
Sono lieto di porgere il mio saluto beneaugurante a questo Convegno promosso
dall'Associazione Medici Cattolici Italiani dell'Emilia Romagna.
Che significa essere "medici cattolici"? Primariamente questa qualifica
evoca il convincimento profondo e operoso che non c'è estraneità
(e tanto meno incompatibilità) tra scienza e arte medica - pur considerata
nella sua metodologia più rigorosa e nei suoi più prestigiosi successi
- e il dono di luce trascendente che ci viene dalla Rivelazione divina e ci
è proposto dalla Chiesa, Sposa indefettibile del Logos eterno fatto uomo,
"colonna e fondamento della verità" (cfr. 1Tm 3,15). Più ancora,
tale qualifica comporta la persuasione che la positiva intesa e addirittura
la sinergia tra la conoscenza di fede, elargitaci dallo Spirito Santo, e l'impegno
di tutte le risorse umane avvalori efficacemente ogni intrapresa diagnostica
e curativa, a miglior vantaggio della persona concreta del malato.
Il tema specifico, poi, di questa giornata di studio e di confronto - Salute
mentale, medicina e società - è tra quelli che più acutamente
interpellano anche il pastore, tanto da invogliarlo a qualche breve e semplice
riflessione; riflessione che non proviene, è ovvio, da nessuna particolare
competenza, ed è offerta soltanto come segno e testimonianza della sollecitudine
nei confronti dei fratelli che soffrono e della stima per quanti questa sofferenza
professionalmente si dedicano a curare e ad alleviare.
L'uomo, considerato nella sua singolarità esistenziale, è sempre
qualcosa di originale e di inedito, un "universo" che non si lascia
mai del tutto esplorare, una realtà cui ci si deve accostare con il rispetto
trepidante e la discrezione di chi sa che ogni indagine dall'esterno non
riesce mai davvero adeguata.
Il che è tanto più vero per il malato di mente. Nonostante i molti
studi e gli encomiabili progressi in questo campo, il suo mondo interiore sfugge
per larga parte alle analisi più informate e più attente.
Credo che proprio nella psichiatria, fra tutte le diverse specializzazioni,
naturalmente si impone un atteggiamento di ricerca senza presunzione; una ricerca
che si interroga continuamente, e non si ritiene mai appagata. E il credente
impegnato in questo lavoro sarà indotto, forse più degli altri cultori
dell'arte medica, a esercitare la virtù cristiana dell'umiltà
e a elevare lo spirito nella preghiera e nella richiesta di aiuto dall'alto.
Il malato, noi lo sappiamo, è sempre una "icona di Cristo". Questo
è uno degli insegnamenti evangelici più tipici e socialmente più
importanti. Da quando il Figlio unigenito di Dio si è esplicitamente identificato
con il sofferente e l'infermo (cfr. Mt 25,36: "Ero malato e mi avete
visitato") è stato immesso nella vicenda storica un principio superiore
che a poco a poco nella "res pubblica christiana" ha rivoluzionato ogni
compito assistenziale e terapeutico.
Tale identificazione diventa particolarmente significativa ed eloquente, se
è considerata nei confronti del malato di mente, cioè di colui che
è colpito in ciò che c'è di più propriamente e preziosamente
umano; vale a dire, nelle potenze intellettive. Davanti a lui la società
corre il pericolo di cadere nella stessa totale incomprensione che le profezie
di Isaia avevano preannunciato come la sorte nella quale sarebbe incorso il
Messia crocifisso: "Disprezzato e reietto dagli uomini?, percosso da Dio
e umiliato" (cfr. Is 53,3.4).
Non deve pertanto mai venir meno in noi la consapevolezza che il fratello così
penosamente colpito resta una vera immagine di Cristo; sia pure un'immagine
che allo sguardo umano appare alterata e sfigurata. E anzi, nella luce della
fede, è un'immagine tanto più cara e onorabile, appunto come avviene
per le antiche icone che hanno subito le ingiurie degli uomini e del tempo.
E' interessante rilevare che, di tutti i mali di una cattiva salute, il
Signore Gesù ha accettato di condividere, davanti all'erroneo giudizio
comune, proprio quello - e solo quello - dell'alienazione mentale: "Allora
i suoi?uscirono per andare a prenderlo, perché dicevano: 'E' fuori
di sé' (Mc 3,21).
L'auspicio - che è anche implorazione al "Padre della luce"
e Datore di "ogni buon regalo e ogni dono perfetto" (cfr. Gc 17) - è
che non venga mai meno negli operatori di questo settore un'umile e tenace
volontà di comprensione a favore di chi appare di solito agli altri enigmatico
e indecifrabile; che sia sempre vivo e mai rassegnato l'affetto fraterno,
espresso nella determinazione di migliorare gli interventi curativi e di umanizzare
sempre più le forme assistenziali; che il malato di mente sia amato e onorato
come persona, nella concretezza della sua condizione, indipendentemente dalle
sue attitudini a percepire e a reagire (che molte volte sono meno debilitate
di quanto a prima vista possa sembrare).
Mi piace concludere con il ricordo di san Giovanni di Dio, un uomo che ha segnato
sia la storia della santità cristiana sia quella dei nosocomi.
Ricoverato in manicomio per gli eccessi espressivi e comportamentali, seguiti
all'esperienza sconvolgente della sua conversione, proprio dalla ravvicinata
frequentazione dei malati di mente, soprattutto per lo spettacolo delle loro
sofferenze e delle loro umiliazioni, egli matura la sua singolare vocazione
e il suo decisivo progetto di riforma ospedaliera.
Allora alla sua intercessione presso a Dio - l'intercessione di un "esperto"
- vogliamo affidare la buona riuscita di questo convegno, al quale auguro un
lavoro sereno e fruttuoso.