
“Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv
1,14).
“Venne ad abitare in mezzo a noi”. Non è, credo, possibile
- per descrivere un evento inaudito ed esporre un concetto sovrastante ogni
umana comprensione e ogni attesa - trovare una frase più semplice e feriale
di questa: è il linguaggio dei nostri traslochi e dei nostri trasferimenti.
Già nella sua forma espressiva evoca l’indole propria della realtà
centrale del cosmo e della storia; cioè, la verità dell’Incarnazione.
“Il Verbo si fece carne”, ci ha detto l’evangelista: vale
a dire, è la divina ricchezza che, per così dire, si immiserisce;
è l’infinità che assume l’esiguità di un neonato;
è l’onnipotenza che accetta di farsi bisognosa di tutto come la
più piccola della creature. “Umiliò <quasi ‘annientò’>
se stesso”, ha detto sinteticamente san Paolo (cfr. Fil 2,8).
E’ la realtà - sublime e dimessa al tempo stesso - dell’Unigenito
del Padre che diventa uno di noi. E’ il prodigio grandioso e povero del
Natale, che una volta ancora quest’anno ritorna, sempre eloquente e sempre
efficace, e con dolcezza si impone all’attenzione anche dei più
superficiali e dei distratti.
Dio - che è il “lontanissimo” e il “diversissimo”
da noi - si è fatto nostro “prossimo”, nostro vicino di casa,
nostro compagno di viaggio: un evento, questo, che l’uomo, con tutto il
suo egocentrismo e la sua autoesaltazione, non poteva arrivare neppure a immaginare.
E’ vero che gli uomini - nei momenti in cui si sentono oppressi dalla
crudeltà delle circostanze, dalla tirannìa impietosa dei prepotenti,
dalle molteplici forme del male - invocano come d’istinto la presenza
risolutiva di colui che è il Creatore di ogni essere e il Giudice di
ogni comportamento. “Oh, se tu squarciassi i cieli e scendessi!”
(cfr. Is 63,19), leggiamo nelle profezie di Isaia. Ma era come il sospiro di
un auspicio irreale e senza speranza.
Invece, ciò che sembrava un desiderio folle è stato questa notte
esaudito. A Betlemme i cieli si sono sul serio “squarciati” e il
“Figlio unigenito che è nel seno del Padre” (cfr. Gv 1,18)
è davvero disceso.
E tutto è cambiato per la sventurata stirpe di Adamo: la nostra miseria
più sostanziale è finita, perché “dalla sua pienezza
noi tutti abbiamo ricevuto, e grazia su grazia” (cfr. Gv 1,16), come abbiamo
ascoltato.
Perciò le genti cristiane non si stancano mai di celebrare con entusiasmo
il Natale, moltiplicando anche nelle case e nelle strade le manifestazioni di
festa e di splendore (pur se poi in molti sembrano colpiti da una curiosa amnesia
e non ricordano più la causa e la ragione di tanto tripudio)
* * *
C’è però qualcosa che è ancora più strano
e inspiegabile, cui allude discretamente anche il prologo del quarto vangelo
con le parole: “Venne fra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto”
(Gv 1,11).
Dio si è fatto “nostro prossimo”, ma poi càpita che
a noi non piace troppo essere “prossimi” a lui. E’ un “vicino
di casa” che sembra infastidire. Si direbbe che alla sua compagnìa
si preferisca essere soli e desolati lungo il cammino della vita.
Vedete, non sono molti a negare esplicitamente Dio perché, se è
difficile dimostrarne l’esistenza, è ancora più difficile
ipotizzare ragionevolmente che non ci sia nessuno all’origine delle cose.
Ma sono molti che sembrano preferire la sua latitanza. Un Dio remoto, che non
interferisca nei nostri affari, ci disturba meno: forse si pensa che così
noi possiamo essere più autonomi, più “adulti”, più
padroni di noi stessi e del nostro destino.
Perfino i credenti talvolta sono un po’ contagiati da questa mentalità,
e magari tentano di giustificarla chiamandola “sana laicità”;
ed è invece soltanto incomprensione della bellezza e della verità
del Natale.
“Il mondo fu fatto per mezzo di lui, eppure il mondo non lo riconobbe”
(Gv 1,16), ci ha detto malinconicamente l’evangelista.
Sarà bene che ci convinciamo che Dio non è un intruso nella creazione
che è originata da lui. A estrometterlo si rischia di estromettere con
lui il significato stesso del nostro esistere.
In questo concreto ordine di cose che di fatto è stato realizzato, l’Emmanuele,
il “Dio con noi”, l’Unigenito del Padre nato a Betlemme secondo
la natura umana, è il necessario fondamento di tutto: “in lui sono
state create tutte le cose” - ci dice san Paolo - “e tutte sussistono
in lui” (cfr. Col 1,16.17). Se lo si rimuove, si pongono le premesse perché
tutto il nostro edificio rovini.
Non a caso il profeta nella prima lettura ci ha parlato delle “rovine
di Gerusalemme”, come figura dello sfacelo dell’umanità intera.
L’immagine di una costruzione rovinata dall’estromissione di Dio
e del suo Cristo si affaccia alla mente di chi contempla con occhi disincantati
la società in cui viviamo: una società che non insegna più
a distinguere adeguatamente il bene dal male e perciò non riesce più
a educare i suoi figli, che esalta più la “notizia” della
“verità”, che è comprensiva con i prepotenti ed è
impietosa con chi non sa gridare e difendersi. E l’elenco delle “macerie”
della città terrena potrebbe ancora allungarsi.
Ma il profeta ha parlato di “rovine” non per avvilirci e deprimerci,
ma per risuscitare la nostra fiducia nell’amore sapiente di Dio, che è
più potente dei nostri egoismi e delle nostre stoltezze ed è capace
di risanare e ricostruire: “Prorompete in canti di gioia, rovine di Gerusalemme,
perché il Signore ha consolato il suo popolo, ha riscattato Gerusalemme”
(Is 52, 9).
Il Natale è appunto la festa della speranza cristiana, che non è
il fatuo ottimismo di chi non si rende conto del malessere e dei guai che affliggono
il nostro tempo, ma è la certezza che a Betlemme è nato - e, dopo
la sua crocifissione e la sua gloria, continua a essere il Signore della storia
- colui che ci ha detto: “Avrete tribolazione, ma abbiate fiducia: io
ho vinto il mondo!” (cfr. Gv 16,32).