OMELIA IN OCCASIONE DEL
GIUBILEO DEGLI STUDENTI E DEI DOCENTI
DELLE SCUOLE MEDIE SUPERIORI

Giovedì 21 dicembre - ore 17,30 - Cattedrale di San Pietro

Tra pochi giorni è Natale. Bella scoperta, potrà pensare qualcuno. Eppure bisogna proprio che, nel mondo interiore di ciascuno di noi, questa ritorni a essere davvero una "scoperta", una incredibile "novità", uníesperienza che ci segni dentro e ci cambi.

Si tratta in fondo di riscattare il fatto centrale della storia (da cui tutti contano gli anni) dallíimmensa banalizzazione che troppo spesso lo nasconde alla nostra attenzione; si tratta di riconquistare la "verità" di una memoria imparagonabile, oltre i pensieri dei regali da ricevere e da fare, oltre líattesa dei pranzi insoliti, oltre le figure giulive dei Babbi Natali che incontriamo per la strada; si tratta di ritrovare la realtà fondamentale e perennemente viva dellíUnigenito eterno di Dio che "per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo".

Ci può aiutare e stimolare in questa operazione di ricupero líoccasione straordinaria (cui tra breve ci sarà dato partecipare) del compimento dei duemila anni, da che il Signore Gesù è vivo e presente in mezzo a noi. E sarà un modo davvero sostanziale ed efficace di celebrare il Giubileo.

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Chi va in chiesa solo la notte di Natale, non si può certo definire un cristiano esemplare. Però, se sta attento, in quella notte riceve un messaggio che è la sintesi di tutto ciò che allíuomo importa sapere: "Vi è nato un salvatore" (Lc 2,11), sentirà proclamare. Eí la grande notizia che a Betlemme il cielo ha regalato alla terra.

Di Gesù la cosa più elementare che bisogna sapere è appunto che egli è il Salvatore. Questa è in lui una prerogativa costitutiva e intrinseca: il suo stesso nome significa "il Signore salva".

Dal segreto dellíeterna vita divina il Creatore ha pensato a lui, al figlio di Maria, come a uno che può e vuole salvare tutti; e ha dunque ha pensato anche a me come a qualcuno che, se non si opporrà, sarà infallibilmente salvato da lui. Nessuna paura dunque e nessun avvilimento - deve dirsi ciascuno di noi - può togliermi più la speranza.

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Certo gli uomini sono sempre tentati di convincersi che possono salvarsi da soli. NellíOttocento cíera chi era persuaso che a salvare líuomo fosse sufficiente insegnargli la teoria copernicana, il darwinismo e il sistema metrico decimale. Poi ci fu chi predicò che bastasse líattesa del "sol dellíavvenire": il "sole", cioè, di una società senza classi e senza ingiustizie. Adesso non cíè più nessuno che crede a queste cose, se non qualche vecchio nostalgico e qualche giovane disinformato.

Oggi ci sono però alcuni che indicano altre piccole strade di salvezza: per esempio, quella del "salutismo", cioè del culto ossessivo della salute fisica (e così essi si impongono sacrifici continui e osservano diete ascetiche ferree, che li costringono a vivere da malati in modo da arrivare a morire da sani); oppure enfatizzano e mitizzano le pratiche sessuali (e così riducono líamore a una specie di ginnastica senza significato intrinseco e senza finalità); oppure si spendono totalmente e si perdono in uníarte informatica sempre più sofisticata (e così in tempo reale riescono a sapere tutto, tranne ciò che davvero vale per dare senso allíesistere).

Sono "salvezze", per così dire, "laicistiche" che si dissolvono appena uno si incoccia con le inevitabili e dure prove della vita.

La salvezza autentica e non illusoria sta altrove: sta appunto nel Festeggiato di questo Duemila. Líapostolo Pietro lo ricordava con chiarezza agli abitanti di Gerusalemme: "In nessun altro cíè salvezza; non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale è stabilito che possano essere salvati " (At 4,12).

Il Figlio di Dio nato a Betlemme, crocifisso per noi e risorto, non è quindi "un" salvatore: è "il" Salvatore, unico e necessario per tutti. Questo è un punto un poí annebbiato nella cultura anche religiosa dei nostri giorni: molti cristiani, dal giusto apprezzamento di alcuni valori presenti nel mondo extraecclesiale ed extracristiano, deducono indebitamente che ci sia una pluralità di strade che possano redimerci e condurci a Dio.

Ma Dio non è di questo parere, e il suo è il parere che conta. Egli non ha pensato di mandare a morire in croce il suo unico Figlio perché fosse un "redentore facoltativo": quasi un "optional" nel multiforme meccanismo del riscatto del mondo. Il disegno divino di salvezza non è schizofrenico: tutto è unificato in Cristo, perché lui solo è "la via, la verità e la vita" (Gv 14,6), come Gesù stesso ha tranquillamente affermato di sé. E per maggior chiarezza ha soggiunto: "Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me" (ib.).

Dobbiamo allora pensare che chi non è esplicitamente cristiano per ciò stesso sia destinato ad andare perduto? Certamente no. La parola di Dio su questo punto è inequivocabile: Dio - sta scritto - "vuole che tutti gli uomini si salvino e arrivino alla conoscenza della verità" (1 Tm 2,4). Nessuno quindi si perde, se non perché liberamente e colpevolmente chiude gli occhi alla luce che viene da Cristo, liberamente e colpevolmente chiude il cuore alla sua grazia.

Difatti con líeffusione del suo Spirito che non ha confini - non dobbiamo mai dimenticarlo - Gesù è in grado di illuminare e di santificare ogni coscienza, anche quelle di coloro che ignorano il suo nome e la sua azione salvifica.

In che maniera riesca a raggiungerli, lui solo lo sa. A noi tocca invece darci da fare perché egli sia conosciuto e amato esplicitamente da tutti i figli di Adamo, così che in numero sempre più grande essi arrivino alla fortuna di una comunione anche cosciente e personale con il loro Salvatore.

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Gesù Cristo è uno che non si può schivare. Presto o tardi ci si imbatte in lui. E quando lo si incontra, dopo non si è più come prima, anche se magari si è fatto finta di non vederlo e ci si è messi a guardare da uníaltra parte per non incrociare i suoi occhi.

Perché egli è veramente, realmente, fisicamente vivo; ci aspetta e chiede che ci si decida: "Chi non è con me, è contro di me; e chi non raccoglie con me, disperde" (Lc 11,23), egli ci ha detto senza tanti complimenti.

Arrendersi a lui: ecco la proposta del Giubileo, la grazia della "conversione"; ecco la scelta che vi è offerta in questíora singolare e benedetta.

Anche Saulo di Tarso cercava di sfuggirli, e anzi gli era nemico. Ma quando líha incontrato e fu gettato a terra da lui sulla strada di Damasco, ha trovato la parola giusta: "Che cosa devo fare, Signore?" (At 22,10).

Arrendetevi oggi anche voi, ragazzi, al Signore della storia e dei cuori; arrendetevi a lui, che oggi ha voluto chiamarvi a questo eccezionale appuntamento, e troverete la via per rendere la vostra unica esistenza ricca di senso, di motivazione, di gioia.

Ciascuno di voi gli chieda con animo aperto: che cosa devo fare della mia unica vita? E restate in ascolto di quello lui, il solo Maestro che non delude mai, immancabilmente vi dirà.