
L’Europa - l’Europa unita - è un’incognita preoccupante
o una seducente speranza? E, prima ancora, che cos’è l’Europa,
a guardarla con occhi disincantati? A un primo sguardo ci appare come un piccolo
subconti-nente, gratificato da un’agiatezza senza precedenti nelle epoche
passate, spiritualmente svigorito e demograficamente in declino, circondato
da un’umanità miserevole e strari-pante che si accalca ai suoi
confini.
Ma oggi questa realtà problematica è illuminata e infervorata
da un disegno affasci-nante: fare di questa antica e varia regione della terra
l’esempio e il mo-dello di una convivenza so-ciale e politica, dove stirpi
e culture diverse, fi-nalmente paci-ficate, si integrino in modo da assicurare
a tutti un’esistenza prospera e degna.
Un disegno affascinante: ci si è posti in cammino verso la sua attuazione
già con il trattato di Parigi, del 18 aprile 1951, che ha dato vita alla
Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (CECA). Nel 1951 i
protagonisti erano Schuman, De Gasperi, Adenauer, uomini che avevano la stessa
matrice culturale e condividevano la consapevolezza di una comune civiltà
fondata sugli stessi valori e sugli stessi princìpi di libertà:
uomini che, per la loro statura umana e politica, oltre che per la forte tensione
morale, oggi noi sinceramente rimpiangiamo.
A cinquant’anni di distanza si ha l’impressione che quell’altissima
ispirazione si sia estenuata. Parrebbe che siano soprattutto la logica della
finanza e le problematiche, pur necessarie, del mercato a prevalere oggi in
questo discorso. Ma è un impoverimento cui non ci si può rassegnare
se vogliamo che l’Europa abbia davvero un futuro: e proprio questa è
la preoccupazione che ha motivato l’omelia pronunciata in San Petronio
il 4 ottobre u. s..
Una lezione antica
In quell’omelia ricordavo quanto era avvenuto nel Natale dell’anno
800, quando il Papa Leone III incoronò imperatore romano il re dei Fran-chi,
conferendogli un’autorità almeno intenzionale su tutti i popoli
di qua e di là dal Reno: un gesto di intelligente realismo, che ri-spondeva
a un’urgenza pratica perentoria: quella di dare - nella lati-tanza di
fatto del "basileus" costantinopoli-tano, erede diretto della potenza
dei Cesari - un criterio ge-rarchico e un qualche ordine alla molteplicità
rissosa delle tribù ancora barbare e delle genti più o meno latinizzate.
Quale fu l’effetto di quell’avvenimento? “L’effetto
fu di dar vita a una realtà politica intorno alla quale avrebbe gravitato
la storia europea e dalla quale si sarebbe venuta a svolgere la successiva espansione
di quello che si può riconoscere come momento di definitiva individuazione
dell’Europa quale si è poi storicamente affermata”. Almeno
così pensa e scrive chi sa di storia. (Piccola Treccani 1995, IV 443,
voce Europa).
La prospettiva morale e politica nata in quel lontano Natale dell’800
è stata così vitale e così forte nelle coscienze comuni,
che noi la ritroviamo vagheggiata ed esaltata ancora cinque secoli dopo nel
canto sublime e vigoroso dell’Alighieri. Chissà se tra cinque secoli
comparirà qualche grande poeta a inneggiare allo storico traguardo dell’
euro ?
Quell’iniziativa del Successore di Pietro ha avuto fortuna perché
la ne-cessità pragmatica ha potuto avvalersi di una ragione ideale accolta
e condivisa: quella dell’universalismo della Chiesa Cattolica e della
concorde adesione al messaggio evan-gelico.
È una lezione della storia su cui mette conto di ri-flettere un po’.
L’Europa nascerà senza dubbio sotto la spinta di impulsi funzionali
di natura pre-valentemente economica. Ma potrà sussistere a lungo e progre-dire,
solo se al suo ‘corpo’ di regolamenti, tabelle, organismi direttivi,
at-tuazioni monetarie, strutture poli-tiche, sarà data anche un’
‘anima’: vale a dire, un patrimonio di princìpi incontestabil-mente
riconosciuti e di conce-zioni comuni.
Senza illusioni
Ma quell’evento era, nell’omelia di San Petronio, richiamato
più che altro per ammonire tutti, e particolarmente i cattolici, a non
indulgere ad anacronismi nostalgici: non illudiamoci, dicevo, che l’esperienza
del Sacro Romano Impero possa essere ri-petuta, neppure in maniera lonta-namente
analogica.
L’Europa ha conosciuto nel frattempo due profonde lacerazioni spirituali,
con le quali, piaccia o non piaccia, bisogna fare i conti.
