- 8 ottobre 1998 -
S. MESSA PRESSO LISTITUTO DI EMATOLOGIA ED ONCOLOGIA MEDICAOMELIA DI S.E. IL CARDINALE GIACOMO BIFFI
Questa eucaristia proprio perchÈ viene celebrata in un luogo che per le azioni liturgiche è insolito e del tutto eccezionale ci aiuta a collocare in una più vivida luce una parola pronunciata da quello stesso Signore Gesù, che con questo rito noi oggi qui rendiamo realmente presente.
Gesù ha detto: "Ero malato e mi avete visitato... Qualunque cosa avete fatto per un solo dei miei fratelli, lavete fatta a me" (cf Mt 25, 36.40).
Il Figlio di Dio si è dunque identificato con quanti sono indeboliti e appenati dalla malattia, tanto da ritenere rivolta personalmente a lui ogni attenzione, ogni cura, ogni fatica indirizzata a rianimare chi deve rimpiangere la sua buona salute, a lenire la sua sofferenza, a far rinascere la sua fiducia.
È unaffermazione commovente e una verità stupenda; e basterebbe da sola a rendere il cristianesimo unico e imparagonabile nella storia spirituale dellumanità.
Consentitemi allora che, in questa sede, a nome di colui che ha pronunciato quelle sublimi parole, io, che come successore degli apostoli lo rappresento, esprima riconoscenza, ammirazione, ringraziamento a quanti a vario titolo e a vario livello spendono le loro energie in questa casa del dolore e della speranza e a quanti contribuiscono nei più diversi modi alla vitalità e alla operosità di questa preziosa istituzione.
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La degenza in luogo di cura offre spesso delle opportunità che a viverle bene sono di grande vantaggio non solo al fisico ma alluomo integrale.
È una pausa sia pure forzata nellattività dispersa e tumultuosa dellesistenza, che può rivelare prospettive nuove e insospettate sulla propria vita, può dare lesperienza della propria insufficienza, può persuadere a diventare più umili, più comprensivi, più generosi, può impegnare a mettere un po di ordine e di pace nei propri comportamenti.
Luomo, messo di fronte allenigma del dolore, è poi indotto a farsi le domande più profonde, più inquietanti, più salutari, che spesso nella cultura dominante sono censurate.
Si chiede, per esempio: la vita umana è posta sotto il segno di una fatalità cieca, impietosa, assurda, o è invece guidata da una saggezza paterna, che è più alta della nostra capacità di comprensione?
Cè qualcuno, in qualche luogo, che può risolverci questa questione ineludibile e capitale?
La celebrazione che stiamo compiendo ci risponde: sì, qualcuno cè che ci scioglie il problema, anche se la sua risposta è avvolta nellombra ma è unombra rasserenante della fede.
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Nella pagina evangelica che abbiamo ascoltato, Gesù ci insegna il valore infallibile della preghiera, che ci può davvero aiutare a sollevarci a unaltezza spirituale cui luomo non potrebbe mai giungere senza salire, sorretto dalla fede, la scala difficile della sofferenza.
"Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate vi sarà aperto" (cf Lc 11,9).
Che cosa vogliono dire queste frasi del Signore? Vogliono dire che abbiamo sopra di noi un Padre che ci ascolta sempre e ci ama sempre, anche quando sembra che non si muova alle nostre invocazioni di soccorso.
Il Padre del cielo ci esaudisce sempre; solo che ci esaudisce secondo i suoi disegni, che sono sempre disegni di sapienza e di amore, più che secondo le nostre richieste letterali. Si è comportato così anche con il suo Unigenito, oggetto di tutte le sue compiacenze, quando Gesù si è trovato davanti alla previsione tremenda della sua passione e ha gridato a lui.
Cè a questo proposito un passo della lettera agli Ebrei, che è forse il più misterioso e il più alto di tutto il Nuovo Testamento: nei giorni della sua vita terrena, egli offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a colui che poteva liberalo dalla morte e fu esaudito per la sua pietà; pur essendo Figlio, imparò tuttavia lobbedienza dalle cose che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono" (Eb 5,79).
Viene qui evocata la scena impressionante della preghiera nel Getsemani, quando Gesù ci dicono gli evangelisti davanti al calice di dolore che gli veniva proposto, provò, proprio come uno di noi, "tristezza", "paura", "angoscia" (cf Mt 26,37; Mc 14,34; Lc 22,43).
E, con tutte le fibre della sua atterrita e dolente umanità, imlporò laiuto del Padre. Il Padre "lo esaudisce", non scampandolo dalla crocifissione e dalla morte, ma dandogli molto di più: la vittoria pasquale della risurrezione, principio di vita nuova e felice per lui e per tutti coloro che si conformano a lui.
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Su quanti qui sono ospitati e curati, su quanti qui lavorano al servizio dei fratelli, su quanti qui studiano e ricercano per il bene di tutti, noi sollecitiamo con questa celebrazione la grazia e la consolazione del Signore risorto.