
Noi amiamo questo tempio, nobilitato dall’arte, ricco di storia, evocatore
di sante memorie; l’amiamo, e oggi particolarmente vogliamo onorarlo con
questa solenne liturgia che ci richiama “il giorno santo in cui il Signore
ha riempito della sua presenza questo luogo a lui dedicato” (cfr. orazione
sopra le offerte).
Ma la parola di Dio che abbiamo ascoltato ci sospinge immediatamente a oltrepassare
il segno esteriore del sacro edificio e ci invita a leggere, raffigurata in
esso, la realtà della santa Chiesa che qui, nella terra bolognese, come
nel mondo intero, contempla e cerca di inverare attuosamente il mistero della
sua indole di “nazione santa”, di “sacerdozio regale”,
di “popolo che Dio si è acquistato” (cfr. 1 Pt 2,9); e anzi
- a un livello più profondo di comprensione - il mistero della sua natura
trascendente di “Sposa” del Re dell’universo e di “Corpo
di Cristo”.
“Quanto è grande la casa di Dio,
quanto è vasto il luogo del suo dominio!
E’ grande e non ha fine,
è alto e non ha misura” (Bar 3,24-25),
ci ha detto la lettura profetica. Per la verità, queste parole dell’antico
scrittore esprimono senza dubbio una prospettiva cosmica: tutto il creato è
dimora e tempio del Creatore. Ma noi, in questo contesto liturgico, non abbiamo
difficoltà a riferire tale prospettiva anche e soprattutto al “mondo
redento” ed ecclesialmente compaginato; al mondo sacramentale che, sotto
i segni e la struttura visibile, è in reale congiunzione e in comunione
palpitante con l’esorbitante splendore dell’invisibilità
ultraterrena. Vale a dire, non abbiamo difficoltà a riferire quella prospettiva
alla realtà della Chiesa, che quindi possiede anch’essa (a considerarla
nella sua ultima verità) una dimensione sconfinata e una incommensurabile
ricchezza.
E’ quanto l’autore della lettera agli Ebrei ricordava ai suoi destinatari,
che correvano il pericolo di percepire la loro straordinaria esperienza cristiana
come qualcosa di meschino e di angusto. Rievocando la loro iniziazione battesimale
e quindi la loro essenziale e perenne condizione di chiamati e di consacrati,
così egli scriveva: “Voi vi siete accostati al monte di Sion e
alla città del Dio vivente, alla Gerusalemme celeste e a miriadi di angeli,
all’adunanza festosa e all’assemblea dei primogeniti iscritti nei
cieli, al Dio giudice di tutti e agli spiriti dei giusti portati alla perfezione,
al Mediatore della Nuova Alleanza e al sangue dell’aspersione più
eloquente di quello di Abele” (Eb 12,22-24).
Non so se sia possibile trovare, sintetitizzate in così breve testo tante
espressioni più fervide di entusiasmo, più ricche di verità
e più efficaci a persuaderci della nostra fortuna.
Quando mai in noi stessi e nei nostri fratelli di fede siamo riusciti a infondere
e a ravvivare la gioia dell’appartenenza alla santa Chiesa Cattolica con
parole vibranti come queste di affetto e di ammirazione? Eppure questo è
un tema pastorale di pungente attualità nella cristianità dei
nostri tempi, nei quali la Sposa di Cristo e Madre nostra è impunemente
offesa e avvilita come forse non è mai stata. Sicché è
possibile che si diffonda anche nei frequentatori della casa del Signore un’aria
di scoraggiamento e di resa, un clima di tristezza che non è certo la
“tristezza secondo Dio”, di cui ci parla san Paolo (cfr. 2 Cor 7,9-10).
Deve invece tornare a fiorire sulle labbra di tutti i discepoli di Gesù
- e proprio in riferimento alla nostra permanenza nella Chiesa - il canto gioioso
del Salmista:
“Quanto sono amabili le tue dimore,
Signore degli eserciti!
L’anima mia languisce e brama
gli atri del Signore.
Beato chi abita la tua casa:
sempre canta le tue lodi! (Sal 84 <ebr>, 2-3.5).
* * *
La luminosa e sconfinata grandezza del mistero ecclesiale ha nel Signore Gesù
la sorgente irradiante di vita e il centro unificante d’amore. Cristo,
imparagonabile e inalienabile tesoro della Chiesa, è presente in essa
tutti i giorni della sua alterna vicenda, nei giorni sereni e nei giorni rannuvolati,
nei giorni lucenti e nei giorni nebbiosi: “Ecco io sono con voi tutti
i giorni, sino alla fine del mondo” (Mt 28,20). L’altare - pietra
scelta, forte e stabile, che domina questa sacra aula - è davanti ai
nostri occhi perenne appello a questa verità consolante.
Cristo resta presente nella sua Chiesa, mantenendosi nell’unità
col Padre. Lo abbiamo sentito: “Sappiate che il Padre è in me e
io nel Padre” (cfr. Gv 10,38). E rimanendo nella sua Chiesa, raccoglie
infaticabilmente nell’unità il gregge dei suoi: “Le mie pecore
ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono” (Gv 10,27),
come ci ha riferito la lettura evangelica. “Io in loro e tu in me”
(Gv 17,23), dice Gesù nella così detta preghiera sacerdotale;
ed è la formula più sintetica, e forse anche la più adeguata,
del mistero ecclesiale.
* * *
Ma bisogna che questa unità di persuasioni, di sentimenti, di propositi,
di azioni sia non solo l’opera del nostro Signore e Redentore, ma anche
l’aspirazione, la ricerca quotidiana, la desiderata conquista di coloro
che appartengono a questa famiglia di credenti, raffigurata nella cattedrale.
Quanti oggi abbiamo la grazia di riflettere sul “mistero del tempio”,
simbolo della Chiesa, dobbiamo tutti proporci di essere “pietre vive per
la costruzione di un edificio spirituale” (cfr. 1Pt 2,5), ci ha detto
san Pietro. Pietre vive, non interiormente disfatte, non sconnesse, non disorganiche;
fuor di metafora, dobbiamo essere cristiani solidi, non stonati nel coro dei
credenti, non renitenti alla voce dello Spirito e della Sposa quando concordemente
chiamano e dicono: “Vieni!” (cfr. Ap 22,17).
Tutti dobbiamo comportarci - è un secondo paragone offertoci dalla parola
di Dio - come le pecore che stanno vicino al Principe dei pastori (cfr. 1 Pt
5,4), e non si lasciano tentare dall’istinto anarchico che, poco o tanto,
c’è in ogni cuore né si lasciano sedurre dai pascoli dell’attualità
mondana: pascoli vistosi e allettanti, anche se estranei e spesso anche mortiferi.
Certo, il buon Pastore è capace di andare a riprendersi la pecora che
si smarrisce e di riportarla all’ovile; ma è in ogni caso preferibile
la pecora che non si allontana, e così gli risparmia la fatica.
Verso il disegno del Padre e la vitale disciplina della Chiesa - ed è
una terza immagine biblica - chiediamo in dono un’obbedienza come quella
delle stelle. Tutte percorrono fedelmente l’orbita che è stata
loro tracciata, nell’armonia mirabile di un unico firmamento. Ce lo ha
detto anche l’antico profeta:
“Le stelle brillano dalle loro vedette e gioiscono;
egli le chiama e rispondono: ‘Eccoci!’
e brillano di gioia
per colui che le ha create” (Bar 3,34-35).