
Parlare dell’Aldilà vuol dire per forza di cose parlare - anche,
preliminarmente e soprattutto - della morte, come del resto si evince dalle
tematiche toccate da tutte, o quasi, le relazioni di questo Convegno. E parlare
della morte in forma tanto esplicita, organica e (possiamo ben dire) solenne
- come qui si farà in questi giorni - significa sfidare con audace nonconformismo
la società del nostro tempo, che su questo argomento è severamente
censoria.
E io sono lieto dell’occasione che mi è data di esprimere per questa
originalità e per questo coraggio - per il coraggio dei promotori, degli
organizzatori, dei docenti e dei partecipanti a questo incontro - il mio plauso
e la mia ammirazione.
“Di morte oggi tra persone civili non si può nemmeno parlare, se
non per allusioni ed eufemismi: sono, a ben vedere i nuovi rigorosissimi tabù
di una umanità che immagina di essere diventata libera e spregiudicata
solo perché ha dato piena cittadinanza alle aberrazioni sessuali e al
turpiloquio” (Cfr. Liber pastoralis bononiensis <LPB> p. 94).
“In passato si parlava spesso di morte, soprattutto per far capire l’inconsistenza
dei beni mondani e per incutere un salutare timore per la sorte che ci aspetta
dopo. In questo contesto, la religione era talvolta vista come una specie di
forma assicurativa contro gli eventuali infortuni dell’aldilà”
(LPB p. 322s).
San Filippo Neri, che pure era un apostolo della serenità e della gioia,
così si tramanda che facesse cantare i giovani del suo Oratorio:
“Vanità di vanità, tutto il mondo è vanità.
Alla morte che sarà: ogni cosa è vanità.
Se vivessi in mezzo agli agi, nelle ville e nei palagi,
alla morte che sarà: ogni cosa è vanità.
Se campassi anche mill’anni, senza pene e senza affanni,
alla morte che sarà: ogni cosa è vanità.
Se io fossi un gran sapiente, ma superbo nella mente,
alla morte che sarà: ogni cosa è vanità”.
Invece, come s’è detto, “la cultura oggi dominante censura
implacabilmente l’idea stessa della morte. Si possono violare tutti i
tabù, ma non questo…E si direbbe che anche noi ci siamo lasciati
tutti intimidire da questa interdizione sociologica: una seria riflessione sulla
morte non ha quasi più posto nella nostra predicazione. Invece un’evangelizzazione
che vuol essere davvero incisiva deve tornare a riproporre il tema con grande
vigore” (LPB p.322s).
Qui però vorrei spiegarmi bene sia coi non credenti sia coi credenti.
“La morte non va tanto chiamata in causa a sorreggere e a giustificare
l’attenzione a una realtà extramondana, che è per l’uomo
‘naturale’ (l’uomo psychicòs, direbbe san Paolo) del
tutto inverificabile. Essa deve piuttosto essere additata come lo scacco totale
e irreparabile inflitto all’uomo che non sa vedere oltre la sua soglia:
scacco inevitabile, indiscutibile, verificabilissimo. Su questo bisogna portare
tutti a riflettere.
“L’ipotesi dell’annientamento non è solo la negazione
di ogni sopravvivenza ultraterrena: prima ancora è la vanificazione di
ogni valore terrestre. E’ la rassegnazione a vivere in uno stato di intrinseca
ingiustizia, dal momento che in questa vita i conti troppo spesso non tornano
e nel nulla nessun conto potrà mai più essere pareggiato. E’
il riconoscere che non c’è un motivo al mondo di distinguere il
bene dal male, se tutto è ripagato allo stesso modo. E’ la vittoria
dell’assurdo, dove il vero e il falso, la rettitudine e l’iniquità,
l’egoismo e la magnanimità, l’essere e il non essere vengono
assimilati” ( LPB p.323).
Già V.S. Solovev annotava: “La morte livella ogni cosa e di fronte
ad essa l’egoismo e l’altruismo sono parimenti privi di senso”.
In altre parole.
“Presa per se stessa, la morte non è solo la fine della vita: è
l’attestazione che tutta la vita - e dunque tutto l’uomo - è
senza plausibilità e senza consistenza.
“La scelta non è tra una vita futura, di cui non si sa niente,
e una godibile vita presente. La scelta è tra un’esistenza svuotata
di verità, di scopo, di ragionevolezza, e la speranza che qualche evento
venga a darci un senso e un traguardo. E di niente l’uomo, anche quando
superficialmente lo nega, ha più pungente necessità come di questa
speranza” (LPB p. 323s).
Per riprendere ancora un’argomentazione di Solovev:
“La morte è un fatto, e contro i fatti nessuna filosofia, nessuna
ideologia, nessuna illusione estetica riesce a spuntarla. A un fatto soltanto
un altro fatto può opporsi vittoriosamente.
“Solo l’avvenimento del trionfo sulla morte - cioè l’avvenimento
della risurrezione di Cristo, come principio e speranza della nostra - può
salvare l’uomo dall’avvenimento della morte; vale a dire, può
salvare l’uomo dalla sua invalicabile assurdità” (LPB p.324).
Essere salvati dal nonsenso, dall’azzeramento di ogni valore, dall’oppressione
del nulla (che già svuota ogni atto, ogni impegno, ogni accadimento di
questi nostri giorni “infausti e brevi”): ecco la tensione angosciante
che si sprigiona, magari tacitamente, da ogni fibra del mistero umano. E non
c’è altra risposta se non l’ “evento pasquale”.
“Come si vede, il ‘cuore’ del Vangelo di salvezza è
perfettamente correlativo al ‘cuore’ della nostra disperazione,
il progetto del Padre è risposta esauriente all’implorazione totale
del nostro essere, la vicenda redentrice del Figlio di Dio è commisurata
all’inspiegabile e tragica avventura dell’uomo” (LPB p.324).
Buon lavoro e, se vi riesce con questi discorsi, buon divertimento.