Nel secolo XVI la Riforma protestante e lo strappo della Chiesa Angli-cana hanno
spezzato il legame più forte che connetteva le diverse genti e le diverse
mentalità, quello dell’appartenenza ecclesiale. E nel secolo XVIII
la rivoluzione culturale illumi-nistica, propagandata dalla Rivoluzione Francese
e dalle imprese napoleo-niche, ha scavato un solco praticamente in-colmabile
tra la visione del mondo dei credenti e quella dei non credenti.
Senza dubbio si può e si deve auspicare che queste divisioni non si esasperino
e non impediscano le giuste collaborazioni, purché il risultato della
nostra volontà di concordia e di dialogo non sia alla fine il prevalere
dello scetticismo e della totale scri-stianizzazione. Ma non si può ignorare
che queste spaccature ci sono; e sa-rebbe in-gannevole ritenere che esse siano
insignificanti e senza effetti.
Cinque princìpi per una speranza
Così come stanno le cose, crederei più utile e meno
utopi-stico ri-cercare “laicamente” quanto, dell’eredità
uma-nistica e cristiana che è retaggio comune dei nostri po-poli, nonché
dell’apporto razionale critico dell’Illuminismo, possa essere indicato
come un livello minimo di comune filosofia operativa e quasi una comproprietà
morale di tutte le coscienze europee.
A questo fine, mi parrebbe opportuno individuare e proporre cinque princìpi
uni-versalmente accettabili, che valgano come temi ispiratori propri e caratterizzanti
del-l’essere e dell’agire della futura "res publica" europea.
1° il principio del primato dell’uomo
Il primo principio si riferisce all’uomo, al suo primato sulle
cose, alla sua inalie-nabile dignità.
L’uomo - come dice sant’Ambrogio - è ‘il culmine e
quasi il com-pendio dell’uni-verso e la suprema bellezza di ogni creazione’
(Esamerone IX, 75). ‘Credenti e non credenti - nota il concilio Vaticano
II - sono pres-s’a poco concordi nel ritenere che quanto esiste sulla
terra deve essere ri-ferito all’uomo, come a suo centro e suo vertice...
L’uomo ha ragione di ritenersi superiore a tutte le cose, a motivo della
sua intelligenza, con cui partecipa della luce della mente di Dio" (Gaudium
et Spes 12.15).
Si può ravvisare l’attuazione giuridica di questa per-suasione
nella Dichiarazione Universale dei Diritti del-l’uomo, approvata dall’Assemblea
delle Nazioni Unite il 10 di-cembre 1948.
È ovvio che i diritti degli altri fondano ed esigono i doveri di cia-scuno.
2° il principio di solidarietà
L’appartenenza di ogni persona e di ogni legittima aggregazione
alla stessa neces-saria organizzazione sociale - e in ultima analisi alla stessa
fa-miglia umana - fa sì che non si possa mai consentire che un singolo
o una comunità per il gioco dei fattori eco-nomici e politici sia privata
dei mezzi elementari di decorosa sussistenza. In virtù di questo principio,
lo Stato po-trà e dovrà intervenire a salva-guardare l’uomo
nelle sue concrete dimen-sioni di vita in-dividuale, familiare, associativa,
anche correggendo le eventuali deviazioni dei comportamenti e sbloccando i meccanismi
incep-pati (cf Centesimus Annus 48). In particolare, la difesa del più
debole potrà comportare anche qualche limitazione dell’autonomia
delle diverse parti in gioco (cf Centesimus Annus 15).
Già ispirati al principio solidaristico sono alcuni asserti della nostra
costituzione, per esempio laddove si dichiara che bisogna avere un particolare
ri-guardo per le fami-glie numerose (art.31), si garantiscono ‘cure gratuite
agli in-digenti’ (art.32), si dice che ‘ogni cittadino inabile al
lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al sostentamento
e all’assistenza sociale’ (art.38).
3° il principio di sussidiarietà
‘Una società di ordine superiore non deve interferire
nella vita interna di una so-cietà di ordine inferiore, privandola delle
sue competenze, ma deve piuttosto so-stenerla in caso di necessità ed
aiutarla a coordinare la sua azione con quella delle altre compo-nenti sociali,
in vista del bene comune’ (Centesimus Annus 8).
Oggi questo principio enunciato con forza e chiarezza nel 1931 da papa Pio XI
(Quadragesimo anno) è stato riscoperto e rivalutato proprio a propo-sito
dei rap-porti corretti da istituire tra la comunità europea e gli stati
membri. Ad esso si appellano anche i comuni e le regioni per rivendicare le
loro autonomie.
Questa è la così detta “sussidiarietà” verticale”,
che però da sola non basta. Anzi, se lasciata sola, potrebbe dar vita
a una specie di “statalismo ravvicinato”, che potrebbe (proprio
perché “ravvicinato”) risultare in concreto più intrigante
e oppressivo.
