
anche a noi di passare “da questo mondo al Padre”. “Chi mangia
la mia cane e beve il mio sangue ha la vita eterna, e io lo risusciterò nell’ultimo
giorno” (Gv 6,54): chi ascolta questa parola di Cristo e crede a lui “passa
dalla morte alla vita” (cfr. Gv 5,24).
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Nel battesimo, e poi in tutto l’itinerario sacramentale che scandisce
l’esistenza cristiana, noi ci assimiliamo a poco a poco alla Pasqua del
Signore, cioè del Nuovo Adamo, e operiamo il trasferimento dalla triste
eredità del Primo Adamo alla dignità e alla fortuna di essere
figli di Dio e coeredi di Cristo (cfr. Rm 8,17).
Ma questo nostro “passaggio” - che il banchetto eucaristico stimola
e sorregge giorno dopo giorno - non può essere soltanto un fatto rituale:
deve toccare e trasfigurare tutto il nostro essere. La nostra vera Pasqua non
si riduce a una scadenza liturgica: è anche una trasformazione interiore.
Vale a dire, comporterà il nostro transito di conversione dall’abitudine
triste del peccato alla serenità della vita di grazia; dalla rassegnata
mediocrità e dall’incoerenza al fervore religioso e alla generosità della
militanza ecclesiale; dai pensieri superficiali e sbandati, che ci vengono
imposti dalla cultura dominante, a un’integrale mentalità di fede,
che ci consente di vedere e giudicare ogni situazione e ogni idea con gli occhi
stessi e con la logica del Maestro unico e incontrovertibile.
Fino a che la nostra Pasqua arriverà al suo culmine e al suo compimento
quando varcheremo, anche con le nostre membra, la soglia della Gerusalemme
celeste.
* * *
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Dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine”.
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Sino alla fine” vuol dire prima di tutto “sino alla morte”;
quella morte che della sofferenza redentrice è il momento finale e il
traguardo.
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Gesù disse: ‘Tutto è compiuto!’. E, chinato il capo,
spirò” (Gv 19,30), ascolteremo domani sera dallo stesso evangelista
Giovanni. Del resto, il Figlio di Dio - in questa cena della vigilia, che precede
il suo arresto - lo dice esplicitamente: “Nessuno ha un amore più grande
di questo: dare la vita per i propri amici” (Gv 15.13).
Come si vede, “sino alla fine” vuol dire anche “sino all’estremo”,
cioè sino al grado sommo e insuperabile della capacità d’amare.
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Li amò sino alla fine”. Questa frase è posta qui dal quarto
vangelo come risposta anticipata (la sola risposta possibile) ai molti “perché” che
fioriscono nel cuore di chi medita sul mistero di questi tre santi giorni.
Perché Gesù ha voluto rendersi presente, nascostamente ma realmente
sotto gli umili segni del pane e del vino? Per amore. Perché si è sottoposto
all’amarezza di essere tradito da uno dei suoi, all’odio della
sua gente, alla pena atroce dei malfattori, alla catastrofe umana della morte
e della sepoltura? Per amore.
Tutto è stato fatto per il desiderio appassionato di salvarci; e tutto è stato
fatto per insegnarci ad amare; per insegnarci ad amare sul serio, ad amare
concretamente, ad amare sino alla difficile e costosa donazione di noi stessi.