
Davvero santa è questa notte, che dall’eternità è
stata scelta per dare inizio alla redenzione del mondo; santa, anche perché
è irrevocabilmente segnata dalle sorprese divine e da un nuovo fiorire
delle speranze umane.
Anche noi come i pastori - dopo che l’inattesa voce dal cielo li aveva
destati - non ci siamo lasciati dominare dal sonno, e ci siamo detti: “Andiamo…,
vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere” (cfr.
Lc 2,15). E siamo venuti a questo rito notturno per contemplare più da
vicino - e assimilare un po’ di più nella vita del nostro spirito
- la realtà misteriosa che ha colmato di sé l’intera storia
umana: la realtà di un Dio che è entrato nella nostra vicenda
e si è fatto uno di noi.
L’Unigenito del Padre, il Verbo consostanziale con lui, nella nostra vicenda
è entrato, per così dire, in punta di piedi, come del resto era
stato previsto da un antico testo ispirato: “Mentre un profondo silenzio
avvolgeva tutte le cose - così era scritto - e la notte era a metà
del suo corso, la tua Parola onnipotente scese dal cielo, tuo trono regale”
(cfr.Sap 18,14-15).
Chi si aspettava che la salvezza di Dio arrivasse con una manifestazione di
potenza e fragore, ha dovuto disilludersi e imparare che le scelte di colui
che è il Trascendente sono diverse e lontane dalle vie pensate e vagheggiate
dagli uomini.
Chi invece - avendo un cuore senza complicazioni e senza pretese - cullava solo
la speranza che l’iniziativa divina regalasse un po’ di gioia ai
tribolati figli di Adamo, è stato subito accontentato. “Ecco vi
annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo” (Lc 2,10):
un annunzio di gioia è appunto la prima parola angelica risonata a Betlemme.
E’ (come si vede) una gioia discesa dall’alto, che da quella notte
fatidica sulla terra non si è spenta più; e noi in quest’ora
magica e in questo suggestivo tempo natalizio (che ogni anno sembra quasi ridonarci
una lontana innocenza) questa gioia la risentiamo zampillare più vivida
nelle nostre coscienze, e vincere l’ottusità e la dissipazione
che ci insidiano magari per dodici mesi.
Una gioia, ha detto l’angelo, “che sarà di tutto il popolo”:
non dunque riservata ai soliti privilegiati dalla ricchezza, dal potere, dalla
cultura, dalla notorietà. Una gioia “democratica”, verrebbe
fatto di dire, destinata a tutti, alla quale casomai si aprono più facilmente
gli animi dei semplici e dei poveri. E noi tra i semplici e i poveri in ispirito
ci sforzeremo in questo Natale di collocarci.
* * *
Qual è la ragione di tanta gioia?
Noi ci rallegriamo perché l’Eterno, l’Onnipotente, l’Onnisciente,
è diventato uno di noi. E dal momento che lui è stato aggregato
alla nostra famiglia, noi abbiamo avuto la facoltà di entrare a far parte
della sua: “Venne fra la sua gente - sta scritto - e a quanti l’hanno
accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio” (cfr. Gv 1,11-12).
Colui che è eterno nasce nel tempo e comincia a contare i suoi anni,
come li contiamo noi.
Colui che è onnipotente inizia come tutti i neonati ad aver bisogno di
tutto: del latte materno, delle fasce, di un po’ di calore.
Colui che è onnisciente si sobbarcherà, come noi, alla fatica
di imparare: imparare a parlare dalle labbra della sua mamma, imparare a lavorare
nella bottega di Giuseppe, imparare a pregare e ad ascoltare le Sante Scritture
nelle riunioni al sabato della sinagoga.
Sembra una favola, ed è la più vera e la più concreta delle
realtà effettuali. Del resto, nessuna fantasia di poeta, nessun ardimento
di pensatore o di mistico, avrebbe mai saputo nemmeno immaginare un’avventura
così umile e così alta, così stupefacente e così
consolante, come quella che ha escogitato e attuato l’amore misericordioso
di Dio per le sue creature. L’imparagonabile bellezza di questa notizia
- che stanotte brilla davanti ai nostri occhi di nuova luce e di nuova allegrezza
- è da sé sola un indubbio segno della sua autenticità.
* * *
Con questo annuncio di gioia la nostra esistenza principia ad avere esperienza
e a godere di qualcosa di nuovo.
Dopo il Natale, il nostro vivere non è più un vagare nel buio
e in una inquietante perplessità, ma è un avanzare nella luce
verso una mèta sicura. Colui che è nato a Betlemme così
ci dice a buon diritto di sé: “Io sono la luce del mondo; chi segue
me non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita”
(Gv 8,12). L’eccezionale splendore, di cui si rivestono in questi giorni
le nostre strade, è l’evocazione oggettiva (anche quando è
inconsapevole e ignara) di questo gratificante convincimento delle genti che
hanno la fortuna di celebrare il Natale.
Dopo che il Figlio di Dio, è venuto a condividere con noi l’enigma
della sofferenza e l’ha impreziosito finalizzandolo all’espiazione
di ogni colpa e alla rinascita di ogni valore, qualsivoglia dolore che dobbiamo
affrontare (se riusciamo a vederlo con gli occhi della fede) non appare più
solitario e crudele, perché lo sappiamo consonante con un disegno superiore
di riscatto e di felicità senza eclissi.
Da quando col Natale ci è stato rivelato che nel segreto della Divinità
c’è ormai qualcuno che non solo è il Signore dell’universo,
ma è anche nostro fratello, partecipe dunque di tutta la nostra umanità,
noi siamo certi che ogni nostra invocazione, ogni nostra supplica, ogni effusione
del nostro cuore in pena, trova infallibilmente ascolto ed esaudimento presso
il Padre della luce e il Datore di ogni regalo dall’alto e di ogni dono
perfetto (cfr. Gc 1, 17).