Non bisogna perciò dimenti-care che il principio ha una va-lenza universale
e va applicato anche e soprattutto a proposito delle libere aggregazioni sociali
(“sussidiarietà orizzontale”).
4° il principio della laicità dello stato
Lo stato è davvero laico quando non impone a nessuno una particolare
concezione filosofica, teologica o cul-turale e quando non identifica il suo
ordinamento giuridico con le prescrizioni di una determinata aggregazione.
Lo stato moderno non può essere ‘confessionale’ in nessun
senso: non in senso religioso (per esempio, cattolico, ebraico, musulmano);
non in senso scientistico o ma-teria-listico; non in senso laicistico, se per
laicismo si intende - come spesso è dato di ri-scontrare - una particolare
con-cezione, immanentisticamente o illuministicamente ispi-rata, che rifiuta
i valori tra-scendenti o li vuole confinati nel segreto dei cuori.
Ovviamente, secondo questo principio, non ci potranno essere ‘reli-gioni
di Stato’. Il che però non vuol dire che si possa contestare o
anche solo ignorare il fatto che il cattolicesimo è la religione storica
del popolo italiano e la fonte preponderante della sua identità nazionale.
5° il principio della libertà effettiva delle persone e
delle aggrega-zioni
La libertà dei singoli cittadini è analiticamente de-scritta
e minuziosa-mente tutelata dagli articoli 15-28 della Costituzione italiana.
Ma è indispensabile che anche alle varie aggregazioni sia garantita la
concreta possibilità di esistere con pienezza nella identità prescelta;
di pro-porre agli altri le pro-prie convinzioni di educare secondo il proprio
‘credo’; di fare esperienza di vita asso-ciata in coerenza con la
loro matrice ideale e le loro tradizioni, sempre nell’ambito del bene
comune e nel ri-spetto delle libertà altrui.
Inderogabilità di questi princìpi
L’accettazione concorde e condivisa di questi princìpi
e la loro rigorosa appli-cazione nella vita sociale e po-litica potrà
dare all’Europa quell’ ‘anima’ che le è indispensa-bile
perché possa avviare con un po’ di fortuna questa sua nuova storia.
Essi vanno ritenuti inderogabili e urgenti, se non si vuole che l’Europa
si riduca ben presto a un puro spazio geografico, senza contenuti ideali e senza
identità; uno spazio da offrire senza regolamentazione alle invasioni
più eterogenee e meno integrabili.
L’apporto dei cristiani
Forse qualcuno - tra i pochi che si sono accorti dell’omelia
di San Petronio - si sarà un po’ stupito di un discorso così
rigorosamente “laico”. Ma nelle mie intenzioni è un discorso
che va completato con una riflessione riservata al mondo cattolico.
Quale potrà e dovrà essere l’apporto specifico dei cristiani
nella nuova Europa?
Essi saranno tanto più utili alla causa comune quanto più resteranno
se stessi e ir-radieranno con umile e gioiosa semplicità la luce delle
certezze che il Signore nella sua misericordia ha rivelato all’uomo perché
l’esi-stenza sulla terra fosse plausibile e ricca di senso.
Al relativismo scettico, che tutto vanifica e tutto inaridisce, oppor-ranno
la forza intrinseca della verità salvifica e la passione per la sua ri-cerca
instancabile.
All’eclissi della ragione risponderanno con l’intel-ligenza illuminata
dalla fede, che ci consente di distinguere l’autenticità dell’essere
dalle ideo-logie, dai sofismi, dal primato dato alle apparenze. Dimostreranno
così che si può ancora - e si deve - distin-guere il vero dal
falso, il bene dal male, ciò che è conforme e ciò che è
contrario alla natura non deformabile e non manipolabile dell’uomo.
Davanti all’assurdità di un pellegrinaggio terreno che si conclude
nel niente, fa-ranno brillare la speranza ra-gionevole e bella di un destino
di vita senza fine. Nel campo più specificamente etico e comportamentale,
il mondo cattolico è chiamato a te-ner deste e a rendere sempre più
benefica-mente influenti, entro la comunità di popoli che sta faticosamente
compa-ginandosi, le antiche verità esistenziali insegnateci dal Vangelo,
circa l’isti-tuto del matrimonio, la realtà fondamentale della
famiglia, il princi-pio della sacralità e della intangibilità
della vita umana innocente.
Appunto impe-gnandoci lucidamente e coraggiosamente su questi temi potremo offrire
il nostro più prezioso contributo di discepoli del Signore risorto per
la so-pravvivenza spirituale e morale del continente.
E non sarà agevole impresa.